«Voterei comunque laburista, ma con il cuore sto con Sharon». «Ci auguriamo la vittoria di Sharon». «E’ l’unica speranza per la pace tra israeliani e palestinesi». «Ha già fatto atti coraggiosi, è un uomo coerente». La sinistra (riformista) italiana «adotta» Ariel Sharon. Il premier israeliano non è più un tabù. Anzi, per qualcuno può essere anche un simbolo, il simbolo della pace. «E’ un uomo che ha fatto i conti con la necessità di riconoscere l’esistenza dello Stato palestinese, mi auguro un suo successo perché è protagonista di un’operazione importante», è il giudizio del diessino Umberto Ranieri, ex sottosegretario agli Esteri dell’Ulivo, che apprezza lo «strappo di Sharon dagli estremisti del Likud». Spera che il premier uscente, alleandosi con i laburisti, possa continuare il suo lavoro. E se ha una raccomandazione da fare è piuttosto al leader dell’Autorità palestinese Abu Mazen: «E’ importante che adesso anche lui accresca la sua autorità e riesca a contrastare gli estremisti palestinesi». Ancora più convinto delle buone ragioni di Sharon è Peppino Caldarola, che giovedì insieme a Ranieri, Ottaviano Del Turco, Marco Pannella, Piero Fassino e Fausto Bertinotti sarà tra i protagonisti del seminario «La sinistra e Israele», coordinato da Antonio Polito al Palazzo dell’Informazione a Roma. Per Caldarola, oltre ai meriti di Sharon c’è un altro fatto che «nessuno a sinistra ammetterà mai: la morte di Arafat ha contribuito a questi passaggi così importanti». Lui, se fosse israeliano non rinuncerebbe ad un voto al partito di Peretz, ma nel suo cuore tiferebbe per un successo di Sharon.
E’ incredulo Ottaviano Del Turco: «Non avrei mai detto che avrei visto una cosa simile: un leader israeliano che passa da bestia nera della sinistra mondiale a unica speranza per la pace in Medio Oriente». Del Turco, quando andò a Gerusalemme come segretario del Psi agonizzante, si sentì rinfacciare da Rabin «i danni incalcolabili di Craxi e Andreotti nei confronti di Israele».(…)
Archivio per la categoria ‘Ariel Sharon’
Svolta nella sinistra riformista: Sharon è uomo di pace
Pubblicato da Jake su 22 Novembre 2005
Pubblicato su Ariel Sharon, Articoli, Dichiarazioni, Italia, Sinistra, Yasser Arafat | Lascia un commento »
Fassino sul medio oriente
Pubblicato da Jake su 24 Maggio 2005
«Oggi c’è una duplice opportunità. La prima è l’elezione di Abu Mazen, un riformista, un democratico, un uomo di pace, a capo dell’Autorità palestinese; e la seconda è la formazione in Israele del governo Sharon-Peres, che rappresenta una novità; un governo di unità nazionale formato per riprendere il processo di pace».
Il che porta ad un giudizio politico su Ariel Sharon.
«Il nostro giudizio non cambia per ciò che concerne le responsabilità che Sharon ha per quello che è accaduto nel passato, ma sarebbe sciocco non vedere che c’è una novità: Sharon che cambia politica nel momento in cui si mette d’accordo con l’avversario storico di sempre, Peres, per dar vita a un governo che faccia la pace. Questa possibile ripresa di un percorso negoziale oggi conosce un passaggio importante, ed è la decisione del governo israeliano di ritirarsi da Gaza. Può essere l’innesco di una fase nuova, ma a due condizioni».
Quali?
«La prima, è che non si tratti soltanto di una decisione unilaterale di ritiro, ma segua un accordo con i palestinesi per definire che cosa succede a Gaza dopo che gli israeliani se ne saranno andati. Intanto non è indifferente come gli israeliani se ne vanno, e cioè se la fuoriuscita dei soldati israeliani e anche lo smantellamento delle colonie avviene in un clima pacifico, senza conflitti, senza drammi. Non è indifferente se tutto ciò che gli israeliani hanno lì costruito e coltivato, penso all’agricoltura, viene trasferito e a chi. Non è indifferente se da subito c’è un piano per un programma straordinario di investimenti che aiuti Gaza a conoscere uno sviluppo autonomo. Non è indifferente quale sarà lo status giuridico di Gaza così che possa diventare davvero il primo nucleo di una autorità statale palestinese, evitando che la popolazione della Striscia sia costretta a vivere in un ghetto senza speranza. Tutto questo si fa se c’è un accordo e se viene gestito insieme. La seconda condizione è che simultaneamente al ritiro da Gaza riprendano i negoziati tra israeliani e palestinesi per riaprire la strada al processo di pace. Naturalmente sappiamo tutti che la pace è complessa, difficile, che le questioni da discutere non si risolvono in un minuto, che la pace ha bisogno di una certa gradualità.(…)
Tra i nodi più intricati da sciogliere c’è quello del diritto al ritorno dei profughi palestinesi.
«Occorre ricercare una soluzione sul diritto al ritorno che non sia incompatibile col mantenere a Israele il carattere di uno Stato ebraico, ed è quindi evidente che non potrà esserci il ritorno in massa di milioni di rifugiati palestinesi perché questo stravolgerebbe la composizione demografica dello Stato d’Israele e gli ebrei non lo accetteranno mai. E quindi il diritto al ritorno deve essere soprattutto risolto con forme di indennizzo e di risarcimento.(…)
Pubblicato su Ariel Sharon, Articoli, Dichiarazioni, Israele, Palestina, Piero Fassino | Lascia un commento »
Siria:Terrore e antisemitismo
Pubblicato da Jake su 6 Maggio 2005
Durante la storica visita in Israele di Vladimir Putin, il primo capo di Stato russo a non essere apertamente ed esclusivamente filo-arabo dal 1967 a oggi, il premier Ariel Sharon gli ha fatto consegnare un nutrito dossier su “Siria, terrorismo e anti semitismo”. Come è noto proprio sul fatto di continuare da parte della Russia a vendere armi ai siriani si sono registrati nei giorni scorsi gli unici malumori e gli screzi durante la visita ufficiale di Putin al proprio omologo di Gerusalemme Moshe Katzav. Cosa c’è in quel dossier che consta di più di cento pagine? Un po’ di tutto: dalle prove che le armi di distruzione di massa di Saddam sarebbero finite oltre confine ben prima dell’inizio della guerra, agli indizi pesantissimi sui coinvolgimenti del regime di Damasco nell’organizzazione della guerriglia baathista irachena che insieme a quella islamica marcia a più di tre attentati al giorno, all’elencazione delle violazioni dei diritti umani nel regime di Bashar Al Assad passando per alcune perle dell’anti-semitismo nazistoide del XXI secolo come il non volere dare in estradizione gli ultimi criminali nazisti viventi (già consiglieri del padre di Bashar Al Assad, Afez) con la motivazione che in Siria “uccidere ebrei non è reato” o come il profluvio di edizioni libanesi e siriane di un classico dell’anti giudaismo della polizia zarista: I protocolli dei Savi di Sion. Un “abstract” di tutto ciò lo ha pubblicato la rivista israeliana che fa capo all’Intelligence and terrorism information center (CSS) del colonnello Reuven Erlich.
È di fresca pubblicazione è ha un’avvertenza sulla quarta di copertina che fa venire i brividi: «tutto quello che leggerete anche se vi sembrerà immaginario in realtà è accaduto davvero, gli ebrei sono i nostri nemici e manovrano da anni un complotto per sopraffare i paesi arabi… la pubblicazione del loro progetto di conquistare il mondo serve a far conoscere chi sono i veri nemici della Siria». In Siria esiste un ministero per la propaganda contro Israele e gli ebrei e la ferocia di queste pubblicazioni è stata sottolineata nei colloqui tra Katsav e Putin come elemento di destabilizzazione in Medio Oriente. Di qui le pressioni per cessare di fare smettere le forniture belliche.
La Siria è governata da un regime totalitario che viola sistematicamente i diritti umani. Tra i diritti negati alla popolazione siriana si ricordano in particolare: libertà di stampa, uguaglianza politica e giuridica per le donne e le minoranze, elezioni pluripartitiche, libertà di religione e di pacifico dissenso politico, libertà di associazione e di assemblea, libertà di movimento. In Siria è vietato tutto: da Internet ai libri stranieri che non abbiano passato il visto censura, a diffondere informazioni che possano mettere in cattiva luce l’attuale regime. Il 27 giugno 1980 le truppe dell’ex presidente Hafiz Assad commisero un massacro a sangue freddo di prigionieri politici detenuti nelle carceri di Tadmur. Furono uccisi circa 1.000 detenuti. Le Ong per i diritti umani hanno calcolato che a oggi sono spariti dalle carceri circa 13mila detenuti. Altri 11mila invece languono a Damasco con detenzioni indeterminate.
Il dossier contiene le più famose dichiarazioni degli uomini del regime. Ad esempio quella del presidente siriano Bashar Assad in occasione della visita papale, 5 maggio 2001: «Gli ebrei cercano di uccidere i principi di tutte le religioni con la stessa mentalità con cui hanno tradito Gesù Cristo e nello stesso modo in cui hanno cercato di tradire e uccidere il profeta Maometto».
Nella stessa occasione, il ministro siriano per gli affari religiosi Muhammad Ziyadah ha messo il carico da undici: «Conosciamo bene le trame dei nemici di Dio e dei malvagi sionisti contro la cristianità e l’islam».
Per non parlare di Mustafà Tlas, consigliere personale del presidente, in un’intervista al Corriere della Sera dell’11 maggio 2001: «Gli ebrei sono pochi milioni: se ogni arabo uccidesse un ebreo, non ce ne sarebbero più». L’editorialista del quotidiano governativo siriano Al-Akhbar scriveva invece il 20 aprile 2001 e ribadiva il successivo 27 aprile che «Hitler va ringraziato perché ha vendicato in anticipo i palestinesi, anche se dobbiamo lamentare il fatto che la sua vendetta non è andata abbastanza avanti». Subito dopo l’11 settembre i toni si smorzarono in quanto Damasco era già entrata nel mirino degli americani. Ma fu una breve illusione.
Damasco ha solo fatto finta di chiudere gli uffici di rappresentanza di Hamas e della Jihad islamica. In realtà i grandi latitanti sopravvissuti alle esecuzioni mirate dell’esercito israeliano hanno piena libertà d’azione e di movimento in Siria. Solo con gli hezbollah il regime non ha grandi rapporti perché fanno capo a Teheran. I satelliti spia degli israeliani sono convinti che anche Damasco stia tentando di armarsi con il nucleare come Teheran e recentemente è stato anche siglato un patto di alleanza e di non aggressione tra i due “Stati canaglia” residui in Medio Oriente dopo la caduta di Saddam. Esisterebbero anche dettagliate descrizioni di nascondigli dove potrebbero trovarsi le armi di distruzione di massa mai trovate in Iraq. Insomma il mondo non deve sottovalutare questa minaccia secondo i centri studi delle intelligence israeliane. E Putin, se veramente vuole stringere un patto anti-terrorismo islamico con Israele, come ha dato segno di volere fare da tempo, non potrà non tenere conto del dossier del colonnello Erlich.
Pubblicato su Ariel Sharon, Articoli, Ebrei, Integralismo, Intolleranza, Israele, Repressione, Russia, Siria, Terrorismo, Vladimir Putin | Lascia un commento »
La Francia e Israele
Pubblicato da Jake su 20 Luglio 2004
Le parole di Ariel Sharon sull’antisemitismo di cui sono vittime gli ebrei francesi toccano una ferita purulenta.
Avi Pazner, portavoce del governo israeliano, sostiene ora che Sharon non intendeva invitare in massa gli ebrei a lasciare la Francia, ma sta di fatto che le relazioni tra Parigi e Gerusalemme si deteriorano di mese in mese e che l’antisemitismo in Francia è sempre più radicato. L’ultimo episodio è la visita alla fine di giugno del ministro degli Esteri Michel Barnier a un Yasser Arafat a cui ormai nessun leader concede più credito. L’incontro fa seguito alle parole di stima verso il presidente palestinese pronunciate da Jacques Chirac al vertice Nato di Istanbul, che collocano la diplomazia francese in una posizione quasi provocatoria sul medio oriente. Una dinamica che porta Chirac, che riceve oggi all’Eliseo il premier turco Tayyp Erdogan, per corteggiare l’elettorato razzista di Jean-Marie Le Pen, a non farsi scrupolo di osteggiare l’ingresso in Europa della Turchia, e a dichiarare, secondo la tv israeliana, che Sharon non è il benvenuto a Parigi.
Sbaglia chi vede in queste posizioni francesi solo una volontà di differenziazione da quelle statunitensi e chi crede che l’antisemitismo francese sia conseguente alla presenza di quattro milioni di arabi “coinvolti” dal conflitto israelo-palestinese su posizioni nazionaliste (in realtà provengono tutti da paesi – Algeria, Marocco, Tunisia – che mai hanno sostenuto i palestinesi e odiano gli israeliani non per ragioni nazionaliste, ma puramente anti-ebraiche di tipo islamista). I due fenomeni si intrecciano e si innestano nella tradizione di un antisemitismo radicato da secoli nel paese, forse ancor più che in Germania.
La Francia è l’unica nazione europea in cui si è sviluppato un forte sentimento antisraeliano, non nella componente di sinistra dell’opinione pubblica (come in Italia e Germania), ma in quella centrista, liberale, moderata. E’ uno dei lasciti più ambigui e profondi del gaullismo, di cui Chirac è oggi l’erede, ed è stato più volte apertamente formalizzato dal Generale, soprattutto dopo la guerra dei Sei giorni del 1967. Nel dicembre di quell’anno, Charles de Gaulle inviò una lettera a David Ben Gurion in cui accusava “Israele di oltrepassare i confini della moderazione”, dava credito alla tesi che i paesi arabi sarebbero stati pronti a riconoscere il diritto all’esistenza di Israele se si fosse ritirato dai Territori (a tuttora solo quattro paesi arabi su 22 riconoscono il diritto all’esistenza di Israele) e avvisava Ben Gurion: “Ecco che Israele, invece di errare per l’universo nel suo esilio bimillenario, è divenuto, di colpo, uno Stato, la cui vita e durata dipendono, secondo la legge del suo tempo, dalla sua politica”. Il problema per de Gaulle era che un Israele così banalizzato, separato arbitrariamente dalla sua genesi drammatica, era ormai fonte d’imbarazzo per una Francia che aveva sulla coscienza la più dura repressione di tutti i tempi di una rivolta araba. Il de Gaulle che chiude le vergognose pagine della guerra d’Algeria è dunque lo stesso che chiude la straordinaria solidarietà francese con Israele dal ’48 al ’64 (francesi sono le armi israeliane sia del ’56 sia del ’67, a partire dagli strategici Mystère). Nel momento in cui perde il controllo del petrolio d’Algeri, Parigi paga il prezzo della polemica con Israele per recuperare i paesi arabi e il loro greggio. E’ questa la politica che porta Valery Giscard d’Estaing nel 1980, a imporre al vertice europeo di Venezia la svolta che associa alle trattative l’Olp di Arafat (sino a quel momento esclusa in quanto “terrorista”), chiudendo così la ben più produttiva prospettiva di una rappresentanza palestinese mediata dalla Giordania. Dopo quel vertice, il 17 giugno 1980, le comunità ebraiche dei nove paesi della Cee espressero la loro “costernazione”. Nessuno le ascoltò in un’Europa in panico per il prezzo del petrolio, balzato a 40 dollari al barile, e pronta a tutto pur di compiacere gli arabi. Come molti oggi, non soltanto a Parigi.
Pubblicato su Ariel Sharon, Articoli, Francia, Intolleranza, Israele, Jacques Chirac | Lascia un commento »