Pubblicato da Jake su 1 Febbraio 2007
Ovuli in vendita su Internet, cataloghi di donatrici fra cui scegliere il colore degli occhi dei propri figli in provetta, società che organizzano viaggi in Africa per comprare gli ovuli - pare - ambitissimi delle donne di colore. È lo scenario che emerge da un’inchiesta pubblicata dall’International Herald Tribune del 30 gennaio.
È un articolo che tutti dovrebbero leggere, perché contiene la raffigurazione più eloquente del mondo in cui - forse senza rendercene conto - stiamo vivendo. Un mondo che assomiglia sempre più a quel Mondo nuovo di cui parlava con inquietante profezia Aldous Huxley, in un romanzo del 1930: la maternità tradizionale abrogata dalle leggi e dai costumi; l’amore fra uomo e donna sostituito dall’esercizio della sessualità come ginnastica rigorosamente sterile; i figli prodotti esclusivamente in laboratorio, e cresciuti per nove mesi in grembi di plexiglas, discriminati in base alle loro caratteristiche fisiche e intellettuali.
Certo, non siamo ancora giunti a tale pauroso sconquasso. Ma leggendo questa inchiesta inglese ci si rende conto che abbiamo imboccato con decisione quella strada. L’Herald Tribune ci racconta - non senza un certo compiacimento - che ci sono «cliniche belghe, spagnole, greche che corteggiano le donne su internet, dove rimbalzano immagini di pancioni gravidi, di mamme che allattano e di famiglie felici, vantandosi di avere lunghissime liste di donatori e ritmi competitivi». Il linguaggio tradisce una stupefacente mutazione dei costumi: ci troviamo ormai in una grande fabbrica globalizzata, la fabbrica della vita umana. Nella quale l’uomo e i suoi «pezzi» sono diventati una variabile commerciale, un prodotto da vendere, una domanda e un’offerta da far incontrare.
Quanto costa un ovulo di femmina d’uomo? Al consumatore - cioè per la donna che vuole avere un figlio - in Europa i prezzi oscillano tra i 3.300 e gli 8.000 dollari (fra i 2.500 e i 6.000 euro). Le «donatrici» di New York - che però sono, a essere rigorosi, delle venditrici - portano a casa fino a 7.000 dollari per ovulo, circa 5.500 euro. Siamo entrati nel supermercato della vita umana. E attenzione: non è solo una questioni di soldi: anche se fosse tutto gratis - ma non lo è, perché il business è l’unica anima di questo commercio biologico - saremmo comunque di fronte a un cambiamento epocale, al capovolgimento di quello che i filosofi chiamano il paradigma morale. L’uomo non più visto come fine in sé, ma come mezzo. Quando diciamo che siamo persone, stiamo affermando che nessuno di noi ha un prezzo. Il prezzo si attribuisce alle cose. Ma compulsare il catalogo on line alla ricerca dell’ovulo migliore significa proprio questo: ridurre l’uomo a una cosa. Il metodo è lo stesso - ci si perdoni l’inevitabile comparazione - che gli allevatori di bestiame attuano da tempo quando, desiderando migliorare la razza dei propri capi, cercano sul mercato della fecondazione artificiale «prodotti» interessanti. Un gesto che non ci impressiona, perché abbiamo ben presente la differenza che esiste fra un uomo e un vitello. Ma ora, questo supermarket dell’ovulo ci getta in una crisi profonda, avvicinando paurosamente ognuno di noi a una merce di scambio. Evapora così del tutto il valore dell’uomo in sé, e rimangono soltanto le sue qualità: biondo o bruno, occhi azzurri o castani, alto o robusto. Si vuole un figlio a tutti i costi, e lo si prenota con le caratteristiche fenotipiche volute. Intendiamoci: ogni donna sogna il suo bambino ideale, prima di vederlo in faccia. Ma la grandezza di questo amore sta nel fatto che quel cucciolo d’uomo troverà l’abbraccio di una madre, pronta ad accoglierlo per quello che è: un figlio. Nulla a che vedere con la pretesa di ordinare il bambino à la carte, l’uomo che vale solo se ha le qualità che mi aspetto.
In fondo, il vero combustibile di questo inedito mercato degli ovuli è la «dittatura del desiderio», l’ossessione di dover raggiungere una certa meta tanto agognata, anche a costo di sacrifici inenarrabili. Le donne di cui parla l’articolo dell’Herald Tribune si sobbarcano viaggi onerosi e faticosi, pagano profumatamente la «materia prima», si sottopongono a tentativi spesso infruttuosi, corrono rischi per la loro salute. Le «donatrici» non se la passano meglio, visto che la procedura medica presenta un conto assai salato al loro corpo: devono assumere ormoni quotidianamente per un mese, sottoporsi a numerose visite, procedere alla invasiva estrazione degli ovuli, esponendosi a rischi tutt’altro che marginali. Tutte - acquirenti e donatrici - hanno latenti problemi psicologici: alcune di loro dichiarano che non vogliono conoscere la provenienza dell’ovulo, o che sarebbero turbate dal sapere che «ci sono altri miei figli in giro per il mondo».
Ovviamente, la sapiente regia che ha messo in piedi questo lucroso mercato copre con una cortina di silenzio tutti questi aspetti imbarazzanti. E a nessuno è dato sapere con precisione quanti siano gli embrioni che - vittime di questa fabbrica dei bambini su prenotazione - sono sacrificati sull’altare del desiderio invincibile. Se ne può avere forse un’idea leggendo i dati contenuti in uno studio di prossima pubblicazione, preparato dal magistrato italiano Giacomo Rocchi, sulla base dei dati disponibili in letteratura. Nonostante in Italia sia in vigore una legge sulla fecondazione artificiale ritenuta restrittiva, gli embrioni vittime di queste tecniche sarebbero circa 80mila ogni anno. Se è questo il «mondo nuovo» che stiamo costruendo, di certo non è un bel mondo.
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Pubblicato da Jake su 1 Febbraio 2007
Dalla gravità (della malattia) al Comune di residenza, il passo in fondo è breve. Il governo aveva imposto alle regioni un provvedimento per mettere un po’ di ordine nel caos delle liste d’attesa negli ospedali, e l’assessore alla Sanità del Veneto, il leghista Flavio Tosi, ci ha messo un po’ del pepe di cui è fornita la sua piccante cartellina di iniziative politiche. E questo pepe sta proprio nella residenza dei pazienti, che il provvedimento allo studio potrebbe far diventare requisito fondamentale per finire in una lista piuttosto che in un’altra. Guadagnando così una priorità che, ha assicurato l’assessore veronese, non trova controindicazioni legali.
«È un atto di legittima difesa contro questo governo - tuona Tosi - che ci ordina di risparmiare e, nello stesso tempo, invoca una gestione razionale ed efficace delle liste d’attesa. Per dare una risposta intelligente ho pensato di creare una lista d’attesa riservata ai veneti».
Paradossalmente, questo è, secondo Tosi, il dazio che bisogna pagare all’alta qualità dei servizi sanitari erogati dagli ospedali della regione. «È per questo che abbiamo lunghe liste d’attesa - argomenta l’assessore -. Noi non vogliamo certo scontentare nessuno, ma non vogliamo nemmeno che siano i veneti a pagare le conseguenze. Chissà che il governo capisca che non si può mettere tutte le regioni sullo stesso piano».
E per difendersi dalle inevitabili accuse di «razzismo» che riceverà, e a cui, per la verità, è abituato, Tosi cita il caso del Trentino-Alto Adige, regione a statuto speciale. «I trentini - dice Tosi - hanno deciso di non far pagare i dieci euro di ticket sulle visite specialistiche ai residenti e di mantenerli, invece, per chi viene da fuori. Il senso del mio provvedimento è lo stesso. Alle Ulss non imporrò nulla, darò solo la facoltà di fare le due liste e di dare così una risposta concreta alle istanze dei residenti».
Quanto ai numeri, Tosi dice che ogni anno in Veneto ci sono 100mila ricoveri di persone che vengono da fuori regione, mentre per le visite altamente specialistiche la percentuale di «foresti» sarebbe compresa tra il 30 e il 40 per cento. È la matematica, dunque, prima ancora del governo, l’ispiratrice del provvedimento. Una doppia graduatoria in cui troveranno comunque posto anche percorsi diversi per i differenti gradi di gravità e quattro fasce con altrettanti livelli di urgenza indicati dal medico curante.
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Pubblicato da Jake su 1 Febbraio 2007
Gaffe del Presidente francese Jacques Chirac sull’Iran. Il capo dell’Eliseo è apparso imbarazzato dopo aver dichiarato che non vi sarà alcun grave pericolo se l’Iran sarà in possesso di una o due testate nucleari. Chirac lunedì scorso aveva rilasciato una intervista all’Herald Tribune, pubblicata oggi dal quotidiano americano basato in Europa. «Direi che ciò che è pericoloso (relativamente alla crisi nucleare iraniana, ndr) non è il loro possesso di una bomba nucleare. Una o forse di una seconda testata poco dopo, beh, questo non è molto pericoloso». «Dove sgancerebbero la bomba? Su Israele? Prima che arrivi a 200 metri nell’atmosfera, Teheran sarebbe già stata rasa al suolo», ha aggiunto.
I giornalisti a cui il Presidente aveva rilasciato l’intervista sono stati richiamati martedì all’Eliseo, dove Chirac ha di fatto ritrattato le sue dichiarazioni del giorno prima, sottolineando di aver parlato troppo in fretta, e di aver ritenuto che i suoi commenti fossero fatti a microfoni spenti. «Sono io a essermi sbagliato, e non lo contesto. Ritratto senza alcun dubbio quello che ho detto: parlare di radere al suolo Teheran è ovviamente un modo di dire. È ovvio che se questa bomba fosse lanciata al momento, sarebbe immediatamente distrutta», ha aggiunto.
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Pubblicato da Jake su 1 Febbraio 2007
Ancona - C’è un secondo filmato hard, otto secondi di sesso orale in classe fra un ragazzino e una ragazzina, nell’inchiesta della procura dei minori di Ancona sul sesso consumato a scuola. E anche questo video - girato con i videofonini su un banco di una classe non meglio specificata - è finito su un noto motore di ricerca con l’indicazione dell’Istituto tecnico commerciale Capriotti di San Benedetto del Tronto nel file. La procura ne ha già acquisito una copia, scaricata da un cellulare.
Emulazione In realtà è possibile che il video sia frutto di un fenomeno emulativo: potrebbe essere stato girato in un’altra città o regione, e poi, visto il «successo» mediatico dell’impresa dei due studenti di prima dell’Itc sambenedettese, immesso nel web copiando i riferimenti del filmato originale. Ma al momento la procura non esclude neppure che i due ragazzini, entrambi riconoscibili, siano studenti del medesimo istituto. E ha incaricato gli esperti della polizia postale di individuare set e baby attori del nuovo video.
Primo episodio I carabinieri di San Benedetto del Tronto intanto hanno completato gli accertamenti sul primo episodio segnalato. Sono stati sentiti il quindicenne e la quattordicenne che compaiono nel filmato del 20 gennaio, i due compagni che lo hanno girato (per tutti i quattro il consiglio di disciplina ha proposto 15 giorni di sospensione dalle lezioni), la dirigente scolastica, gli insegnanti, e tutti gli altri ragazzini che hanno assistito alla scena o scaricato i filmati. Produzione e diffusione di materiale pedopornografico sono i reati ipotizzati a carico degli indagati, ma il pm sta valutando se contestare anche la corruzione di minori.
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