Un fiancheggiatore del nazionalsocialismo, il «Papa di Hitler» o, più semplicemente ma ancor più tragicamente, il Papa che scelse il silenzio di fronte alla Shoah. Una vera e propria «leggenda nera» quella che accompagna la figura e il giudizio su Pio XII dal giorno della sua morte il 9 ottobre 1958. Tanto da provocare una vera e propria crisi diplomatica tra Israele e la Santa Sede nel marzo scorso poiché nello Yad Vashem, il museo della Shoah di Gerusalemme, l’atteggiamento di Papa Pacelli era stato definito «ambiguo». Già allora la presa netta di posizione del Vaticano con il ritiro del nunzio apostolico dalle celebrazioni ufficiali. Ma è ieri che la Santa Sede ha scelto di esplicitare ancor meglio il suo pensiero su Pio XII. «Liberi da pregiudizi si può riconoscere la grandezza e la completezza della figura di Papa Pacelli, la sua umanità e rivalutare il suo intero magistero». Parole del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato Vaticano in occasione della presentazione della nuova biografia sul pontefice, Pio XII. Eugenio Pacelli. Un uomo sul trono di Pietro del vaticanista del Giornale Andrea Tornielli.
Un Papa moderno, secondo quanto emerge dal libro e da quanto sottolineato dagli altri esperti presenti. Addirittura ispiratore del Concilio Vaticano II per padre Peter Gumpel, il postulatore della sua causa di beatificazione. Rimane ancora controverso, però, il modo in cui sia nata la «leggenda nera». Per lo storico e fondatore della comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi bisogna risalire agli anni Sessanta, all’inizio del Concilio e alla pubblicazione della pièce teatrale «Il Vicario» di Rolf Hochuth. Per Bertone, invece, la «leggenda nera» va fatta risalire alla questione palestinese. A quando il pontefice scelse l’equidistanza tra i due popoli sottolineando anche i diritti di chi in «quella terra ci viveva ed era meritevole di attenzione. Successivamente l’ideologia di quel periodo ha fatto il resto e pochissima attenzione è stata data ai ragionamenti del Papa».
D’altronde non sono pochi i documenti, presenti anche nella nuova biografia, che attestano l’aiuto dato dal Vaticano agli ebrei e ai perseguitati durante l’occupazione nazista. «Nel 1943 – il particolare inedito rivelato da Bertone – il Vaticano chiese ai tedeschi di poter assumere più di 4.000 nuove guardie palatine. E il ghetto ebraico era a due passi dal Vaticano».
Stesse riflessioni per il senatore a vita Giulio Andreotti che conobbe da vicino Pio XII in gioventù: «È stata una personalità complessa che ha dovuto far fronte a difficoltà terrificanti. La stessa Golda Meir quando la incontrai all’epoca fece elogi straordinari al pontefice. Ne era assolutamente affascinata».
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La verità su Pio XII il “Papa moderno”
Pubblicato da Jake su 6 Giugno 2007
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Le sinistre litanie napoletane
Pubblicato da Jake su 6 Giugno 2007
Speravamo che dopo l’uccisione a Napoli d’un rapinatore sedicenne in una sparatoria con i carabinieri ci venisse risparmiata, a sinistra, la frustra e ipocrita litania dello Stato forcaiolo che sparge sangue innocente. Lo speravamo non già perché la nostra pena per la fine d’un ragazzino intruppato nella delinquenza sia minore di quella di tanti cuori nobili (o che tali si dichiarano con virtuosa ostentazione). Riteniamo che la nostra pena sia forse maggiore, e di sicuro più sincera. Ma la strumentalizzazione politico-giornalistica d’una tragedia che appartiene purtroppo alla realtà quotidiana della capitale del sud, il prenderne pretesto per denunciare chissà quali campagne d’odio e chissà quali bieche trame della reazione in agguato, è veramente insopportabile.
Su “Liberazione”, organo di Rifondazione comunista, il direttore Piero Sansonetti ha risfoderato i più vieti arnesi polemici, intrecciando quest’ultima vicenda a quella dell’ultrà catanese che era stato sospettato d’avere causato la morte dell’ispettore di polizia Filippo Raciti, e che comunque era pesantemente coinvolto nelle aggressioni e nei tumulti scatenati dalla tifoseria selvaggia. Il sedicenne di Napoli è stato, secondo Liberazione, «giustiziato», il diciassettenne di Catania avrà la vita rovinata dalla detenzione che sta subendo. Il «giustiziato» impugnava una pistola, forse giocattolo e forse no, le cui caratteristiche dovevano essere intuite dal carabiniere che ha fatto fuoco durante gli attimi drammatici d’un inseguimento.
L’ultrà catanese ha partecipato a violenze per le quali, in Paesi di grande civiltà giuridica ma non di lassismo buonista, si è subito processati e condannati a brevi pene detentive che vengono subito scontate, senza l’attesa della Cassazione. Sansonetti osa scrivere che per l’adolescente di Napoli è stata «decretata, in modo spiccio, la pena di morte». Chi ha decretato? Il giovane carabiniere? O più genericamente, sembra di capire, questa società scellerata che vuol sterminare i proletari? Inutile chiedersi, a questo punto, dove viva Sansonetti e se si renda o no conto che le forze dell’ordine italiane sono tra le più prudenti del mondo: perché sanno che da loro si esige contemporaneamente la massima efficienza nel combattere la criminalità e la rinuncia a usare le armi di cui sono dotate. Perché usandole possono sbagliare, e «decretare la pena di morte».
Nel 2007 sono state 54 a Napoli le vittime di crimini, tre fatti fuori nei primi cinque giorni di giugno, un pregiudicato ammazzato ieri nei quartieri spagnoli. Ma Sansonetti, tra una comparsata televisiva e la stesura d’un veemente editoriale, non ha tempo per rendersi conto della situazione di Napoli. Lui vuole, in quell’inferno, carabinieri occhio di lince che capiscano da decine di metri di distanza il calibro, la marca, la pericolosità d’una pistola impugnata da un malvivente, e che siano in grado d’accertare, in simili condizioni, l’età del malvivente stesso. Si può ancora osservare che democratici di sicura fede suggeriscono d’abbassare l’età in cui un adolescente può essere sottoposto a processo perché la delinquenza minorile è in vertiginoso aumento, e non meno spietata della delinquenza adulta. Queste sono considerazioni di semplice buonsenso, diremmo banali. Ma il nostro è il Paese dove Carlo Giuliani, colpito a morte da un carabiniere mentre si scagliava, impugnando un pesante estintore, contro la camionetta dell’Arma circondata da energumeni, è diventato per i Rifondatori comunisti un eroe, e la madre una senatrice della Repubblica. A lei e al suo dolore tutto il nostro rispetto. Nessun rispetto invece a chi ne ha fatto uno strumento di polemica settaria.
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La Cdl fa il pieno al Nord dove cresce l’immigrazione
Pubblicato da Jake su 6 Giugno 2007
Tra i danni maggiori fatti in un anno dal governo Prodi c’è sicuramente la politica da controriforma in tema di immigrazione. Questo errore è stato forse la causa principale del risultato disastroso ottenuto dal centrosinistra alle elezioni amministrative, non a caso particolarmente favorevole al centrodestra nelle aree in cui è maggiore l’insediamento delle comunità extracomunitarie. I dati sono chiari e spiegano che la questione immigrazione orienterà sempre più le scelte dell’elettorato. In Italia ci sono circa tre milioni di immigrati, pari al 4% della popolazione. Una percentuale oggettivamente compatibile con l’attualità e l’ineluttabilità del fenomeno, che diventa però preoccupante quando analizziamo i dati relativi alla criminalità e in particolare a quei reati che generano maggiore allarme sociale. Il 36% dei denunciati è di origine extracomunitaria, così come il 53% degli arrestati, il 21% degli imputati e il 32% della popolazione carceraria.
Queste cifre pongono al governo una domanda semplice. Perché gli immigrati si moltiplicano per nove nel commettere reati, per tredici nell’essere arrestati, per cinque nell’essere imputati e per otto nell’essere detenuti? Lungi da noi qualsiasi tentazione razzista o xenofoba, ma la risposta viene da sola. È evidente che senza controlli rigidi sugli ingressi si generano condizioni criminogene alle quali si aggiunge una particolare tendenza a delinquere di alcune etnie. Molti albanesi e africani, infatti, entrano in Italia non per lavorare, ma per delinquere. Non è un caso se il 75% dei reati commessi da immigrati sono riconducibili a cittadini provenienti da soli tre Paesi, a cominciare dall’Albania. Questa realtà deve farci riflettere anche sulla necessità di scegliere gli immigrati. In Italia ci sono circa 150mila tra filippini e polacchi (questi ultimi ormai appartenenti all’Unione europea) che commettono reati in misura nettamente inferiore agli italiani. La loro affinità con la nostra cultura cattolica ne fa modelli di integrazione e dovrebbe spingere l’Italia a far entrare più cattolici.
La prova che il tema ha influenzato il recente voto amministrativo si legge nella mappa del risultato elettorale. Il centrodestra ha ottenuto il massimo dei voti proprio nel Nord Est e nel Nord Ovest. E i dati dicono che negli ultimi anni la presenza di extracomunitari è aumentata del 16,4% nel Nord Est e del 5,4% nel Nord Ovest, calando invece nel Centro (-4,6%), al Sud (-14,6%) e nelle Isole (-13,3%).
Se l’Unione proseguirà nella sua politica non farà altro che portare voti al centrodestra e mettere a repentaglio la sicurezza degli Italiani. Questi dati servono però anche come monito al centrodestra affinché non sia tentato dal politicamente corretto in materia di immigrazione. L’unica linea possibile è quella della severità, prendendo gli immigrati buoni e impedendo l’ingresso o espellendo quelli che vogliono delinquere.
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Odifreddi, i preti pedofili ed i numeri che non tornano
Pubblicato da Jake su 6 Giugno 2007
Piergiorgio Odifreddi, docente universitario di matematica ed esponente di punta dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, si è arrabbiato perché numerosi quotidiani lo hanno dato per sconfitto ai punti da monsignor Rino Fisichella nella trasmissione «Annozero» dedicata al controverso tema dei casi di pedofilia fra i sacerdoti, benché potesse contare su un arbitro – Michele Santoro – non precisamente imparziale. Come molti allenatori di calcio sconfitti, cerca di rigiocare la partita sui giornali, con lunghi articoli dove scende in campo da solo e si convince di aver vinto. Odifreddi, diventato autore di successo con un libro dove si chiede pensosamente se i cristiani siano cretini o i cretini siano cristiani, si rivela, come già in quella trasmissione televisiva, del tutto refrattario al diritto canonico. Continua a confondere processo canonico e diritto civile, e segretezza del processo e segretezza del delitto. I documenti vaticani di cui si è discusso da Santoro impongono che il processo canonico si svolga a porte chiuse (del processo civile non parlano affatto), e che i vescovi non ne divulghino atti e procedure: ma la sentenza è pubblica e il delitto non è tenuto affatto segreto. La stessa istruzione del 1962 Crimen sollicitationis (oggi peraltro non più in vigore) con cui se la prende Odifreddi minaccia di scomunica non chi denunci un abuso sessuale ma al contrario chi – vittima o testimone – avendone conoscenza non lo denunci. Chi sostiene tesi diverse forse non riesce a capire il latino in cui sono scritti i documenti. Ma non è tutta colpa di Odifreddi: l’avere studiato matematica non prepara a comprendere materie giuridiche dotate di un alto grado di tecnicità.
Odifreddi, però, ha perso la partita televisiva proprio sul suo terreno, quello dei numeri. Parliamoci chiaro: anche un solo prete pedofilo è uno di troppo, e va punito senza se e senza ma. Tuttavia, tutti quelli che citano statistiche – da Santoro a Odifreddi – usano quelle del maggiore studio americano sul tema, condotto nel 2006 dal John Jay College della City University of New York, la più prestigiosa istituzione accademica americana nel campo della criminologia. Ma non tutti le hanno capite. Lo studio del John Jay College parla di quattromila sacerdoti accusati negli ultimi cinquant’anni di rapporti sessuali con minorenni. Accusati non vuol dire condannati: le condanne sono state 105, in qualche caso per transazioni prima del processo ma in molti altri perché i sacerdoti erano innocenti. E i rapporti sessuali con minorenni non equivalgono alla pedofilia, definita dalle leggi e dalla medicina con riferimento ai rapporti con minori prepuberi: se un sacerdote di trent’anni scappa con una minorenne di diciassette tradisce certo il suo sacerdozio, ma non è un pedofilo. I veri e propri pedofili accusati sono stati ottocento, i condannati una quarantina. Troppi: e i vescovi che non hanno vigilato infatti sono stati rimossi, soprattutto da quando di queste vicende ha cominciato a occuparsi con grande severità il cardinale Ratzinger. Colpire con rigore estremo i pochi pedofili travestiti da preti è obbligatorio. Falsificare le cifre è invece un inganno, così come insistere, alla Odifreddi, sul fatto che un tribunale americano su istanza della parte civile ha cercato di incriminare il Papa. In America dare corso a queste istanze è un atto dovuto, e un altro tribunale ha cercato d’incriminare (non è uno scherzo) perfino «Satana e i suoi diavoli». Come per il Papa, ci sono stati problemi di notifica.
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L’Aquila, in 200 alla manifestazione pro Br
Pubblicato da Jake su 4 Giugno 2007
Si è svolta ieri, poco prima di mezzogiorno, la manifestazione promossa dal movimento Olga (Ora di liberarsi dalle galere) e dai Carc, comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, per protestare contro il regime del carcere duro e portare solidarietà alla brigatista Nadia Lioce rinchiusa nel carcere aquilano delle Costarelle e sottoposta al regime di carcere duro del 41bis.
Ingente lo spiegamento di uomini e mezzi delle forze dell’ordine. Circa 200 i manifestanti, che hanno sfilato lungo le vie del centro storico con stelle rosse e nere a cinque punte. Dopo il sit-in di fronte al carcere, la manifestazione è ripresa con slogan e lanci di fumogeni e petardi.
I manifestanti, al grido di «10, 100, 1000 Nassiriya» e slogan contro le forze dell’ordine, Biagi e D’Antona, hanno sfilato lungo le vie del centro storico de L’Aquila. Non si sono verificati incidenti. Sono stati numerosi, però, i muri di palazzi storici imbrattati con scritte a vernice rossa e nera. Le scritte sono state siglate con la A cerchiata.
Alcune espressioni offensive sono state rivolte, in particolare, al Papa e all’agente di Polizia Filippo Raciti. A otto anni dall’assassinio del professor Massimo D’Antona da parte di quelle Nuove Br che Nadia Desdemona Lioce capeggiava, “l’area movimentista-eversiva” è scesa in strada per esprimere solidarietà alla detenuta brigatista e contro il regime di carcere duro previsto dall’articolo 41 bis riservato ai boss e ai condannati per terrorismo. L’obiettivo, come sottolineato dal movimento Olga, è quello di costruire «una rete di solidarietà, come presupposto per la lotta alla tortura dell’isolamento e quindi dell’istituzione carceraria nel suo complesso».
Per precauzione, sono stati tolti i cassonetti lungo il corso cittadino, mentre gli autobus sono stati deviati al terminal di Collemaggio per motivi precauzionali. Al corteo hanno dato la loro adesione molti movimenti antagonisti tra i quali i Carc, coinvolti in più di un’inchiesta sul terrorismo rosso; il «soccorso rosso» e l’«Associazione solidarietà a parenti e amici degli arrestati».
Scritte ingiuriose nella giornata di ieri anche a Bologna, in via Valdonica, la via in cui il 19 marzo del 2002 fu ucciso dai terroristi delle brigate rosse il giuslavorista Marco Biagi. «Terrorista è lo stato»: queste le parole apparse a pochi metri dal portone dell’abitazione del professore.
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Prodi inseguito da fischi e urla
Pubblicato da Jake su 4 Giugno 2007
Una giornata da dimenticare quella di ieri per Romano Prodi, fischiato prima dai “no global” a Trento, e poi anche nella sua Bologna dai giovani di An.
«Vergogna, vergogna, vergogna»: con questo grido 250 manifestanti radunati nel cortile dell’Auditorium di Santa Chiara di Trento per protestare contro l’allargamento della base Usa Dal Molin, hanno “accolto” l’arrivo del premier, in occasione del “Festival dell’economia”.
Tra gli altri cori all’indirizzo del presidente del Consiglio, anche «Libertà per Vicenza» e «Venduto, venduto», mentre qualcuno ha notato cinque giovani che si arrampicavano sulla tettoia di un edificio dell’Auditorium da dove hanno esposto striscioni di protesta per dire un “no” secco e deciso all’allargamento della base Usa.
Da ieri mattina presto, Prodi era atteso anche dagli esponenti dello “Spazio aperto no inceneritore-no Tav” di Trento e del comitato “No Tav-Kein Bbt” di Bolzano, tutti muniti di pentole, fischietti e bandiere bianche, pronti a dire la loro. Il presidente del Consiglio, nonostante la folla di contestatori, è comunque riuscito ad entrare nell’auditorium: ma anche all’interno dell’edificio sono proseguite le contestazioni.
Una trentina di militanti del “No Dal Molin”, infatti, hanno aspettato il suo ingresso per poi alzare delle bandiere appena Prodi ha cominciato a parlare nella sala dell’Auditorium in occasione del convegno. Tutti in piedi, hanno lanciato slogan contro il governo urlando “governo vergogna, Vicenza non è in vendita”.
Slogan, fischi e urla. Il presidente del Consiglio ha interrotto il suo intervento e il coordinatore del dibattito, Ferruccio De Bortoli, direttore del “Sole 24ore” ha consentito a una giovane contestatrice, Cinzia Bottene, volto e anima della protesta di Vicenza, di salire sul palco e, in un minuto, a esprimere le proprie ragioni. La rappresentante del movimento ha detto che da un anno a Vicenza si sta lottando perchè non venga costruita una base vicina al centro storico a 15 metri dalle case e a 1.400 metri dalla Basilica Palladiana. «È una vergogna – ha detto – che la città non venga sentita dal governo. Non c’è stato neanche permesso un referendum». La ragazza ha quindi concluso rivolgendosi al presidente del Consiglio: «Mi dispiace presidente perchè io l’ho votata sulla base di un programma che escludeva le servitù militari e proponeva la democrazia partecipata». «Ci stanno trattando in maniera ignobile – ha concluso – nel programma si parlava di democrazia partecipativa. Chiediamo solo correttezza».
Il premier, che era rimasto impassibile durante l’intervento della giovane contestatrice, è quindi tornato a parlare riprendendo il discorso dal punto in cui lo aveva interrotto in seguito alle proteste, senza replicare alle contestazioni che gli erano state rivolte. I manifestanti che avevano bloccato l’uscita del parcheggio dove si trovano le auto della scorta di Romano Prodi, sono stati “spostati” dai poliziotti, ma i loro compagni hanno continuato a protestare usando fischietti e tamburi.
Tra i dimostranti e la polizia in assetto antisommossa sono scoppiati alcuni tafferugli. Su uno striscione appeso sul retro della sala è comparsa anche la scritta “Basta cariche, no alla discarica”. Il presidente del Consiglio, insieme alla moglie, ha dovuto lasciare il convegno da un’uscita secondaria.
Dissenso nei confronti di Prodi è stato manifestato ieri mattina anche sotto casa sua, a Bologna. Circa 150 persone si sono presentate sotto l’abitazione del presidente del Consiglio, esibendo uno striscione con la scritta «Una vergogna speciale» e gridando slogan come «Silurato speciale vergogna nazionale». Lo ha riferito Galeazzo Bignami, consigliere comunale di An a Bologna che ha preso parte alla protesta. «Si tratta di un’iniziativa organizzata ieri sera (sabato, ndr) per testimoniare il dissenso che c’è nel Paese», ha spiegato Bignami.
«Abbiamo scandito slogan come “Silurato speciale vergogna nazionale” – ha raccontato Bignami – Siamo andati in piazza Santo Stefano, che dista circa 150 metri da casa di Prodi, siamo rimasti lì e abbiamo fatto una nostra manifestazione. Poi ci siano spostati verso via Gerusalemme, dove abita Prodi. In silenzio una decina di ragazze hanno portato uno striscione fin sotto casa del presidente del Consiglio su cui era scritto “una vergogna speciale”». «Il corteo – ha precisato Bignami – è stato assolutamente pacifico, c’erano circa 150 persone».
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Bertinotti: meglio la Cgil delle politiche familiari
Pubblicato da Jake su 13 Maggio 2007
La famiglia non è nell’agenda della maggioranza di centrosinistra. A dirlo chiaramente, lasciando nel cassetto le ambiguità dei vari Rutelli, Mastella, Fassino, Bindi, è Fausto Bertinotti, leader comunista e presidente della Camera. Disinteressandosi del suo ruolo istituzionale, che dovrebbe spingerlo a dichiarazioni più caute, ha posto fine alle incertezze di chi ancora credeva questo governo interessato alla famiglia. «Le manifestazioni, specie se di massa, vanno indagate e rispettate – ha detto Bertinotti – peró continuo a pensare che porre i problemi come sono stati posti oggi (ieri per chi legge, ndr), non sia il modo migliore per affrontarli. Preferisco complessivamente la piazza del Primo Maggio a Torino dove potevano stare tutti sotto bandiere diverse ma in modo unitario». Il presidente della Camera ha sottolineato l’importanza di avere «la capacità di mettersi in ascolto della piazza giusta» che, a suo parere, è quella della festa dei lavoratori organizzata da Cgil, Cisl e Uil, che ha posto problemi di «giustizia sociale», come la redistribuzione del reddito che deve essere «al centro dell’agenda politica». In questo senso Bertinotti ha definito le manifestazioni di ieri «fuorvianti rispetto ad un’agenda vera: rischiano di fissare impedimenti reciproci verso una società che invece ha bisogno di una spinta al cambiamento». Quindi, secondo l’ex segretario del Prc, il milione e mezzo di persone sceso in strada per reclamare politiche per la famiglia non meritano ascolto, mentre Cgil, Cisl e Uil godrebbero di questo privilegio. Fausto da tempo dice di non essere mai stato comunista. Ma chissà perchè, non riesce a convincerci.
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Gli stranieri sono il 4% della popolazione ma compiono il 35% dei reati
Pubblicato da Jake su 11 Maggio 2007
Paradossalmente a dire la verità più scomoda per il Governo Prodi è stato il ministro degli Interni Giuliano Amato, co-firmatario insieme al collega Paolo Ferrero del ddl che scardinerà la legge Bossi-Fini liberalizzando, di fatto, l’immigrazione: pur rappresentando solamente il 4% della popolazione italiana, infatti, gli stranieri nei primi nove mesi del 2006 sono stati destinatari del 36,5% delle denunce complessivamente sporte. Il dato emerge dall’«indagine conoscitiva sulla sicurezza in Italia» illustrata dal titolare del Viminale alla Commissione Affari Costituzionali della Camera. «In molte aree del Paese – spiega il documento – il principale elemento di preoccupazione degli italiani sembra essere costituito dalla presenza di extracomunitari che spesso produce una sensazione di “assedio”».
Lo studio, dunque, oltre a certificare il sentimento di accerchiamento che va sempre più diffondendosi fra gli italiani, fornisce dati che paiono ampiamente giustificarlo. Gli immigrati, in effetti, sono responsabili di una quota-parte del totale dei reati commessi ben sette volte superiore alla loro dimensione relativa: il 35% a fronte del 4%. Ma c’è di più. Tale preoccupante propensione a delinquere, infatti, è aumentata di oltre tre punti percentuali tra il 2005 e il 2006, passando dal 33,41% al 36,5%. Dati su cui gli appiccicatori di etichette razziste e xenofobe dovrebbero riflettere.
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Ferrero: leghisti fascisti
Pubblicato da Jake su 7 Maggio 2007
Non si contano quasi più le sparate del ministro Paolo Ferrero. Ogni giorno il titolare del dicastero della Solidarietà vuole lasciare la sua impronta sui media. Spesso ci riesce, il rischio è di diventare ripetitivo. Sicuramente le sue accuse al centrodestra e alla Lega Nord hanno stancato. Ieri l’esponente di Rifondazione Comunista era a Pordenone per la prima Conferenza regionale sull’immigrazione del Friuli Venezia Giulia ed è ripartito all’attacco del centrodestra.
«Alla Destra di casa nostra non gliene frega niente di risolvere i problemi, nè degli italiani, nè degli immigrati. Fa solo un’operazione demagogica per recuperare dei voti sulla paura» ha spiegato, per poi aggiungere che «qui ci sono tutte le associazioni della società civile che si occupano di immigrazione: dagli imprenditori ai sindacati, dalla Caritas agli imprenditori agricoli, che chiedono di modificare la situazione attuale. Questa Destra somiglia molto al movimento fascista e nazista. Allora erano gli Ebrei – ha proseguito, nel suo delirio, Ferrero – adesso sono gli immigrati. La logica è esattamente la stessa. Io penso che le cose vadano chiamate col loro nome – ha concluso – quella roba lì è fascismo».
«Ma quale fascismo – replica Ettore Pirovano, senatore del Carroccio – Ferrero, dall’alto della sua profonda ignoranza, forse voluta, non ha capito che la Lega vuole tutelare la gente del Nord e la dignità degli stessi immigrati che quando entrano nel nostro Paese devono poter lavorare e avere una casa senza essere costretti a delinquere. Qualcuno, al contrario, piuttosto che pensare a come dar loro i mezzi per mantenersi autonomamente, si limita a cercare nuovi voti». Ferrero è impegnato in un tour per il Paese e per la Padania nel tentativo di giustificare agli occhi della gente il provvedimento Amato-Ferrero che la maggioranza a Roma vorrebbe trasformare presto in legge, una nuova normativa sull’immigrazione che andrebbe a cancellare la Bossi-Fini. Peccato che le file ai gazebo della Lega, che sta raccogliendo le firme in preparazione ad un referendum per abolire la nuova eventuale legge, stiano mandando in frantumi i sogni sinistri innervosendo il ministro comunista. «Collegare omicidi che ci sono stati, che vanno condannati e le persone che li hanno fatti messe in galera, a un ddl che è stato presentato e che non è in vigore, un atto di demagogia politica inaccettabile»: ha affermato Ferrero, aggiungendo che questa demagogia «usa il sangue delle persone morte per avanzare cose che non c’entrano nulla». «Attualmente – continua Ferrero – in Italia è in vigore la legge Bossi-Fini, i romeni non sono più cittadini extracomunitari. Dire che non va approvato un ddl sull’immigrazione perchè ci sono stati atti di violenza è una cosa che non si può fare in politica. Per questo ho dato quei giudizi sulla Lega che ha avanzato queste proposte». «I fatti sono fatti – risponde Pirovano – il resto è roba da vetero comunisti, Ferrero vada a fare il ministro a Cuba». Ma gli imprenditori che chiedono più immigrati? E la Caritas che li aiuta? «Paradossalmente hanno interessi comuni con i comunisti: gli imprenditori vogliono manodopera a basso costo; la Caritas prende soldi per aiutare gli immigrati e la sinistra cerca voti». Ma Pirovano è preoccupato del progetto Amato-Ferrero? «Preoccupato? Direi terrorizzato – afferma – è un modo incosciente di affrontare il problema eliminando ogni regola e spalancando i confini. Se dovesse diventare legge la conseguenza sarebbe una marea montante di razzismo per reazione. E la colpa andrebbe interamente alla sinistra».
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Bagnasco, doppio gioco dell’Unione
Pubblicato da Jake su 1 Maggio 2007
Per il presidente della Camera dei deputati Fausto Bertinotti, tutto è scontato. Al presidente della Conferenza episcopale italiana Angelo Bagnasco viene recapitata una lettera con un bossolo di pistola? Minacciose scritte intimidatorie compaiono sui muri di mezza Italia nei suoi confronti? Niente paura, il presidente Bertinotti dice cose «scontate». Proprio così, letterale. «La mia solidarietà e la mia condanna sono “scontate”, ha detto Bertinotti a Repubblica parlando delle nuove minacce al presidente della Cei.
Ma già due battute dopo, l’ex sindacalista svela il suo vero intento: «La laicità dello Stato è elemento fondativo delle istituzioni», e aggiunge che «bisogna avere l’ambizione di realizzarla ogni giorno». Le parole di Bertinotti hanno fatto rabbrividire il parlamentare di An Alfredo Mantovano. Bertinotti, ha spiegato Mantovano, «oggi manifesta solidarietà al presidente della Cei e condanna la violenza. Ma ieri, cioè giovedì 26 aprile, non ha speso una sola parola per dissociarsi dall’attacco che due parlamentari europei di Rifondazione comunista (più un Verde) hanno rivolto a Strasburgo a monsignor Bagnasco, accusandolo di “omofobia”. E si sa che chi tace…. I proiettili – ha concluso l’esponente di An – non vagano nella corrispondenza se qualcuno non convince che il destinatario è un nemico».
Si sta assistendo a una «deriva di carattere generale, parallela a certe battaglie politiche», secondo il politologo don Gianni Baget Bozzo, che ha ricordato che Genova è la città da cui è partita l’attacco allo Stato da parte delle Brigate rosse.
Il «clima anticlericale sta peggiorando sia in Italia sia in Europa», ha spiegato la senatrice teodem della Margherita Paola Binetti, richiamando anche quanto successo a Strasburgo. «Alcuni partiti, a furia di gridare all’ingerenza ecclesiastica, creano odio verso la Chiesa e istigano le frange estremiste. Questi sono i risultati. Addolora e preoccupa vedere come i politici che sono l’espressione in Parlamento del laicismo non condannino apertamente questi gesti di vergognoso squadrismo. Chi semina odio arma la mano del fondamentalismo ideologico più violento. Si vuole tenere la Chiesa sotto tiro ma si ottiene l’effetto opposto. Non temiamo il martirio», ha dichiarato il cardinale Julian Herranz della Curia romana a La Stampa. Il presidente emerito Francesco Cossiga chiama in causa Romano Prodi: «Sono “gravi” le dichiarazioni del premier sulla Cei e sul suo presidente», afferma Cossiga, che sottolinea come mai i vescovi abbiano avuto «bisogno di protezione» dalle forze dell’ordine. «Gravi – sottolinea Cossiga – le dichiarazioni del premier Prodi», secondo le quali «una parte delle gerarchie si opporrebbe ai programmi del Governo: quali gerarchie, il cardinal Ruini e monsignor Bagnasco o forse anche il Vescovo di Roma?», si chiede Cossiga. «E quali programmi: i Pacs, i Dico, le adozioni da parte di non eterosessuali, l’eutanasia? Venga il Partito democratico e abbia una guida laica di origine comunista come la Finocchiaro o Bersani: noi cattolici -conclude Cossiga- ci sentiremo più tutelati».
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Una lettera dei Carc inguaia Diliberto
Pubblicato da Jake su 1 Maggio 2007
Per qualcuno che pensa che l’onorevole Oliviero Diliberto sia un parlamentare della Repubblica, leader di un partito che è parte integrante della maggioranza di governo, c’è qualcun altro che cerca di dimostrare quanto invece un piede border line il segretario del Pdci ce l’abbia. E il giallo continua. Una lettera aperta che i Carc (Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo) – organismo tutt’altro che parlamentare – indirizzano all’onorevole Diliberto riporta all’attenzione dell’opinione pubblica una firma che proprio Diliberto avrebbe apposto in sostegno a un appello “contro la persecuzione dei comunisti”.
La lettera, imbarazzante, invita il leader comunista a uscire allo scoperto. E fa seguito alla dichiarazione-smentita che il 27 aprile scorso il Corriere della Sera riportava virgolettata proprio a nome Diliberto. «Smentisco categoricamente – si legge sul quotidiano nazionale – di aver mai aderito a una campagna che usa toni così fuori luogo, anzi mi riservo di querelare chi ha usato il mio nome impropriamente». Ma all’annuncio di querela i Carc rispondono con altrettanta determinazione e certezza. «Siccome noi sappiamo, come tu stesso sai, che la firma l’hai apposta (il giorno della manifestazione per la Palestina a Roma il 17 novembre 2006) e lo hai fatto con coscienza e attenzione, è chiaro che vogliono farti passare per un personaggio che non sa quello che firma, superficiale, influenzabile e disattento». Che dire? Il giallo continua. Sentito, il portavoce del segretario Pdci rimanda al medesimo virgolettato di smentita senza aggiungere altro commento. Ma, quasi a voler dimostrare che firma era stata fatta, in coda alla lettera dei Carc c’è un eloquente post scriptum: «Chiaramente – recita il ps – se invece ciò che riporta il Corriere è vero, e tu realmente vuoi fare marcia indietro perché ti sei pentito della solidarietà espressa e vuoi ritirare la firma, basta che ci invii una e.mail e provvederemo a cancellarla». La questione non è di poco conto: se è vero che l’onorevole Diliberto è il numero uno di un partito che sostiene il Governo Prodi, è altrettanto vero che esistono legami tra i Carc e le nuove Br. Nell’ultima infornata di arresti, avvenuta lo scorso febbraio tra Torino, Milano e Padova, spiccavano anche nomi che nei rapporti del nucleo antiterrotismo risultavano legati proprio ai Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo. Di più, solo qualche giorno fa, il 25 aprile per l’esattezza – ma l’episodio non è isolato – striscioni inneggianti alla scarcerazione dei brigatisti campeggiavano in piazza a Milano proprio a firma Carc. Insomma, non sarebbe bello sapere che un partito di Governo “appoggia” un simile organismo…
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Prodi: via i negri
Pubblicato da Jake su 24 Aprile 2007
Via i negri dall’Italia. Firmato: Romano Prodi. Ma sì, proprio lui, il santo patrono del nuovo Partito democratico: chissà che ne diranno ora i militanti che si sono affrettati a riempire il pantheon piangente con le icone di Nelson Mandela e Martin Luther King. Chissà cosa diranno i cuori puri dell’integrazione a tutti i costi, del multiculturalismo senza se e senza ma, dei cortei arcobaleno perché in fondo, «siamo tutti un po’ cinesi, arabi e pakistani». Prodi scriveva proprio così: non aprite le porte ai negri. Diceva proprio: «negri». E domandava: con tutti i problemi che abbiamo dobbiamo aggiungere quelli di una «difficile convivenza razziale»? E poi, ancora, insisteva: «Vogliamo proprio aprire le porte ai lavoratori stranieri» con tutti i disoccupati italiani che ci sono?
Roba che Borghezio, al confronto, è veltroniano. Roba che se la sente, un lumbard della Valbrembana s’iscrive al Partito democratico su due piedi. «Via i negher, chi è che lo dice? Prodi? Ma va? Si chiama Romano, ma l’è dei noster, un brau fiò, quasi quasi lo voto». Roba che oggi sì e no trova spazio, con questi termini, nelle pagine più dure e pure della Padania, in qualche circolo del profondo Nord, nei gazebo dei giovani figli di Alberto da Giussano. Invece no: è proprio Prodi. Ufficiale. Firmato.
L’articolo risale al 19 agosto 1977. Un anno in cui, per la verità, di scemenze se ne sono dette parecchie, e questa è un attenuante per il presidente del Consiglio. Forse c’era un virus quell’anno, un’influenza particolarmente aggressiva nei confronti dei neuroni del cervello che è arrivata fino alle prime pagine del prestigioso Corriere della Sera, dove è stato pubblicato lo scritto prodiano. L’editoriale commentava una notizia ritenuta dal futuro premier del centrosinistra davvero molto preoccupante: a Reggio Emilia erano stati appena censiti 115 lavoratori arabi. Centoquindici, capite? Un dramma nella pacifica terra dell’aceto balsamico. A ripescarlo è stato il settimanale Il Diario, nel suo ultimo numero dedicato al 1977. Titolo della pagina: «Quando il Professore non voleva i negri». Impietoso, per essere un settimanale assai vicino al centrosinistra.
Del resto, come si sa, ognuno in gioventù ha avuto le sue debolezze. Bocca pubblicava scritti antisemiti, Fo dava la caccia ai partigiani, Ingrao diventò «poeta di Mussolini» con una composizione epica sulla bonifica delle paludi pontine: si può forse accusare Prodi per essere stato un po’ razzista contro i negri? Suvvia, a parte il fatto che ci sono alti esponenti della cultura progressista che razzisti lo sono ancora oggi, e solo per via del fatto che gli extracomunitari non sanno cuocere il bollito, ma poi tutto sommato cosa c’è di sbagliato in quello che dice Prodi? Tranne l’espressione «negri», che ora non si usa nemmeno più tra i nostalgici del Ku klux klan, il resto è ragionevolezza padana allo stato puro. Verrebbe da dire: una delle cose più sensate che Prodi abbia detto in vita sua.
Certo, a lui forse scoprirsi proto-leghista, bossiano ante litteram, anticipatore delle linee guida dell’ala estremista del Carroccio, messo lì a metà strada tra Boso e il miglior Calderoli, un po’ Rauti e un po’ Le Pen, non farà piacere. Soprattutto, non farà piacere ai suoi compagni di viaggio del politicamente corretto Partito democratico. Come faranno la prossima volta ad attaccare la Bossi-Fini? Come faranno ad accusarla di essere una legge razzista? Come faranno a demonizzare i cortei che chiedono sicurezza nelle città? Come faranno a dire che desiderare maggiori controlli sugli stranieri significa tradire il sacro principio di solidarietà? In confronto a Prodi, che voleva «chiudere le porte ai negri», la posizione di qualsiasi guardia padana appare ormai come fin troppo moderata.
È vero: tutto cambia col tempo. Anche Rutelli, in fondo, prima di diventare maestro di catechismo, sfidava il Papa tenendo comizi a favore dell’aborto in piazza San Pietro. E non c’è nulla di strano, dunque, se Prodi prima di diventare il leader del partito che promuove integrazione e accoglienza, scriveva: negher fora dai ball. L’unica cosa che sorprende un po’ è l’analisi economica che sta sotto a questo profondo pensiero. Il futuro premier, infatti, nel 1977 prevedeva: le imprese non potranno mai dare lavoro insieme ai nostri disoccupati e agli immigrati. La realtà di oggi è sotto gli occhi di tutti: mai stati tanti immigrati, mai stati così pochi disoccupati. Ma che ci volete fare? Come leghista Prodi ha un futuro radioso. Ma sull’economia, si sa, non ci ha mai azzeccato nulla.
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I Dico e la libertà
Pubblicato da Jake su 13 Febbraio 2007
È in arrivo un vagone di cause per gli avvocati. I Dico, nuovo nome d’arte dei Pacs, avranno questo effetto: moltiplicare le cause davanti ai giudici, arricchire gli avvocati. La richiesta di ratificare le coppie di fatto, etero e omosessuali, proviene solo da una piccolissima minoranza. Agli altri, secondo buon senso, bastava l’elementare alternativa: se intendevano vivere la loro unione giorno per giorno, preferivano lasciarla così com’è, libera e privata, assolutamente fuori da ogni anagrafe pubblica e da ogni impegno formale. Coloro che viceversa pensavano di regolarizzare la loro unione avevano la via più semplice, unirsi in matrimonio magari solo civile. Adesso, se dovesse passare il Dico, il rischio più probabile è che si apra una serie di contenziosi tra partner, in cui uno vuole incastrare l’altro che vuol sottrarsi; e lo stesso può accadere anche tra persone che non sono propriamente una coppia, ma hanno forme di convivenza di varia natura, in un arco che oscilla dal parente alla colf, dalla geisha all’amante occasionale. Se la legge ti permette di lucrare, di subentrare nell’affitto e magari poi non pagare, di partecipare agli utili dell’azienda, di ricevere soldi, assistenza e altro, perché non tentare la strada, magari quando il rapporto sta per rompersi, o semplicemente perché non c’è mai stato un vero rapporto di coppia? Non bastava il capitolo sanguinoso delle separazioni, dove ex mogli e in minor misura ex mariti cercano di lucrare e/o di inguaiare l’ex coniuge, e di vivere parassitariamente la loro esistenza e le loro nuove unioni (magari con altri parassiti che hanno fiutato di poter campare a loro volta alle spalle della mantenuta); adesso si mettono anche i rischi di coppie, vere, verosimili e presunte, che si sfasciano ricorrendo al giudice, con tanto di avvocati impegnati a dimostrare che ci sono tutti i requisiti per entrare nell’orbita dei Dico. Sfruttatori alla riscossa.
Insomma, anche a voler prescindere dalla difesa della famiglia o dalle coppie gay, i Dico rischiano di essere un altro capitolo rovinoso della giustizia ingiusta del nostro paese, che difende gli sfruttatori e i parassiti, e non solo e non tanto i cosiddetti più “deboli”. Sotto le vesti di una legge che riconosce un’ulteriore libertà ai cittadini, nasce invece un altro vincolo, un’altra catena, e un’altra persecuzione per i cittadini. Neanche le unioni libere saranno più libere. Uno evita di sposarsi o è scottato da una pesante esperienza matrimoniale, e si ritrova dalla finestra quel che ha rigettato dalla porta…
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La donne alzino la voce contro la violenza islamica
Pubblicato da Jake su 8 Febbraio 2007
È ormai passata senza eccessivi clamori né prese di posizione la notizia che in una moschea di Verona nell’agosto del 2005 un imam regionale ( leader dei fratelli musulmani, richiuso in carcere in Egitto ed espulso dagli Stati Uniti per apologia al terrorismo) esordiva al termine del suo sermone con questa frase: “potete picchiare le mogli”.
Una guida spirituale come si vede dal passato inquietante, le cui parole pesano come macigni sui cervelli dei fedeli che affollano le moschee! Gli effetti catastrofici infatti , si sono palesati subito in un marocchino di 46 anni, tale Moustapha Ben Har, conosciuto per il suo carattere violento . La sua vittima preferita però era sempre la moglie che non veniva risparmiata neanche in gravidanza (le saltava sulla pancia per procurarle un aborto ed in un caso ci è pure riuscito).
Una belva che non ha esitato a cogliere la voce del suo istinto di padrone assoluto e misogino per scagliarsi anche quella sera stessa contro la moglie, prigioniera, in quanto privata dei documenti e costantemente minacciata del sequestro dei 2 figli. Una trappola mortale che per anni l’aveva ridotta all’impotenza e alla cancellazione del proprio ego.
La denuncia verso quel truce equivaleva ad una ritorsione, la peggiore per una madre mentre il silenzio le consentiva di tenere con se i figli, unico scopo di vita! Amal, trascorreva così le giornate di giorno a lavorare per mantenere la famiglia ed i vizietti del marito : al rientro l’aspettava la cura della casa, i compiti di madre e la coercizione, a suon di botte, ad essere amante di un uomo, che solo chiamarlo tale è improprio.
Le cose vanno avanti così per anni fino a quella sera del massacro quando il marito rifacendosi alle parole dell’imam la definisce alla stregua di un “accessorio per…” “un essere senza anima, come le pecore”. Parole e violenza fisica che hanno suscitato il lei un ultimo esasperato scatto di orgoglio. Con la forza della disperazione di chi sa di avere toccato il fondo, lo denuncia. Questo caso si accomuna ad altri sparsi sul nostro territorio, che emergono però solo nel triste epilogo finale, come quello di Hina che si era troppo “occidentalizzata” ma la statistica sulla vera ricognizione della condizione della donna islamica sottomessa trova ancora troppi tabù!. Non c’è la volontà politica, non ci sono protezioni né canali in ambito sociale verso queste donne troppo spesso lasciate sole ed isolate. Le donne della sinistra in lotta per l’emancipazione della donna del post ’68 sono assenti sulla questione.
Anche il ministro delle pari opportunità Barbara Pollastrini , dopo le promesse del caso Hina ha rimesso nel cassetto leggi coraggiose contro le violenze perpetrate a tutte le donne anche a quelle ospiti nel nostro Paese. Al di là della retorica rimangono le analisi.
Dall’articolo di Magdi Allam emergono ancora una volta le contraddizioni della vera integrazione, che deve passare attraverso l’accettazione delle nostre regole ed il rispetto delle nostre leggi. I principi fondamentali della società civile vengono sanciti da quel capolavoro perfezionabile perché ormai datato (22 dicembre 1947) chiamato costituzione. Il contrasto tra due società, la nostra fondata sul rispetto di questi dettati giuridici e la loro che si pregna sul Corano le cui sunne sono per gli islamici parola di Dio. Una di queste è centrale al tema dei diritti individuali ed in esatta contrapposizione alle nostre leggi.
Il versetto IV , 34 contenuto nel Corano adottato in quasi tutte le moschee d’Italia dall’Ucoii che dice: «Gli uomini sono preposti alle donne, perché Dio ha prescelto alcuni esseri sugli altri…: quanto a quelle di cui temete atti di disobbedienza, ammonitele, poi lasciatele sole nei loro letti, poi battetele».
Il segretario nazionale dell’Ucoii, Hamza Roberto Piccardo a commento dice che il Corano offre gli strumenti per fronteggiare l’insubordinazione della donna, offrendo i mezzi all’uomo prima di giungere all’atto estremo del divorzio. Per noi donne libere ed emancipate queste affermazioni sono deliri farneticanti di soggetti maschilisti e retrogradi.
Come soggetto politico ma principalmente come donna emancipata ma ribadisco libera, anche di pensare, condannerò ogni volta, prima con l’arma della scrittura e poi con i mezzi a mia disposizione tutte le forme lesive della dignità della donna, procreatrice e baluardo del nucleo fondante della società naturale: la famiglia.
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«L’aggressione a Modena ricorda i raid nazisti»
Pubblicato da Jake su 8 Febbraio 2007
Dopo la grave aggressione ai giovani padani modenesi che sabato scorso, davanti alle scuole superiori Galileo Galilei di Mirandola avevano allestito un gazebo, ora sarà responsabilità del Viminale dare delle risposte su quanto successo.
«Ho presentato un’interrogazione urgente al ministro Giuliano Amato sui fatti accaduti nella bassa Modenese, – ha affermato il segretario nazionale della Lega Nord Emilia Angelo Alessandri – che è stata sottoscritta anche dal collega onorevole Paolo Grimoldi, coordinatore federale del Movimento Giovani Padani. Non è la prima volta e purtroppo non sarà l’ultima. Nelle nostre terre il rispetto va tutelato. Un gruppo di extracomunitari ha minacciato, insultato, scalciato e bruciato: ma non ricorda eccessi nazifascisti tutto questo? E il sindaco si sarà mosso o, come spesso avviene in Emilia, avrà fatto finta di nulla andando sul solito Aventino? Chiederò al ministro dell’Interno di attivarsi – ha aggiunto Alessandri – affinché questi pericolosi sintomi da banlieu emiliana siano fermati subito. Sono vicino ai giovani padani modenesi e li invito a tenere duro, mai mollare, perché siamo gente perbene che esprime idee che la nostra gente condivide. Nel torto sono gli altri, i violenti alla faccia dell’integrazione, e quegli amministratori di sinistra che – ha concluso il deputato del Carroccio – per ignavia politica continuano a gettare le basi per situazioni sempre più ingestibili e quindi politicamente disastrose».
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Spunta il permesso di soggiorno per gli stranieri
Pubblicato da Jake su 7 Febbraio 2007
Anche nei Pacs il Governo non ha mancato di pensare agli extracomunitari. La bozza di legge estenderebbe la possibilità di concessione del permesso di soggiorno per gli extracomunitari che convivono con gli italiani. Via libera, dunque, alle truffe finalizzate ad assicurarsi il permesso di soggiorno. E da Roma, ieri il sottosegretario all’Interno Marcella Lucidi ha annunciato importanti novità sulla riforma del testo unico sull’immigrazione: «Avverrà con un disegno di legge delega che introdurrà maggiore flessibilità e una pluralità di canali di accesso dei lavoratori extracomunitari, senza alcuna sanatoria che avrebbe delle impossibilità dettate dall’Unione europea». Con la riforma del testo unico gli immigrati «potranno avere ingresso con chiamata, ingresso con sponsor associativo e ingresso con sponsor individuale o autosponsorizzazione. Al momento restano alcune perplessità invece sulla creazione di liste di lavoratori presso Paesi di provenienza».
Nel prossimo decreto flussi – ha annunciato Lucidi – «ci sarà maggiore flessibilità nei flussi triennali, con rubinetti che si apriranno o chiuderanno a seconda della domanda. Questo consentirà un miglioramento della capacità di indagine sull’effettiva domanda di lavoro dall’estero perché, soprattutto in agricoltura, c’è un gap tra fabbisogno ufficiale e ricorso alle assunzioni in nero, forse anche per la difficile praticabilità della gestione regolare delle quote degli stagionali».
Il Governo, dunque, ha in mente una velocizzazione delle procedure che dal prossimo decreto flussi per 80 mila stagionali «incoraggeremo anche tramite un sito internet del ministero dell’Interno dal quale le associazioni datoriali potranno scaricare la modulistica per le assunzioni regolari. Nella riforma della legge guardiamo con molto interesse alla proposta, avviata dalle parti sociali presso il ministero dell’Agricoltura, di permettere ai lavoratori stagionali di lavorare presso più datori di lavoro».
Porte aperte, dunque, agli extracomunitari. E proprio oggi e domani la Commissione Affari Costituzionali riprenderà la messa a punto del ddl governativo finalizzato a rivedere la vigente normativa sulla concessione della cittadinanza con il riconoscimento del diritto a cittadini extracomunitari residenti nel nostro Paese e con contratto di lavoro.
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«Noi lavoriamo, loro rubano. Via gli zingari»
Pubblicato da Jake su 7 Febbraio 2007
Il primo impatto è l’odore acre dell’urina che ristagna contro le pareti. Poi ci sono feci disseminate ovunque. Un iperbolico slalom tra barili affumicati dalle fiamme e bottiglie svuotate e cartacce e sacchi buttati agli angoli delle strade e mozziconi di sigaretta e resti di pasti consumati nei giorni scorsi. A Fara Gera d’Adda, nel quadrilatero della zona artigianale, il passaggio dei nomadi ha lasciato ancora una volta i segni di una profonda inciviltà: i bocchettoni rossi anti-incendio sono stati divelti per poter lavare le roulotte, i cavi elettrici strappati per cercare un allaccio abusivo, i parcheggi usati come discarica a cielo aperto. Dopo due anni di stanziamenti abusivi, il “Comitato delle aziende della zona artigianale” ha chiesto l’intervento dell’amministrazione comunale per far fronte «all’emergenza igienico-sanitaria causata dal sostare della comunità nomade». In tutta risposta il sindaco, Valerio Piazzalunga, ha spostato «temporaneamente» roulotte, panni sporchi e comunità nomade nel parcheggio del centro sportivo. Ma assicura: «Entro domenica se ne devono andare».
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Nato: l’Italia è diventata inaffidabile
Pubblicato da Jake su 7 Febbraio 2007
La domanda è circolata ieri in lungo e in largo nella capitale: ma Massimo D’Alema «sapeva», come lascerebbero pensare le rivelazioni di ieri dell’ambasciata olandese a Roma – tanto da avvalorare la tesi di chi (verdi, qualche prodiano) lo vede fregarsi le mani per le difficoltà di tenere in vita la maggioranza – o invece era completamente all’oscuro della lettera dei sei ambasciatori che hanno chiesto la permanenza del contingente italiano in Afghanistan, come si è teso a far credere due giorni fa?
Nessuna risposta, ovviamente. Ma strane cose avvengono alla Farnesina di questi tempi. Il fatto stesso che da Seul – dove si trovava il ministro degli Esteri – si sia evocata la «convinzione» che la comunicazione a Washington della missiva voluta da Spogli fosse avvenuta «a livello di funzionari e non politico», affondata senza pietà pochi attimi dopo da quel «lodevole» espresso dal dipartimento di Stato, dimostra abbondantemente lo stato di confusione che si vive al ministero degli Esteri. Dove gli equivoci si susseguono agli equivoci. Un conto è discuterne in patria, con la sinistra radicale, con cui ci si può arrabattare in qualche modo. Altro è dovere spiegazioni ad alleati che mostrano di non poterne più. È dal vertice Nato di Riga, ad esempio, che si va discutendo apertamente della necessità di prepararsi contro una possibile offensiva primaverile talebana in Afghanistan. Tony Blair lo disse chiaramente in Lettonia, che le truppe britanniche non potevano esser le sole ad affrontare i rischi dello scontro. Si chiesero uomini e mezzi. L’Italia fece finta di nulla. Così come a Bruxelles, la settimana scorsa, dopo mesi in cui il segretario generale dell’alleanza De Hoop Scheffer andava ripetendo che «se vogliamo avere successo occorre che le necessarie risorse civili e militari siano fornite», il nostro ministro degli Esteri – fatto sapere che Condoleezza Rice «ringraziava l’Italia per l’Afghanistan e per Vicenza» – smentiva fosse stato reclamato alcunchè: «Nessuno ha chiesto nulla di particolare all’Italia».
A Washington, ma anche a Bruxelles, sale la convinzione che l’Italia sia sempre più inaffidabile. Appena 7 mesi fa D’Alema fu accolto con simpatia nella capitale Usa. Spiegò che dovevamo ritirare i nostri uomini dall’Irak in quanto così si era promesso in campagna elettorale, ma garantì che in Afghanistan avremmo tenuto fede ai patti, che il legame con gli Usa si sarebbe rafforzato grazie alla nostra «sincerità». La crisi libanese parve avvalorare l’impegno: Roma si fece promotrice della conferenza tesa all’invio di truppe Onu per bloccare i combattimenti tra israeliani ed hezbollah. Ma da quel momento in poi le cose cambiano: prima le polemiche – tenute sotto controllo – sul disarmo degli uomini di Nasrallah e il braccio di ferro su Damasco (l’Italia voleva dialogare coi siriani). Poi le strizzatine d’occhio ad Ahmadinejad da parte di Prodi.
Ancora, l’inattesa astensione italiana all’Onu per l’elezione del membro sudamericano al Consiglio di sicurezza, con la Rice che espresse tutto il suo disappunto a D’Alema per l’appoggio di fatto dato al venezuelano Chavez. Infine la questione delle basi Usa in Italia: non solo Vicenza – con le titubanze di palazzo Chigi e l’opposizione che resta decisa da parte della sinistra radicale – ma anche le mozioni e le manifestazioni già annunciate per Gaeta (da cui peraltro è già previsto uno sgombero), e per Taranto (che dovrebbe divenire la nuova base della sesta flotta). Senza contare l’irrituale – quella sì – presa di distanza dall’alleato americano in occasione dei raid in Somalia in aiuto al governo legittimo contro gli uomini di Al Qaida.
Troppi distinguo, insomma. Il «caro Max» non è più quello che permise a Clinton di bloccare gli eccidi in Kosovo. «Pare più un uomo di partito che di governo – fanno sapere dall’ambasciata di via Veneto – e convinto di dover tenere comunque unita tutta la sinistra». Quel che vorrebbero conoscere più a fondo è il perché di questo atteggiamento: lo fa per evitare di sentirsi dare del complottista o perché ha sposato davvero una linea di incomunicabilità con seri rischi per la nostra fedeltà atlantica?
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I talebani minacciano: migliaia di attacchi
Pubblicato da Jake su 7 Febbraio 2007
In Afghanistan i talebani minacciano migliaia di attacchi kamikaze e nel frattempo riprendono il controllo di una cittadina, mandando in frantumi una fragile tregua con le truppe inglesi.
Mullah Hayatullah Khan, uno dei comandanti talebani nella zona orientale ha dichiarato che il 2007 «sarà l’anno più sanguinoso per gli occupanti stranieri». Il capo fondamentalista ha addirittura annunciato che i volontari «per il martirio», ovvero pronti a farsi saltare in aria, sarebbero duemila. Una cifra sicuramente esagerata, ma lo scorso anno sono stati 140 gli attacchi suicidi.
Negli ultimi giorni sono riesplosi i combattimenti nella provincia di Helmand, una delle zone più calde nell’Afghanistan. Fazioni estreme dei talebani hanno rioccupato Musa Qala, una cittadina che la scorsa estate è stata teatro di sanguinosi combattimenti con i soldati inglesi. Alla fine gli anziani della zona erano riusciti a garantire una tregua che prevedeva il ritiro sia dei soldati della Nato, che dei talebani da Musa Qala. L’accordo avrebbe dovuto diventare un progetto pilota per altre zone «calde» a ridosso del confine pachistano.
Invece le frange talebane, probabilmente aizzati da Al Qaida, hanno rioccupato Musa Qala lo scorso giovedì per poi avanzare verso sud. Ieri sono scoppiati violenti scontri con gli inglesi nel villaggio di Grishk a soli 50 chilometri da Lashkargha, il capoluogo della provincia di Helmand, dove si trova l’ospedale italiano di Emergency.
Se la situazione al sud non lascia spazi a tregue le zone di competenza dei circa 2000 soldati italiani in Afghanistan sono solo relativamente più tranquille. Ad Herat il 30 gennaio un attentatore suicida si è fatto esplodere al principale ingresso dell’aeroporto, nelle vicinanze di un convoglio dell’esercito afghano. Almeno sei militari sono rimasti feriti, ma l’esplosione deve aver fatto tremare Camp Arena una base di appoggio avanzata italo-spagnola a fianco dell’aeroporto. Nella base ha sede anche il comando italiano per i centri di ricostruzione provinciale (Prt) nell’Afghanistan occidentale. A Kabul dove opera il nucleo originario del contingente italiano le segnalazioni su possibili attività ostili non mancano. «Gli attacchi contro le truppe internazionali potrebbero continuare sulla strada Kabul-Jalalabad», si legge nelle note di intelligence. Proprio dove c’è la base Italfor.
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«No alla moschea gestita dall’Ucoii»
Pubblicato da Jake su 6 Febbraio 2007
Comitati civici, presidi, lettere furiose contro il sindaco ma anche contro i dirigenti nazionali dei Ds, raccolta di firme per un referendum. Colle Val D’Elsa, cittadina rossa da oltre cinquant’anni, nel cuore della Toscana è sul piede di guerra. Qui, da un anno e mezzo, da quando il comune, guidato dal sindaco Paolo Brogioni ha deciso di costruire una enorme moschea su una superficie di 3.200 metri quadrati, con una superficie coperta pari a 576 metri quadrati, comprensiva di cupola e minareto stilizzati in cristallo, sta accadendo qualcosa di inaspettato: gli elettori e i cittadini di sinistra si ribellano alla giunta che li governa. Lo fanno a colpi di richieste di referendum – finora rispedite al mittente – ma anche di proteste pubbliche contro un progetto che prevede, oltretutto, un cospicuo finanziamento, 300 mila euro da parte della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, più un cospicuo finanziamento comunale.
In questo contesto, decisamente surriscaldato, accade che la visita e l’intervento del portavoce di An, Andrea Ronchi, a un dibattito pubblico si trasformi in un’adunata da migliaia di persone. E le sue parole vengano applaudite con convinzione dalle mani di quei cittadini, quasi tutti elettori «rossi», stufi di essere ignorati dai propri dirigenti, interessati più al monopolio del potere che allo sconcerto della propria comunità. «Colle Val d’Elsa è esasperata» racconta Ronchi. «Il fatto che una amministrazione abbia voluto imporre la costruzione di un Centro culturale islamico senza prendere in alcuna considerazione la volontà della cittadinanza viene vissuta con comprensibile rabbia. L’allarme sociale è elevato e pochi riescono a capire perché in una zona dove i praticanti islamici sono poco più di duecento sia necessario creare una struttura per oltre mille persone. Inoltre l’associazione che ha stipulato il contratto con il Comune è affiliata all’Ucoii, ovvero all’organizzazione responsabile di interventi non certo edificanti come quello contro lo Stato di Israele pubblicato a pagamento sui giornali. Tutto questo è gravissimo: si premia la connotazione fondamentalista dell’Islam, boicottando i moderati e minando l’integrazione. E si finisce per creare il quartiere generale dell’Ucoii per il centro Italia».
Ronchi è rimasto colpito dal malessere che circola dentro la popolazione. «La città è spaccata. Si sente abbandonata. Il sindaco chiude la porta al dialogo e respinge l’ipotesi di un referendum evidentemente per paura di perderlo. Eppure la richiesta della popolazione è semplice: la moschea si faccia ma insieme alla città, non a ridosso del centro urbano e senza consegnarla chiavi in mani a una associazione legata all’Ucoii. Il tutto facendo chiarezza sui finanziatori occulti e non occulti. Domani mattina (oggi per chi legge, ndr) denuncerò al ministro Amato la situazione. È ora che la democrazia in questi luoghi venga resa praticabile e si fermi una scelta che va a scardinare la convivenza civile».
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Chi ha esaltato Giuliani ora dovrebbe dimettersi
Pubblicato da Jake su 6 Febbraio 2007
Che cos’è un simbolo? Una musica, un particolare abbigliamento, una poesia, un oggetto particolare, un monumento che ha la funzione di racchiudere in sé una serie di informazioni sulla società che lo ha espresso. Il simbolo racchiude in sé i valori di una società. Questo riferimento alle tradizioni ideali è particolarmente importante nei periodi storici in cui la gente è più turbata da sconvolgimenti come guerre, epidemie o gravi tensioni sociali. Tutti noi guardiamo agli uomini politici dei diversi Paesi con fiducia mista ad apprensione, pronti a tessere le loro lodi se «riescono ad evitare una guerra» e le esplosioni di mania distruttiva che ne conseguono. I veri simboli esistono solo attraverso l’identità con essi di tutta una popolazione, l’identità di un Paese, e non solo da una parte di cittadini. Altrimenti, come nelle favole, si tende a vedere solo l’interpretazione che fa comodo in quel particolare momento, ad un particolare gruppo di persone, senza più contatti con la realtà .
La scritta «Carlo vive!», comparsa negli ultimi anni nei cortei di giovani contestatori e quella sui muri di alcune città («2 febbraio 2007 vendetta per Carlo Giuliani») sono un’implicita sfida alle forze dell’ordine e la dimostrazione di come alcuni politici siano riusciti, per pura demagogia, ad utilizzare strumentalmente la morte di un giovane armato di un estintore e con il viso coperto da un passamontagna.
Carlo Giuliani certo non stava restituendo l’estintore all’altrettanto giovane carabiniere Placanica, né certamente indossava il passamontagna per prevenire il mal di gola. Che dubbi possono esserci sul fatto che Giuliani, come l’assassino di Catania, volesse uccidere? Nessuno. Ma oggi in Senato esiste una sala a lui intitolata, la madre è senatrice. Attorno alla figura di quello sventurato ragazzo, qualche politico spregiudicato ha voluto costruire un pericolosissimo «finto mito», e oggi ne paghiamo tutti le amare conseguenze.
Quei politici che hanno voluto elevare a «simbolo» quello sventurato ragazzo hanno aizzato chi è facilmente plagiabile a vere e proprie rivolte popolari finalizzate a distruggere «il nemico», quelle forze dell’ordine che hanno «osato» infrangere il loro assurdo e finto «simbolo». Chi ha così sbagliato vorrà chiedere scusa alla vedova ed ai due figli piccoli dell’ispettore Raciti. Smettiamola di considerare Carlo Giuliani come un simbolo e chiediamo alla madre di dimettersi da quel seggio. Che offende tutti gli italiani pacifici e onesti e tutte le forze dell’ordine, e che andrebbe invece con pieno merito attribuito ad altre donne, madri e mogli esemplari, come la giovane vedova dell’ispettore Raciti.
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La rabbia degli agenti sul web: «Sono animali»
Pubblicato da Jake su 6 Febbraio 2007
C’è Antonio, poliziotto di Catania, che non tollera le interviste agli ultràincappucciati e l’impotenza di fronte agli «animali», così li definisce, che imbrattano i muri di mezza Italia con scritte che inneggiano alla morte di Filippo Raciti e alla vittoria contro la Polizia. E c’è Antonino, che si autodefinisce «un cc stanco di questo sporco Stato» e scrive una ideale lettera al collega ucciso: per scusarsi che la sua città, Catania, sia potuta arrivare a tanto, e per dirgli di non illudersi, che la sua morte sarà comunque vana dopo lo sdegno urlato e le passerelle dei politici. C’è pure Tommaso, che trova «squallido» che ieri nella cattedrale di Catania siano state riservate due file ai familiari e «otto, ben otto! ai politici in passerella». E c’è max Lupo, che scrive: «Veramente vergognoso quanto successo a Catania. Quando il prossimo? Siamo carne da macello».
Corre sul web la rabbia degli uomini delle forze dell’ordine. Esattamente come in internet corre la stupidità di qualche gruppo di ultrà che esulta per l’eliminazione del poliziotto o scrive «Supporters 1- Polizia 0». Sui siti degli ultrà sta indagando, a Catania come in altre parti d’Italia, la Polizia postale, che sta cercando di verificare se ci sia un legame tra gli ultrà e soprattutto una «regia» delle scritte ingiuriose comparse in mezza Italia. Lo sdegno di chi ogni giorno rischia la vita solo perché indossa una divisa è invece palpabile sul forum di www.grnews.it, il sito ufficiale della Fiast (Federazione indipendente delle associazioni dei sindacati e del terziario), che raccoglie il sindacato di Polizia Coisp, il Sulpm – il sindacato della polizia locale –, il Savip. Migliaia i messaggi che da venerdì sera sono arrivati al forum di grnews e ai siti collegati. Un coro di rabbia e frustrazione, per la morte così assurda del collega. È la rabbia il sentimento che prevale. Scrive Uno dei tanti: «Ma dove sta la novità? Chi va di servizio tutte le domeniche allo stadio si rende conto che è una continua escalation. Ogni domenica poliziotti trattati da bestie, costretti a subire le peggiori umiliazioni, sputi in faccia, bottigliette d’acqua addosso… In 30 anni di Amministrazione non mi sono rimaste più lacrime per quanti colleghi ho pianto». Rincara la dose un reparto mobile di Napoli: «Al San Paolo succede questo tutti i sabati pomeriggio (curva A). Per saltare alla ribalta ci doveva scappare il morto…». Vincenzo, poliziotto a Reggio Calabria, ricorda che l’anno scorso, in occasione di Reggina-Palermo, un ultrà violento arrestato fu scarcerato il giorno dopo, a fronte di tre poliziotti finiti in ospedale. E propone la soluzione: «Andare in servizio, tenersi a un km dallo stadio e farli massacrare per bene e intervenire solo per raccogliere i loro morti. Perché raccogliere i nostri, perché farci male per loro?».
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Donne in casa e mute, inshallah
Pubblicato da Jake su 6 Febbraio 2007
È una battaglia persa. L’Occidente non sarà mai in grado di reggere l’assalto ideologico e demografico dell’Islam. Per il semplice motivo che l’Occidente ha perso quello che invece i musulmani possiedono: la Fede. Una Fede totale e totalizzante che li rende portatori di una unicità ed una universalità alla quale non possono rinunciare. A differenza del Vangelo, che è stato rivelato, il Corano è «munzal», è cioè disceso direttamente da Allah su Maometto. Dunque è «increato» e in quanto tale non può essere sottoposto e nessun processo di storicizzazione. Non possono essere messe in discussione neppure quelle «sure» che sono con ogni evidenza legate al contesto storico e sociale dell’epoca in cui visse il Profeta.
Indubbiamente un bel problema per i pochi temerari che tentano di storicizzare il Corano e che inesorabilmente vengono accusati di apostasia e condannati a morte.
Per questo fanno sorridere gli intellettuali d’Occidente che ancora si ostinano a reclamare un principio di reciprocità nei confronti dell’Islam. Per un musulmano, infatti, accettare un tale principio nei confronti di un infedele non ha alcun senso. Forse che noi accetteremmo un principio di reciprocità col nostro cane?
Perdendo la Fede, dunque, l’Occidente sta scientemente preparando la propria estinzione e sta rendendo ineluttabile il trionfo dell’Islam.
Due grandi uomini, con visioni del mondo pressoché opposte, sono giunti alla medesima conclusione. Il primo è diventato santo col nome di Padre Pio e già scriveva nel 1967, molti anni prima che i fondamentalisti islamici abbattessero le Twin Towers: «Il maggiore pericolo per l’umanità verrà dall’Islam. L’Islam si prefigge di scristianizzare l’Europa ed il mondo intero per far trionfare il segno di Maometto».
Il secondo si chiamava Indro Montanelli e si trovò un giorno a commentare un opuscolo scritto dal Cardinale Giacomo Biffi. In questo opuscolo, il Cardinale sviluppava il seguente pensiero: «O l’Europa ridiventerà cristiana, o diventerà musulmana. Ciò che mi pare senza avvenire è la “cultura del niente”, della libertà senza limiti e senza contenuti, dello scetticismo vantato come conquista intellettuale, che sembra essere l’atteggiamento largamente dominante nei popoli europei, più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità…».
«Io sono un laico», commentava Montanelli, «e appartengo alla “cultura del niente”. Ma se fossi un uomo di Chiesa, come lui, parlerei come lui…».
Un mistico, un intellettuale. Una medesima conclusione. Suggerisco dunque ai maschi d’Occidente di fare propria la scommessa di Blaise Pascal e di recitare la «shahada», la professione di fede in Allah e nel suo Profeta. Di convertirsi cioè all’Islam. Se l’Europa, come sembra, diventerà musulmana, avranno l’insostituibile vantaggio di essere tra i Giusti. Se non lo diventerà, avranno comunque innegabili vantaggi.
Che elenco in ordine non necessariamente di importanza: potranno avere fino a quattro mogli e un numero infinito di concubine. Potranno disfarsi di una qualsiasi delle mogli semplicemente pronunciando per tre volte in arabo la formula rituale «Io ti ripudio». Il tutto senza ricorrere a nessun tribunale. Basta la presenza di due testimoni musulmani maschi adulti e sani di mente. La loro testimonianza in un tribunale musulmano varrà il doppio di quella di una donna. Occorreranno cioè due donne per pareggiare la testimonianza di un uomo. Sempre in un tribunale musulmano, avranno il privilegio di impedire a un non musulmano di testimoniare contro di loro. Ad esempio, potranno derubare un non musulmano nella sua stessa casa e rimanere impuniti se non ci sono altri testimoni otre al non musulmano stesso. Potranno sposare altre donne non musulmane. Eventualità, questa, impossibile per le loro mogli.
Convertendosi all’Islam, inoltre, i maschi d’Occidente potranno citare alle loro mogli il molto stimato filosofo Al Ghazzali (1058-1111): «La donna deve rimanere a casa e tenersi occupata con la filatura, non deve uscire spesso, non deve essere ben informata, né deve essere loquace coi suoi vicini, deve prendersi cura del proprio marito e rispettarlo in sua presenza e in sua assenza e deve cercare di soddisfarlo in tutto. Deve accettare come adeguato ciò che suo marito le concede per placare il bisogno sessuale in qualsiasi momento. Deve essere pulita e pronta a soddisfare i bisogni sessuali del proprio marito in ogni momento…».
Avete capito bene, maschi d’Occidente: le vostre mogli non potranno chiedervi in maniera legittima di soddisfarle sessualmente. Potranno chiedere soltanto di essere nutrite, vestite e ospitate in casa. Dal punto di vista sessuale, voi sarete i padroni del piacere delle vostre mogli. Il vostro eventuale rifiuto di fare l’amore con le vostre mogli è considerato semplicemente una libera rinuncia dei vostri diritti sessuali legittimamente acquisiti.
Infine, se proprio non foste ancora convinti, sappiate che il versetto 34 della Sura delle Donne recita testualmente: «Gli uomini hanno autorità sulle donne. Quelle di cui temete atti di disobbedienza, ammonitele. Poi lasciatele nei loro letti. Poi battetele. Ma se ubbidiscono, allora non cercate pretesti per maltrattarle…».
Tutti questi punti sopra elencati, e lo dico con intima convinzione, mi sembrano vantaggi non da poco.
Sarebbe gradito a questo riguardo il parere delle femministe d’Occidente.
Perché il trionfo dell’Islam, è bene che lo sappiano, riguarda anche loro. Inshallah…
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La mamma di Carlo Giuliani ora pensi a mamma Raciti
Pubblicato da Jake su 5 Febbraio 2007
Gentile senatrice Haidi Giuliani, mi consenta di sottoporle una proposta un po’ audace: inviti la regista Francesca Comencini, sua grande amica, a prendere un tè nel suo ufficio a palazzo Madama e le suggerisca, con tutto il tatto richiesto dal delicato argomento che mi permetto di prospettarle, di dedicare alla mamma di Filippo Raciti, l’agente ammazzato venerdì allo stadio Massimino di Catania, un film simile a quello con cui la medesima vivace cineasta, ormai circa sei anni fa, volle onorare il suo dolore di madre orbata del proprio eroico figliolo caduto a piazza Alimonda sul fronte della resistenza alla sbirraglia dello Stato dei padroni.
Il titolo di questo nuovo film potrebbe ricalcare fedelmente quello del film precedente. Se quello si chiamava Carlo Giuliani, ragazzo, questo potrebbe chiamarsi Il ragazzo Filippo Raciti. E come al centro di quello figurava la sua intervista, così al centro di questo dovrebbe figurare un’intervista alla mamma dell’agente siciliano. Ma forse, per imprimere anche al nuovo film lo stesso stile sentimentale e morale di quello precedente, sarebbe forse meglio che la Comencini intervistasse nuovamente lei. Giacché soltanto lei potrebbe onorare la memoria del povero Raciti con la stessa impareggiabile dolcezza con cui, in quella sua memorabile performance audiovisiva, seppe dar voce alla sua potente passione di madre politicamente turbata e commossa mediante un’impeccabile ricostruzione del pacifico percorso del suo Carlo all’interno del corteo con cui quel giorno, a Genova, lui e i suoi compagnucci del movimento antiglobale espressero la loro mansueta volontà di lotta anti-imperiale fino al momento in cui quell’angioletto venne proditoriamente assassinato dal carabiniere Placanica mentre lui tentava eroicamente di accopparlo con un estintore.
Fra l’altro molte battute di quella vecchia intervista potrebbero essere facilmente adattate al nuovo film. La più commovente di tutte potrebbe anzi restare pressoché immutata. «Si è detto – lei disse – che Carlo fosse un disadattato. Non lo era, ma anche fosse? È un motivo sufficiente per ammazzare la gente?». Dovrebbe soltanto tradurla così: «Si è detto che Filippo fosse uno sbirro. Magari lo era, ma allora? Be’, sembra che questo, per il mio Carlo, fosse un motivo sufficiente per tentare di ammazzarlo».
La frase di lancio del film su Raciti potrebb’essere infine la stessa che Erri De Luca scrisse per quello su Giuliani: «Una madre racconta la giornata breve di suo figlio, dall’uscita di casa in un mezzogiorno di luglio fino al proiettile del pomeriggio sparato in testa. Un’altra madre ascolta e registra voce, faccia, racconto. In mezzo a loro due scorrono le folle che invasero Genova per essere pietra d’inciampo alla riunione dei signori del mondo, per essere pietra d’angolo di una nuova casa-mondo». Basta sostituire Catania a Genova e tutto funzionerebbe lo stesso. Coraggio, signora, si metta la lavoro.
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La Spagna boccia Zapatero
Pubblicato da Jake su 2 Febbraio 2007
In quasi tre anni di governo José Luis Rodriguez Zapatero è riuscito a polverizzare la grande fiducia che gli spagnoli avevano in lui. La notte del suo trionfo, il 14 marzo 2004, mentre il Partito popolare si fermava al 37,9%, Zapatero, sull’onda dell’emozione dei sanguinosi attacchi terroristici di Atocha, trionfava con il 42,3% e per le strade di Madrid la gente gli gridava quello che sarebbe diventato il suo motto: «Zapatero non ci deludere». Ma ora che i dati si sono invertiti e il premier socialista guida una maggioranza che è scesa al 39,3%, il punto più basso del suo governo, il motto zapateriano è diventato uno sfottò o una previsione: «Zapatero sei arrivato dalla stazione di Atocha e te ne andrai dall’aeroporto di Barajas», alludendo ai due attentati che hanno segnato la sua ascesa e discesa.
A un anno dalle elezioni legislative, la politica del «piacione» e delle pseudoriforme a caccia di consenso ha dimostrato di avere il fiato corto. Oltre alle percentuali politiche, lo dice da ieri anche un sondaggio della Cis, il Centro investigaciones sociologicas, svolto a dicembre, quindi prima dell’autobomba di Barajas: due spagnoli su tre non credono che il premier sia capace di risolvere i veri problemi della Spagna. E non stiamo parlando di leggi sulla taglia 38 delle gonne, sui diritti delle scimmie o sul divorzio express, temi sui quali Zapatero si è destreggiato con abilità innata, ma su questioni come il terrorismo Eta, l’immigrazione (a gennaio sono sbarcati in Spagna 856 clandestini), la disoccupazione e, da ultima, dopo i violenti scontri della periferia madrilena della scorsa settimana tra latinoamericani e polizia, l’insicurezza dei cittadini.
La questione su cui Zapatero si è giocato la faccia è l’immigrazione: due spagnoli su tre sono convinti che i clandestini aumenteranno nel 2007, mentre solo uno su dieci è convinto che il premier metterà fine all’ondata di sbarchi. L’84% si è rassegnato all’idea che gli immigrati irregolari raddoppieranno entro il 2013. Inoltre, a preoccupare gli spagnoli è la facilità con cui circola la droga: il 54% è convinto che manca una politica efficace di lotta allo spaccio. Seguono i costi altissimi delle abitazioni in Spagna, che da cinque anni vive in una bolla di speculazione edilizia: per il 52% i prezzi sono un ostacolo e occorrono leggi adeguate, mentre il 51% non si sente sicuro nella sua città. Il 49% è preoccupato per l’ambiente, il 35% teme di perdere il lavoro, il 37% è convinto che l’Eta tornerà presto a colpire e che nel 2007 la situazione peggiorerà. Già prima dell’autobomba del 30 dicembre, gli spagnoli erano preoccupati che la tregua permanente comunicata dall’Eta e sbandierata con incauto ottimismo da Zapatero nascondesse il ritorno alle armi e non fosse un passo avanti nella trattativa, come diceva il governo socialista.
Pessimismo anche sulla gestione politica: alla domanda se tra un anno la situazione politica migliorerà, il 49,7% dice che rimarrà uguale, il 19,4 dice che peggiorerà, mentre il 13,3 crede in un miglioramento: il 30% degli intervistati dichiara di votare per il centro o il centro-destra, mentre il 28% si riconosce nei partiti di sinistra. E nemmeno la favorevole situazione economica spagnola giusitifica gli errori di Zapatero: se il Pil è cresciuto del 3,8% nel 2006, più di ogni Paese europeo, solo uno spagnolo su quattro lo vede come un vantaggio, mentre il 47,5% cento pensa che la Spagna abbia il dovere di correre più degli altri per recuperare il gap iniziale.
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Embrioni uomo-animale
Pubblicato da Jake su 2 Febbraio 2007
Cosa può accadere se si creano in laboratorio embrioni ibridi, con un corredo genetico in parte umano e in parte animale? Quali rischi potrebbero correre i cittadini europei? Gli embrioni-chimera non sono ancora nati, ma sono al centro di un vasto dibattito che dall’Inghilterra si è diffuso nelle altre nazioni europee.
L’anno scorso due centri di ricerca hanno chiesto all’Hfea, l’Authority britannica per la ricerca sugli embrioni, una licenza per produrre ibridi uomo/animale. La Hfea sembrava orientata a concedere la licenza ma il governo inglese ha avocato a sé la decisione. Immediata la risposta: cinquanta scienziati, fra cui tre premi Nobel, hanno pubblicato sul Times una lettera in cui si chiede a Blair di non bloccare il progresso scientifico. Il governo ha preso tempo e la commissione parlamentare Scienza e Tecnologia ha aperto una consultazione popolare. Solo alla fine dell’anno, dopo aver acquisito maggiori informazioni e aver tastato il polso all’opinione pubblica nazionale ed europea, le autorità inglesi decideranno se permettere o no la creazione degli ibridi.
Il problema è sempre lo stesso: ottenere ovociti per la ricerca, e in particolare per la cosiddetta clonazione terapeutica. Peccato che la clonazione terapeutica non abbia mai funzionato; a tutt’oggi non esistono cellule staminali embrionali prodotte con questa tecnica. Gli scienziati insistono e vorrebbero disporre di un maggior numero di ovociti femminili per moltiplicare i tentativi; ma sono poche le donne che accettano di sottoporsi ai pesanti trattamenti ormonali necessari per donare gli ovociti. Da qui nasce la richiesta di rivolgersi, invece che alle donne, alle mucche o alle coniglie.
L’idea, in realtà, non è nuova, e i timori che ne derivano nemmeno. Nel 2005 l’Unione Europea ha finanziato con 600mila «Chimbrids», un progetto a cui partecipa anche l’Italia nato per «analizzare le problematiche scientifiche, etiche, filosofiche e giuridiche sollevate dall’utilizzo di chimere e ibridi». La domanda che ci si pone, naturalmente, è: cosa sono queste entità, umani o animali? Quanto umani e quanto animali? Ed è giusto ridurre l’umanità a una percentuale, un tasso variabile?
I sostenitori della sperimentazione sugli ibridi dichiarano che l’embrione che ne viene fuori è umano al 99.9%, dunque ha solo lo 0.1% di materiale genetico animale. Però non si dice che quello 0.1 incide molto, sul piano qualitativo, perché proviene dal Dna dei mitocondri, fondamentale per la funzionalità dell’intero organismo.
Alcuni parlamentari italiani hanno deciso di intervenire nella consultazione pubblica aperta dai loro colleghi inglesi. L’intero gruppo Udc alla Camera, da Lorenzo Cesa a Luca Volontè, ha firmato una lettera in cui si mettono in rilievo non solo le obiezioni etiche e culturali, ma i rischi sanitari dell’operazione. Uno dei problemi più gravi che si pongono mescolando in laboratorio specie diverse, infatti, è quello di creare un terreno favorevole alla mutazione genetica dei virus, che potrebbero superare la barriera interspecie, con il rischio di scatenare un’incontrollabile pandemia. Il documento è stato sottoscritto anche da una trentina di senatori (tra gli altri Mantovano, Quagliariello, Ghigo, Ombretta Colli), e oggi la lettera sarà inviata alla Camera dei Comuni.
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Al Senato non si lavora più
Pubblicato da Jake su 2 Febbraio 2007
Ma è proprio vero che al Senato non si fa niente? Che i giorni di vacanza si sono moltiplicati, rispetto alla scorsa legislatura? Che i provvedimenti votati sono crollati? Che il rapporto stipendio/ore lavorate è salito alle stelle? Sembra proprio di sì. «Ma la colpa è del governo e di una pseudo-maggioranza che lo sorregge senza avere i numeri», dicono i senatori della Lega.
«E’ verissimo che facciamo più ferie rispetto al passato», afferma il trevigiano Piergiorgio Stiffoni, che punta il dito sulla mancanza assoluta di attività nelle Commissioni. «Non facciamo niente, al massimo qualche audizione. Non viene portato avanti alcun provvedimento. Mi sento un po’ frustrato: sono sempre presente in Aula, ma alla fine non succede nulla».
La causa di questo “dolce far niente”, come è stato definito ieri da la Stampa risiede nel «terrore di questa maggioranza», che, visti i numeri al Senato non può permettersi di rischiare «e si limita solo a fare discussioni sul sesso degli angeli». E anche i fuochi d’artificio scoppiati ieri, a proposito della mozione sull’allargamento della base americana di Vicenza sarebbero stati evitati volentieri dalla maggioranza: «Non avrebbero voluto arrivare al voto, e in ogni caso ci sono volute quattro ore per votare un ordine del giorno. Siamo stati noi a costringerli ad andare al voto. E, essendo mancate le cariatidi a vita, i signori del centrosinistra immancabilmente sono andati sotto», conclude Stiffoni, che ribadisce: «Sono terrorizzati. Le cose più delicate vengono discusse, quando possibile, solo alla Camera, dove anche se il Mastella di turno vota contro, non hanno comunque problemi».
Il capogruppo dei senatori del Carroccio Roberto Castelli ricorda che era stato facile profeta già la scorsa settimana, in occasione della riapertura dei lavori dopo le vacanze natalizie, riapertura avvenuta il 23 gennaio. In conferenza dei capigruppo aveva dichiarato: «Il governo non vuol far lavorare il Senato, perché non hanno i numeri. Questo la dice lunga sulla volontà del governo Prodi di far lavorare il Senato». E già la scorsa settimana, in sede di programmazione dei lavori, di fatto erano stati calendarizzati solo due provvedimenti da votare. Stefano Stefani ricorda come alla prima occasione (cioè l’ordine del giorno presentato da lui e da Calderoni ieri) «la maggioranza va sotto. Quando ci danno l’occasione noi lavoriamo. Ma se questi poveretti non convocano il Senato, non è colpa nostra. Il dolce far niente è una precisa tattica della maggioranza, Castelli ha fatto anche un’interrogazione in proposito». Rispetto alla scorsa legislatura il contrasto è stridente: «Quando noi eravamo in maggioranza il Senato lavorava alacremente. La verità è una sola: questi hanno paura. Non ci vuole un genio per capire come stanno le cose».
Il vicepresidente dei senatori leghisti Dario Galli fa invece una premessa più sottile: «Da un punto di vista tecnico – dice – alla fine il Senato fa le stesse cose che fa la Camera, visto che le leggi devono passare con doppia votazione. E’ una questione matematica. Però è senz’altro vero che quest’anno l’andamento dei lavori è molto più lento che in passato. Ma questa è una colpa esclusiva del presidente del Senato, d’accordo con la sua maggioranza e il governo. Questa maggioranza ha grandissime difficoltà a legiferare perché è divisa su tutto. E in sostanza hanno adottato il seguente schema: tre o quattro decreti legge all’anno, l’indulto e la Finanziaria: pochissime cose su cui concentrano l’attenzione mediatica e tra un provvedimento e l’altro c’è il nulla. Non è tanto un problema del Senato, quanto del governo e della maggioranza, che cercano di fare il meno possibile. Sulle grandi cose decise dai segretari di partito, i provvedimenti passano, ma appena si scende di un livello e il governo non riesce ad essere direttamente sul pezzo, si scatena il casino».
E l’opposizione cosa può fare? «Non può intervenire sul calendario, quindi deve solo essere presente in Aula e attaccare al momento giusto». Tra una sosta e l’altra, magari approfittando dell’assenza dei senatori a vita.
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Che pacchia fare il carcerato in Italia
Pubblicato da Jake su 2 Febbraio 2007
«Mentre i cittadini italiani corretti devono combattere con incessanti aumenti di prezzi, tasse, ticket e tariffe, oltre che con le restrizioni nell’assistenza sanitaria, i meno corretti ossia i detenuti (indulto a parte) continuano a godere di ampi privilegi, che la legge finanziaria, restrittiva con i primi, non ha minimamente scalfito, privilegi che spettano indistintamente a tutti, indipendentemente dai reati commessi». E’ quanto si legge in una interrogazione inviata al ministro Mastella dal senatore della Lega Sergio Divina, secondo il quale «il nuovo regolamento penitenziario (DPR n. 230/2000), che ha abrogato il precedente del 1976, non è stato mai modificato e prevede una lunga serie di servizi “gratuiti” e agevolazioni per i carcerati». Divina elenca quindi queste agevolazioni e servizi:
- Servizi igienici con acqua calda, docce, bidet (solo per le donne); Servizi di barbiere e di parrucchiere; Servizio di lavanderia; Tre pasti regolari al giorno (quattro per i minorenni) approvati dall’Istituto nazionale della nutrizione per attestare la adeguatezza delle porzioni, nonchè la qualità nutrizionale delle medesime; Assistenza sanitaria completa; Asili nido per i bambini delle detenute; Francobolli e carta per lettere; Energia elettrica a tariffa agevolata per uso di computer, compact-disc, lettore nastri, eccetera; Corsi di formazione professionale, con sussidio orario; Corsi di istruzione secondaria superiore, con sussidio giornaliero; Assegni familiari per le persone a carico; Assistenza materiale alle famiglie; Attività ricreative e sportive.
«Paradossalmente, ad un pensionato con reddito medio converrebbe quasi andare in galera – ironizza, ma non più di tanto il senatore – ove vivrebbe molto più decorosamente, risolverebbe senza spese e senza pensieri molti problemi di sopravvivenza e potrebbe mettere da parte la pensione».
Divina chiede nella sua interrogazione di sapere se veramente in ogni istituto di pena, i detenuti «godono di tutti i trattamenti citati in premessa; se, in momenti di crisi come l’attuale, in cui si chiedono sacrifici a tutti, in considerazione dei costi elevati a carico degli istituti penitenziari e delle condizioni precarie in cui operano gli agenti di polizia penitenziaria in carenza di organico e mal retribuiti, non si ritenga opportuno rivedere il numero dei suddetti benefici, visto che – conclude l’interrogazione del parlamentare leghista – il carcere costituisce pur sempre il luogo per l’espiazione di una pena e non un albergo a quattro stelle».
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Il supermarket della vita umana
Pubblicato da Jake su 1 Febbraio 2007
Ovuli in vendita su Internet, cataloghi di donatrici fra cui scegliere il colore degli occhi dei propri figli in provetta, società che organizzano viaggi in Africa per comprare gli ovuli – pare – ambitissimi delle donne di colore. È lo scenario che emerge da un’inchiesta pubblicata dall’International Herald Tribune del 30 gennaio.
È un articolo che tutti dovrebbero leggere, perché contiene la raffigurazione più eloquente del mondo in cui – forse senza rendercene conto – stiamo vivendo. Un mondo che assomiglia sempre più a quel Mondo nuovo di cui parlava con inquietante profezia Aldous Huxley, in un romanzo del 1930: la maternità tradizionale abrogata dalle leggi e dai costumi; l’amore fra uomo e donna sostituito dall’esercizio della sessualità come ginnastica rigorosamente sterile; i figli prodotti esclusivamente in laboratorio, e cresciuti per nove mesi in grembi di plexiglas, discriminati in base alle loro caratteristiche fisiche e intellettuali.
Certo, non siamo ancora giunti a tale pauroso sconquasso. Ma leggendo questa inchiesta inglese ci si rende conto che abbiamo imboccato con decisione quella strada. L’Herald Tribune ci racconta – non senza un certo compiacimento – che ci sono «cliniche belghe, spagnole, greche che corteggiano le donne su internet, dove rimbalzano immagini di pancioni gravidi, di mamme che allattano e di famiglie felici, vantandosi di avere lunghissime liste di donatori e ritmi competitivi». Il linguaggio tradisce una stupefacente mutazione dei costumi: ci troviamo ormai in una grande fabbrica globalizzata, la fabbrica della vita umana. Nella quale l’uomo e i suoi «pezzi» sono diventati una variabile commerciale, un prodotto da vendere, una domanda e un’offerta da far incontrare.
Quanto costa un ovulo di femmina d’uomo? Al consumatore – cioè per la donna che vuole avere un figlio – in Europa i prezzi oscillano tra i 3.300 e gli 8.000 dollari (fra i 2.500 e i 6.000 euro). Le «donatrici» di New York – che però sono, a essere rigorosi, delle venditrici – portano a casa fino a 7.000 dollari per ovulo, circa 5.500 euro. Siamo entrati nel supermercato della vita umana. E attenzione: non è solo una questioni di soldi: anche se fosse tutto gratis – ma non lo è, perché il business è l’unica anima di questo commercio biologico – saremmo comunque di fronte a un cambiamento epocale, al capovolgimento di quello che i filosofi chiamano il paradigma morale. L’uomo non più visto come fine in sé, ma come mezzo. Quando diciamo che siamo persone, stiamo affermando che nessuno di noi ha un prezzo. Il prezzo si attribuisce alle cose. Ma compulsare il catalogo on line alla ricerca dell’ovulo migliore significa proprio questo: ridurre l’uomo a una cosa. Il metodo è lo stesso – ci si perdoni l’inevitabile comparazione – che gli allevatori di bestiame attuano da tempo quando, desiderando migliorare la razza dei propri capi, cercano sul mercato della fecondazione artificiale «prodotti» interessanti. Un gesto che non ci impressiona, perché abbiamo ben presente la differenza che esiste fra un uomo e un vitello. Ma ora, questo supermarket dell’ovulo ci getta in una crisi profonda, avvicinando paurosamente ognuno di noi a una merce di scambio. Evapora così del tutto il valore dell’uomo in sé, e rimangono soltanto le sue qualità: biondo o bruno, occhi azzurri o castani, alto o robusto. Si vuole un figlio a tutti i costi, e lo si prenota con le caratteristiche fenotipiche volute. Intendiamoci: ogni donna sogna il suo bambino ideale, prima di vederlo in faccia. Ma la grandezza di questo amore sta nel fatto che quel cucciolo d’uomo troverà l’abbraccio di una madre, pronta ad accoglierlo per quello che è: un figlio. Nulla a che vedere con la pretesa di ordinare il bambino à la carte, l’uomo che vale solo se ha le qualità che mi aspetto.
In fondo, il vero combustibile di questo inedito mercato degli ovuli è la «dittatura del desiderio», l’ossessione di dover raggiungere una certa meta tanto agognata, anche a costo di sacrifici inenarrabili. Le donne di cui parla l’articolo dell’Herald Tribune si sobbarcano viaggi onerosi e faticosi, pagano profumatamente la «materia prima», si sottopongono a tentativi spesso infruttuosi, corrono rischi per la loro salute. Le «donatrici» non se la passano meglio, visto che la procedura medica presenta un conto assai salato al loro corpo: devono assumere ormoni quotidianamente per un mese, sottoporsi a numerose visite, procedere alla invasiva estrazione degli ovuli, esponendosi a rischi tutt’altro che marginali. Tutte – acquirenti e donatrici – hanno latenti problemi psicologici: alcune di loro dichiarano che non vogliono conoscere la provenienza dell’ovulo, o che sarebbero turbate dal sapere che «ci sono altri miei figli in giro per il mondo».
Ovviamente, la sapiente regia che ha messo in piedi questo lucroso mercato copre con una cortina di silenzio tutti questi aspetti imbarazzanti. E a nessuno è dato sapere con precisione quanti siano gli embrioni che – vittime di questa fabbrica dei bambini su prenotazione – sono sacrificati sull’altare del desiderio invincibile. Se ne può avere forse un’idea leggendo i dati contenuti in uno studio di prossima pubblicazione, preparato dal magistrato italiano Giacomo Rocchi, sulla base dei dati disponibili in letteratura. Nonostante in Italia sia in vigore una legge sulla fecondazione artificiale ritenuta restrittiva, gli embrioni vittime di queste tecniche sarebbero circa 80mila ogni anno. Se è questo il «mondo nuovo» che stiamo costruendo, di certo non è un bel mondo.
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Liste d’attesa per le cure, ai residenti la precedenza
Pubblicato da Jake su 1 Febbraio 2007
Dalla gravità (della malattia) al Comune di residenza, il passo in fondo è breve. Il governo aveva imposto alle regioni un provvedimento per mettere un po’ di ordine nel caos delle liste d’attesa negli ospedali, e l’assessore alla Sanità del Veneto, il leghista Flavio Tosi, ci ha messo un po’ del pepe di cui è fornita la sua piccante cartellina di iniziative politiche. E questo pepe sta proprio nella residenza dei pazienti, che il provvedimento allo studio potrebbe far diventare requisito fondamentale per finire in una lista piuttosto che in un’altra. Guadagnando così una priorità che, ha assicurato l’assessore veronese, non trova controindicazioni legali.
«È un atto di legittima difesa contro questo governo – tuona Tosi – che ci ordina di risparmiare e, nello stesso tempo, invoca una gestione razionale ed efficace delle liste d’attesa. Per dare una risposta intelligente ho pensato di creare una lista d’attesa riservata ai veneti».
Paradossalmente, questo è, secondo Tosi, il dazio che bisogna pagare all’alta qualità dei servizi sanitari erogati dagli ospedali della regione. «È per questo che abbiamo lunghe liste d’attesa – argomenta l’assessore -. Noi non vogliamo certo scontentare nessuno, ma non vogliamo nemmeno che siano i veneti a pagare le conseguenze. Chissà che il governo capisca che non si può mettere tutte le regioni sullo stesso piano».
E per difendersi dalle inevitabili accuse di «razzismo» che riceverà, e a cui, per la verità, è abituato, Tosi cita il caso del Trentino-Alto Adige, regione a statuto speciale. «I trentini – dice Tosi – hanno deciso di non far pagare i dieci euro di ticket sulle visite specialistiche ai residenti e di mantenerli, invece, per chi viene da fuori. Il senso del mio provvedimento è lo stesso. Alle Ulss non imporrò nulla, darò solo la facoltà di fare le due liste e di dare così una risposta concreta alle istanze dei residenti».
Quanto ai numeri, Tosi dice che ogni anno in Veneto ci sono 100mila ricoveri di persone che vengono da fuori regione, mentre per le visite altamente specialistiche la percentuale di «foresti» sarebbe compresa tra il 30 e il 40 per cento. È la matematica, dunque, prima ancora del governo, l’ispiratrice del provvedimento. Una doppia graduatoria in cui troveranno comunque posto anche percorsi diversi per i differenti gradi di gravità e quattro fasce con altrettanti livelli di urgenza indicati dal medico curante.
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Sesso in classe, c’è un altro video
Pubblicato da Jake su 1 Febbraio 2007
Ancona - C’è un secondo filmato hard, otto secondi di sesso orale in classe fra un ragazzino e una ragazzina, nell’inchiesta della procura dei minori di Ancona sul sesso consumato a scuola. E anche questo video – girato con i videofonini su un banco di una classe non meglio specificata – è finito su un noto motore di ricerca con l’indicazione dell’Istituto tecnico commerciale Capriotti di San Benedetto del Tronto nel file. La procura ne ha già acquisito una copia, scaricata da un cellulare.
Emulazione In realtà è possibile che il video sia frutto di un fenomeno emulativo: potrebbe essere stato girato in un’altra città o regione, e poi, visto il «successo» mediatico dell’impresa dei due studenti di prima dell’Itc sambenedettese, immesso nel web copiando i riferimenti del filmato originale. Ma al momento la procura non esclude neppure che i due ragazzini, entrambi riconoscibili, siano studenti del medesimo istituto. E ha incaricato gli esperti della polizia postale di individuare set e baby attori del nuovo video.
Primo episodio I carabinieri di San Benedetto del Tronto intanto hanno completato gli accertamenti sul primo episodio segnalato. Sono stati sentiti il quindicenne e la quattordicenne che compaiono nel filmato del 20 gennaio, i due compagni che lo hanno girato (per tutti i quattro il consiglio di disciplina ha proposto 15 giorni di sospensione dalle lezioni), la dirigente scolastica, gli insegnanti, e tutti gli altri ragazzini che hanno assistito alla scena o scaricato i filmati. Produzione e diffusione di materiale pedopornografico sono i reati ipotizzati a carico degli indagati, ma il pm sta valutando se contestare anche la corruzione di minori.
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Venezuela, tutti i poteri a Chavez
Pubblicato da Jake su 31 Gennaio 2007
Hugo Chavez ha i pieni poteri e ne avrà domani altri. L’ecuadoregno Rafael Correa, suo amico ed emulo, non li ha ma li vuole. Il presidente del Venezuela vuole anche missili e aerei senza pilota. La Russia glieli sta già fornendo ma lui dice che non è vero, che chi li sviluppa assieme a lui è l’Iran. Una «congiuntura» curiosa ma anche allarmante, che conferma e accentua la sbandata in corso da anni nell’America Latina in senso antiamericano e antidemocratico. Negli ultimi anni le elezioni sudamericane sono state vinte, spesso anche se non sempre, dai candidati e dai partiti della sinistra, soprattutto estrema e Chavez, grande ammiratore di Castro, è in pratica subentrato a Fidel come leader radicale continentale, suscitando fra l’altro emulazioni. Soprattutto nella richiesta di pieni poteri. L’uomo forte di Caracas ne aveva già ricevuti un bel pacco da un Parlamento docile in cui i suoi sostenitori sono in maggioranza. Subito dopo la sua rielezione aveva ricevuto carta bianca per la gestione di una «riforma costituzionale» su misura per lui.
Non gli bastava e adesso ha chiesto il diritto a governare per decreto anche l’economia e la Difesa. Anzi, non ha avuto nemmeno bisogno di chiederlo: la Camera glielo ha offerto spontaneamente. Il voto formale dovrebbe venire domani, ma già ieri il Parlamento ha detto preventivamente di sì. Si è in pratica autoespropriato per un anno e mezzo. Nei prossimi diciotto mesi farà tutto Chavez in due settori fondamentali: in campo economico si accelererà il ritmo delle statalizzazioni, delle nazionalizzazioni, degli espropri delle ditte straniere. Vale a dire essenzialmente del petrolio. I proventi serviranno anche ad ampliare e ad accelerare un ambizioso progetto di riarmo che fin d’ora appare sproporzionato alle dimensioni strategiche del Paese.
Caracas ha già firmato un accordo di 3 miliardi di dollari con la Russia per la vendita di armi dei più svariati livelli: aerei da combattimento (24), elicotteri (53), kalashnikov (100mila). Ed è solo l’inizio. Un’agenzia russa specializzata in questioni militari ha rivelato ieri che sono in corso negoziati per la fornitura di missili terra-aria del tipo Tor-M1: un «sistema» di otto missili montati su rampe mobili in grado di «identificare» fino a 48 obiettivi e colpirne simultaneamente due fino ad un’altitudine di 6mila metri. Caracas smentisce ma contemporaneamente riafferma la propria volontà di sviluppare vari sistemi di armi in stretta collaborazione con l’Iran, che ha appena ricevuto dai russi 29 esemplari del Tor-M1, suscitando dure proteste di Washington.
Il governo venezuelano ha inoltre annunciato di stare studiando, sempre in collaborazione con Teheran, la costruzione di aerei senza pilota. La firma è prossima, conferma il generale Raul Baduel, ministro della Difesa, come «paragrafo» di un più vasto accordo di collaborazione militare fra Chavez e il collega Ahmadinejad, che due settimane fa ha visitato Caracas. Gli apparecchi sono del tipo Uav in dotazione all’Aeronautica Usa, che se ne serve in Irak, in Afghanistan e probabilmente anche nei sorvoli dell’Iran. La comune inimicizia è il cemento della improbabile alleanza.
È probabile che entrino a farne parte altri Paesi sudamericani. Forse la Bolivia, più probabilmente l’Ecuador, il cui nuovo presidente segue in modo pedissequo le iniziative di Chavez. Anche Correa vuole i pieni poteri, ma a differenza del suo modello non dispone di una maggioranza parlamentare disposta a concederglieli. E allora ha fatto ricorso alla piazza: dimostranti di estrema sinistra hanno dato l’assalto ieri alla Camera di Quito, cacciato i deputati e proclamato a gran voce la richiesta della convocazione di una Assemblea Costituente, destinata a sostituire il Parlamento riluttante.
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«Scolari iraniani educati al martirio»
Pubblicato da Jake su 31 Gennaio 2007
L’immagine a fumetti di un bambino iraniano di tre anni ucciso da soldati israeliani che gli sparano in testa, con sotto la scritta: «E il suo caldo sangue si sparse sulle mani del fratellino Khaled». Non è un racconto dell’orrore ma quello che i bambini iraniani tra i 6 e i 7 anni imparano dai libri di testo che studiano a scuola. È quanto emerge dallo studio presentato nel Parlamento europeo a Bruxelles dal centro di studi israeliano Cmip (Centro per il monitoraggio dell’impatto della pace) che si occupa di analizzare i libri di scuola dei Paesi medio-orientali. Lo studio conclude che i bambini in Iran sono educati al martirio con corsi dedicati espressamente alla preparazione in caso di attacchi stranieri. Gli autori hanno mostrato immagini di libri di testo iraniani in cui sono fotografati adolescenti con bazooka e bambine con velo e mitra in parata militare. I ragazzi tra i 16 e i 17 anni studiano inoltre concretamente l’uso di armi pesanti. «Sono educati al martirio per scopi difensivi, in quanto il punto di vista dominante è che l’Iran stia per essere attaccato dalle potenze straniere», ha osservato uno degli autori dello studio, l’israeliano Arnon Groiss.
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Un prof: «È giusto distruggere Israele»
Pubblicato da Jake su 31 Gennaio 2007
L’aula come agorà politica, la cattedra come pulpito per fare propaganda antisionista. Il tutto sintetizzato dalle seguenti parole: «Ahmadinejad ha ragione, Israele deve essere cancellato. Il mio ideale politico è Hezbollah». Una frase pronunciata da un fanatico revisionista? No, l’autore sarebbe stato un «docente», un «educatore»: il professor Renato Pallavidini. Ad ascoltarlo, sbigottiti, gli studenti della prima F del liceo classico «Cavour». Sarebbe accaduto venerdì scorso, in occasione della Giornata della Memoria. Ora tutto è finito sul tavolo della preside Maria Clelia Zanini ed è probabile che l’episodio abbia uno strascico «ministeriale».
«È propaganda della sinistra che Israele sfrutta per rimanere impunito e giustificare tutte le porcate (sic) che ha fatto dal dopoguerra ad oggi, massacro dei palestinesi, guerra in Libano…», avrebbe detto Pallavidini. Inevitabile l’indignazione di un gruppo di genitori che – come riferiva ieri La Stampa – ha scritto al capo d’istituto chiedendo di spiegare cosa stava accadendo.
Nella lettera, in particolare, si chiede che il professore – descritto dai ragazzi come «oscillante tra estrema destra ed estrema sinistra, a seconda dei momenti» – sia chiamato a rispondere delle sue affermazioni non solo perché «farneticanti, ma perché espresse dalla cattedra».
«Non ho fatto alcuna affermazione revisionista, ho affermato che la politica di Israele è criminale, come dimostra l’aggressione al Libano». Si difende così, interpellato dall’Adnkronos, Renato Pallavidini, il professore di storia e filosofia del liceo classico Cavour di Torino, accusato di antisemitismo per alcune dichiarazioni fatte a scuola durante l’ora di lezione nel Giorno della Memoria. «Inoltre – aggiunge – non ho assolutamente suggerito ai miei allievi di leggere il Mein Kampf di Hitler. Questa indicazione è stata tratta da alcune mie affermazioni apparse su un forum, ma un conto è quello che si dice in classe, un conto quello che si scrive liberamente. Credo che la vicenda sia stata strumentalizzata e il clamore suscitato mi pare esagerato».
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Per la sinistra i desideri sono diritti
Pubblicato da Jake su 31 Gennaio 2007
Il governo Prodi parte dal concetto della discontinuità del governo precedente: e la legislazione sull’immigrazione che esso si prepara a introdurre si differenzia radicalmente dalla Bossi-Fini. La legge del governo Berlusconi collegava l’ingresso legale dell’immigrato a un contratto di lavoro, stabiliva quindi che la certificata necessità di una occupazione da parte del cittadino italiano fondasse il titolo dell’immigrato a entrare nel nostro Paese. Il presupposto della legislazione che il governo Prodi vuole introdurre è il contrario: si fonda sul dovere del nostro Paese di accogliere l’immigrato che vuole stabilirsi tra noi. Nella prospettiva del governo l’accoglienza diviene il contenuto della legalità. Basterà a un cittadino extracomunitario entrare in Italia solo con l’esibizione del passaporto. Ritornerà in vigore il sistema dello sponsor che offre a un extracomunitario la possibilità di venire in Italia senza alcuna motivazione o impegno a fornire un lavoro.
Alla base della svolta impressa alla società italiana dai ministri Amato e Ferrero vi è il rapporto della commissione presieduta da Staffan De Mistura, rappresentante delle Nazioni Unite in Italia, di chiudere i centri di identificazione e di disporre il progressivo svuotamento dei Cpt. Essi vengono descritti dalla commissione in termini critici come se fossero dei campi di concentramento, mentre semmai risulta che vi sono molti modi per poterne fuggire, come quello adottato a Torino di lanciarvi contenitori di droghe. Nel qualcaso la legge chiede che il soggetto sia sottoposto al trattamento curativo e quindi deve lasciare il Cpt.
In una bozza di documento redatta dagli Interni e dalla Solidarietà sociale viene fissata quella che viene chiamata la carta dei diritti degli immigranti che consiste nell’offrire all’extracomunitario un diritto di ingresso nel nostro Paese. Rimangono le quote di ingresso, esse sono triennali e possono essere modificate se le richieste sono in aumento. In pratica vengono abolite le quote. E con l’abolizione dei Cpt cade anche il rinvio degli immigrati nei Paesi d’origine. La politica dell’accoglienza della porta aperta diviene un caso unico nella politica europea, dove ogni Paese sente il problema dell’immigrazione in modo crescente. E il Paese, che come l’Italia, (e ancora di più) è soggetto all’immigrazione subsahariana, la Spagna, ha stabilito la chiusura delle sue frontiere e il rimpatrio immediato degli immigrati dal Senegal e dalla Mauritania nel loro Paese, avendo raggiunto un accordo in tal senso con i governi di provenienza degli immigrati.
Verrà inoltre proposta la riduzione a cinque anni del tempo richiesto per la concessione della cittadinanza italiana.
È caduto nella concezione della sinistra ogni sentimento della compatibilità delle diverse culture che l’immigrazione porta nel nostro Paese con la cultura della nostra gente. Il rito di cittadinanza, come la facoltà di residenza, vengono separati dall’identità di un popolo che si vede imporre la convivenza con l’immigrato come un dovere politico. Ciò lascia il cittadino italiano per cultura e storia in condizioni di difficoltà, perché gli sembra che la sua storia non conti nulla e che egli debba, per imposizione politica, sentirsi meno tutelato dell’immigrato che la politica protegge.
Basta immaginare quale eco avrà nel mondo subsahariano e mediorientale e in genere in tutti i Paesi di immigrazione, l’idea che l’Italia sia il ventre molle dell’Europa e che la via all’Italia e all’Europa passi per le nostre frontiere.
Rifondazione Comunista ha voluto il ministero più delicato del governo, quello che presiede alla composizione della popolazione. Ed essa vi applica il suo concetto fondamentale: i bisogni sono diritti. Ed è un ministro dalle molte stagioni e dai molti ministeri come Giuliano Amato che offre lo spazio a questo processo di snazionalizzazione della cittadinanza, dimenticando che il peso dell’immigrazione cade sulla gente comune, sul popolo anche di sinistra che sperimenta la difficoltà della convivenza.
Paolo Ferrero ha dichiarato, nei primi giorni del ministero, che la politica dell’immigrazione avrebbe dato alla sinistra quel supporto di voti che le manca. Ma quel che più conta è che la concezione antagonista si manifesta qui nel suo livello teorico più alto, l’antagonismo alla tradizione culturale del Paese. Amato ha scritto di temere una rivolta populista: sarebbe peggio se il sentimento di identità nazionale svanisse nello sconforto della multiculturalità.
Gianni Badget Bozzo
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Pensionati, impiegati e precari: sul web la rabbia
Pubblicato da Jake su 31 Gennaio 2007
In attesa della stangata di marzo, con l’arrivo di addizionali comunali e regionali, la maggioranza dei dipendenti italiani si lecca le ferite dopo la batosta ricevuta con la busta paga. Che per una volta ha colpito indifferentemente tutte le categorie: pensionati, dipendenti con e senza familiari a carico, dirigenti e lavoratori precari. Il lamento degli italiani ha trovato nella rete un’ampia valvola di sfogo, e anche la redazione del Giornale ha ricevuto decine di lettere di protesta.
Guadagno irrisorio. Anche chi avrebbe dovuto godere dei vantaggi fiscali promessi dal governo, cioè chi guadagna tra i 25mila e i 35mila euro lordi l’anno, monoreddito e con familiari interamente a carico, si è trovato una media di 18 euro in più al mese: una cifra inferiore anche al tasso d’inflazione e destinata a finire nel calderone delle imposte locali (Ici, tassa di scopo e bollo auto). «Guadagno 26.500 euro lordi – scrive un lettore – ho avuto un leggero aumento solo per la revisione Istat».
I contributi Inps. Ma in qualche caso, considerato anche l’aumento dello 0,3% dei contributi Inps a carico dei lavoratori precari, anche chi guadagna meno di mille euro si è trovato lo stipendio più basso di 15 euro. È il caso di un ricercatore dell’Università di Trieste di 26 anni, con «uno stipendio di 826,73 euro», che ha subìto suo malgrado «un taglio in busta paga di 15,82 euro».
Assegni familiari. La stangata vera è arrivata per i dipendenti single o senza familiari a carico. A parità di reddito (tra 25mila e 35mila) il salasso medio è stato di circa 100 euro. Un quadro del settore privato, con uno stipendio netto di 1.950, single e senza figli, si è visto decurtare 150 euro. Ma anche chi ha figli a carico ha verificato, sulla sua pelle, alcune anomalie. Chi ha un reddito complessivo di 40mila euro con 4 persone a carico, infatti, ha diritto a un assegno familiare di 71 euro. Ma se uno dei quattro familiari a carico è disabile l’assegno scende a circa 46 euro.
I pensionati. «Sono un pensionato da 1.189 euro al mese – si legge sul forum di Repubblica.it – a gennaio ho guadagnato 1.186 euro: non solo non ho recuperato il 2% di aumento ma ho perso ancora qualcosina in virtù delle detrazioni Irpef passate dal 23% al 27% per la parte eccedente i 15mila euro».
«Finalmente anche i ricchi piangono – commenta invece Nino sul forum ivostrisoldi.it -. Sono un pensionato da 20mila euro netti l’anno con moglie a carico e questo governo mi ha tolto 400 euro al mese. Ora saranno contenti…». Stessa situazione di Romano S., che denuncia «350 euro netti in meno su un reddito annuo di 18mila euro». Chi invece ha deciso di rimanere al lavoro, e ha usufruito del superbonus previsto dalla riforma Maroni, ha perso tra i 140 e i 200 euro.
Amara sorpresa. Le addizionali comunali e regionali sull’Irpef si pagheranno a partire da marzo. Nel 2006 le due aliquote si applicavano sull’imponibile fiscale al netto delle deduzioni per carichi familiari (la cosiddetta family no tax area). Dal 2007, invece, viene reintrodotto il sistema delle detrazioni e le addizionali si applicheranno su un imponibile inevitabilmente più alto: in questo modo l’eventuale vantaggio sarà certamente ridotto. Se n’è accorto, in anticipo, Alessandro S., romano e impiegato di 47 anni dell’Acea con quattro figli a carico. Che nel 2007 pagherà alla Regione Lazio «540 euro, da sborsare in comode rate. L’anno scorso erano 340». Un aumento di oltre il 61%, dice l’impiegato su maoddi.ilcannocchiale.it, «un aumento incredibile. È costituzionale un aumento di una tassa del 61%?». Con Tremonti, ricorda, avevano le deduzioni fiscali che valevano anche per le addizionali regionali. Ora invece il monte da cui viene prelevata l’Irpef è più alto perché non è più al netto delle deduzioni. Così la Finanziaria ha provocato un duplice aumento: da parte delle Regioni e da parte dello Stato».
L’Ici entra nel 730. Anche l’immobile utilizzato come prima casa dovrà essere dichiarato come reddito. Questo comporterà una riduzione dell’importo delle detrazioni a cui il contribuente ha diritto: una stangata in più, che si aggiunge al prossimo aumento dell’Ici deciso dai Comuni, che con la Finanziaria sono stati «autorizzati» a rivedere l’imposta sugli immobili e ad aumentare il valore catastale.
Ma c’è un altro aspetto preoccupante della questione, in un Paese come l’Italia dove più dell’80% abita nella casa che possiede: «La maggioranza degli italiani non sa ancora che deve dichiarare la “prima casa” come un reddito – spiega il consulente del lavoro Giuseppe Marini -: quando presenterà il modulo per il calcolo delle detrazioni. La stangata – avverte – arriverà però con il modello 730 del 2008. Tutte le detrazioni attribuite in eccesso andranno ricalcolate, e il contribuente si troverà a pagare un conguaglio sfavorevole». Per la serie, le stangate non finiscono mai.
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Litvinenko bersaglio al poligono
Pubblicato da Jake su 31 Gennaio 2007
Alexander Litvinenko era morto da sei giorni eppure qualcuno in Russia ancora gli sparava. Il fatto che si trattasse soltanto di un addestramento dei migliori uomini delle forze speciali della Spetsnaz non minimizza l’accaduto. Secondo quanto scoperto dal quotidiano britannico The Times, alcune truppe militari sovietiche hanno utilizzato l’immagine dell’ex spia avvelenata a Londra dal polonio 210 il 23 novembre scorso per esercitarsi nel tiro al bersaglio.
Le immagini riportate dal giornale sono state riprese in un campo poco distante da Mosca dove 90 soldati della brigata Vityaz stavano gareggiando per conquistare in premio il berretto marrone delle forze speciali. Non basta, dell’insolita esercitazione esiste perfino un video pubblicitario che mostra delle giovani reclute dapprima impegnate nei soliti esercizi di addestramento che alla fine riempiono di revolverate un’immagine del povero Sasha. La sua faccia viene rapidamente crivellata di pallottole da nove millimetri. All’evento era presente anche Sergei Mironov, presidente del Senato russo e uno dei politici più influenti a Mosca, mentre premia i nove soldati più meritevoli con il berretto marrone della Spetsnaz.
La nuova rivelazione ha ovviamente fornito ulteriore credito a chi sostiene che dietro alla morte dell’ex spia russa ci sia la nomenclatura del Cremlino. «Tutto questo non fa che provare ancora una volta che Alexander Litvinenko era il numero uno nella lista dei servizi segreti russi – ha dichiarato ieri al Times Alexander Goldfarb, portavoce della famiglia della vittima – era il loro acerrimo nemico». Sergei Lysiuk, direttore del centro, insignito della massima onorificenza di «eroe della Russia» ha subito tentato di togliere il governo dai carboni ardenti sottolineando che l’organizzazione è privata e non ha alcun collegamento con gli enti governativi. Ha dichiarato inoltre di aver «ospitato» l’esercitazione per fare un favore a un vecchio collega affermando poi di non sapere che l’immagine utilizzata come bersaglio fosse quella di Litvinenko. Secondo l’uomo si sarebbe trattato semplicemente di uno dei numerosi bersagli acquistati quattro anni fa a una fiera.
Ieri sempre il Times ricordava che proprio Lysiuk viene citato nel libro-denuncia scritto da Litvinenko in cui l’ex spia afferma che alcuni attentati avvenuti in Russia nel 1999 sarebbero da attribuire ai servizi segreti accusati di voler scatenare la seconda guerra cecena per consolidare il potere di Vladimir Putin.
Anche il Cremlino ha immediatamente preso le distance confermando la versione data da Lysiuk. Il portavoce Dmitri Peskov ha ammesso di essere a conoscenza del fatto che si sparava alla faccia dell’ex agente, ma ha ripetuto che la struttura non ha nulla a che fare con le forze speciali russe. È fin troppo chiaro però che l’ultima puntata del giallo che vede direttamente coinvolti gli investigatori di Londra e Mosca rischia di compromettere tutti gli sforzi fatti finora dal governo di Putin per dimostrare la sua totale estraneità in questo caso. Soltanto il mese scorso il ministro della Difesa sovietico Sergei Ivanov aveva dichiarato: «Per noi Litvinenko era irrilevante». Alla luce delle ultime notizie l’affermazione risulta però sempre meno credibile. Secondi fonti citate dal quotidiano inglese, ora Scotland Yard sembra pronta a chiedere ulteriori spiegazioni sul video appena scoperto e non è affatto escluso che la cosa crei altre tensioni tra gli inquirenti britannici e quelli sovietici. Già lo scorso mese infatti c’erano state delle schermaglie con Mosca che aveva impedito a Scotland Yard di interrogare numerosi agenti delle forze speciali. Il governo di Putin aveva inoltre irritato non poco gli inglesi quando aveva presentato una lista con più di cento persone da interrogare a Londra, molte delle quali secondo le autorità britanniche erano del tutto estranee al caso.
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«Il futuro di Israele è la morte»
Pubblicato da Jake su 31 Gennaio 2007
Israele sembra avere optato per la moderazione dopo l’attentato kamikaze di lunedì a Eilat, costato la vita a tre civili e rivendicato dai gruppi armati palestinesi Jihad islamica e Brigate Al Aqsa. Per ora la replica di Gerusalemme è stata simbolica. Nella notte i jet israeliani hanno colpito a Gaza un tunnel, vuoto, scavato dai miliziani verso il territorio dello Stato ebraico, vicino al terminale di Karni. Il premier Ehud Olmert non vuole rischiare di far saltare con una risposta muscolare la fragile tregua in vigore da due mesi con i palestinesi, mentre si avvia a una ripresa delle trattative con Abu Mazen. Un vertice a tre con il segretario di stato Usa Condoleezza Rice è previsto a febbraio.
Ben diversa la scelta di toni di Hassan Nasrallah. Il leader libanese di Hezbollah ha detto ieri di fronte a una gigantesca folla, in occasione della ricorrenza più sacra degli sciiti, la Ashura, che «il futuro d’Israele è la morte, mentre il nostro futuro è la vita».
«Israele è caduto nella tela del ragno», ha quindi affermato il leader di Hezbollah, riferendosi alla «vittoria divina» che il movimento sciita libanese – notoriamente appoggiato da Siria e Iran – proclama di aver conseguito nella guerra dell’estate scorsa contro Israele per il semplice fatto di non essere stato sconfitto totalmente sul campo.
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