Archivio per Ottobre, 2006
Pubblicato da Jake su 31 Ottobre 2006
Fonti ufficiali americane hanno reso noto che la Corea del nord ha accettato di tornare al tavolo dei negoziati a sei sul dossier nucleare di Pyongyang. Le fonti hanno precisato che il “sì” nordcoreano è avvenuto durante un incontro a Pechino tra il capo negoziatore Usa Cristopher Usa e il suo omologo nordcoreano Kim Kwe-Gwan. All’incontro era presente anche il capo negoziatore cinese. I negoziati a sei (le due Coree, gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone e la Russia) di Pechino sul dossier nucleare di Pyongyang sono interrotti da oltre un anno.La crisi è precipitata dopo il primo test atomico effettuato dalla Corea del nord lo scorso 9 ottobre e le sanzioni approvate successivamente dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Le fonti americane hanno affermato di attendersi che i negoziati a sei possano riprendere entro la fine dell’anno, precisando però che le sanzioni adottate dall’Onu continueranno a restare in vigore.
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Pubblicato da Jake su 29 Ottobre 2006
Undici persone sono state arrestate e 84 denunciate in un’operazione dei carabinieri di Massa contro la prostituzione. Le accuse sono associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e allo sfruttamento della prostituzione.
L’operazione, denominata ‘Follie’, è stata condotta in sei province fra Toscana ed Emilia Romagna. Sequestrati due locali notturni, computer, 50 mila euro in contanti e documentazione varia.
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Pubblicato da Jake su 27 Ottobre 2006
La scuola araba di via Ventura a Milano resta chiusa. E le istituzioni giocano a scaricarsi le responsabilità le une con le altre. Se, infatti, il sindaco di Milano Letizia Moratti ha fatto sapere di essere ancora in attesa di «chiarimenti» da parte del ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni (non vi è ancora alcun documento con il quale vengono spiegati i requisiti richiesti per l’apertura delle scuole straniere), da Roma il governo se ne lava le mani e scarica tuto sulle spalle della direzione scolastica regionale (che, però, dipende direttamente dal ministero).
Aperta con un blitz, la scuola era stata chiusa attraverso un’ordinanza prefettizia perchè senza i requisiti necessari. In modo particolare i locali non erano a norma e quindi i vigili del fuoco non erano stati in grado, fino a qualche giorno fa di consegnare alcuna relazione positiva agli uffici tecnici di palazzo Marino ai quale spetta dare il via libera per l’utilizzo dello stabile. Ora il Comune il plico sarebbe arrivato ma lo studio delle carte risulterebbe essere più difficoltoso del previsto. Tanto più che secondo il sindaco mancherebbero anche le autorizzazioni sia del ministro Fioroni che del direttore scolastico regionale Mario Giacomo Dutto. Nessuna risposta è stata data anche in merito ai numero minimo di giorni di lezione da svolgere previsti dalla legge. La norma vorrebbe siano 200 e, come è ovvio, aprendo solo ora l’istituto di via Ventura difficilmente riuscirebbe a garantire le ore di studio adeguate. Arcano che può essere svelato solo dal ministro in persona che ha inviato una lettera al sindaco a Letizia Moratti.
«Mi permetto di ricordarLe che la competenza relativa agli aspetti connessi con l’eventuale riconoscimento e la generale vigilanza delle scuole straniere autorizzate a funzionare nel nostro Paese fa capo al Direttore Generale dell’Ufficio scolastico regionale nel cui territorio la scuola è ubicata, per effetto della delega stabilita con provvedimento ministeriale prot. n.151 del 13 gennaio 1999. Nel caso della scuola di Via Ventura, segnalo che nessuna preclusione questo Ministero ha posto alla autorizzazione al funzionamento, nè, in via di principio, ritiene di formulare osservazioni ostative, una volta accertata l’esistenza dei requisiti richiesti dal vigente quadro normativo di riferimento», esordisce Fioroni nella lettera. «In realtà, come fatto presente dal Direttore dell’Ufficio scolastico regionale, con la lettera del 10 ottobre 2006, l’istanza presentata in data 4 maggio c.a. ha avuto risposta negativa in quanto -sottolinea Fioroni- la medesima non era corredata dalla documentazione necessaria che, ancor oggi, risulta carente della certificazione relativa alla agibilità ed idoneità dei locali, certificazione di competenza degli Uffici Tecnici del Comune».
«Non appena saranno realizzate positivamente tutte le condizioni necessarie per il corretto funzionamento dell’Istituzione scolastica, l’Ufficio scolastico regionale potrà determinare circa l’apertura della scuola, non essendo peraltro prevista, da parte dello stesso, la possibilità di un esame di merito relativo ad eventuali valutazioni di opportunità non consentite dalla legge -ricorda Fioroni- che è uguale per tutti». «Quanto, infine, alla possibilità che i tempi di definizione della procedura formale non consentano di realizzare l’obbligo di impartire il numero minimo di 200 giorni di lezioni, si fa presente che l’autorità regionale cui compete la definizione del calendario scolastico potrà consentire soluzioni che garantiscano l’assolvimento di tale obbligo, prorogando, eventualmente, il termine delle attività didattiche stabilito dal calendario scolastico per l’anno scolastico 2006/2007. In ogni caso -conclude Fioroni- tale valutazione sarà successiva al vostro nulla-osta che ancora attendiamo e che, siamo certi, non essere subordinato, nè nel tempo necessario ad esprimerlo nè nel suo esito, alla modalità di applicazione della clausola di cui sopra».
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Pubblicato da Jake su 27 Ottobre 2006
Dopo la pubblicazione l’altro giorno delle foto di alcuni militari tedeschi che giocavano con un teschio, sorge un’altra brutta ombra sulla missione afgana della Nato. Almeno 60 civili sarebbero rimasti uccisi in Aghanistan nelle operazioni condotte dalla Nato nel sud del Paese nei giorni scorsi: lo hanno riferito fonti governative e un testimone. Secondo Bismallah Afghanmal, consigliere provinciale di Kandahar, i raid delle forze dell’Alleanza Atlantica avrebbero fatto tra gli 80 e gli 85 morti. Un testimone ha parlato di 60-70 vittime, mentre una fonte governativa che ha chiesto di non essere citata ha parlato di almeno 60 morti. In maggioranza sarebbero donne e bambini.
Le Nazioni Unite chiedono un’inchiesta: «La missione delle Nazioni Unite di assistenza in Afghanistan è molto preoccupata dalle notizie che un gran numero di civili possa essere morto durante operazioni militari», ha detto l’Unama, la missione delle Nazioni Unite in Afghanistan. «La salvaguardia e il benessere dei civili devono sempre venire per primi e ogni vittima civile è inaccettabile, senza eccezioni», afferma il documento.
Mark Laity, rappresentante civile della Nato nel paese, ha espresso profondo rammarico per la strage, ma ha attribuito la responsabilità di quanto accaduto ai talebani, che per proteggersi si nascondono tra la popolazione. «Il fatto che loro usino i civili come una sorta di scudi umani ci rende il compito molto difficile - ha sottolineato - ma questo non ci impedisce di compiere ogni sforzo per ridurre al minimo» le perdite tra i civili.
Intanto l’Isaf ha dato notizia dell’uccisione di 48 militanti negli scontri nel distretto di Panjwayi, definendo “credibili” le informazioni su vittime civili, anche se ha detto di essere a conoscenza solo del ferimento di quattro persone.
Il parlamento di Berlino e il governo di Kabul hanno espresso ieri parole di condanna per le foto choc di militari della Bundeswehr in Afghanistan che scherzano con un teschio umano, apparse sulla Bild. «Persone che si comportano così non appartengono alle Forze armate», ha ribadito il ministro della Difesa tedesco, Franz Joseph Jung, nel corso di un dibattito parlamentare, precisando che i sei responsabili sono stati individuati, che «quattro di loro non fanno più parte dell’esercito e gli altri due saranno severamente puniti«.
Nel sottolineare la “profonda tristezza” del governo e del popolo afgano riguardo all’accaduto, il ministero degli Esteri di Kabul in una nota «condanna con forza questa azione diretta contro i valori islamici e le tradizioni afgane». A livello locale non vengono comunque segnalate reazioni di protesta contro le foto. In Afghanistan sono dislocati circa 2.800 soldati tedeschi che fanno parte della forza multinazionale Isaf.
Il segretario generale della Nato Jaap de Hoop Scheffer, intervistato da Panorama nel numero oggi in edicola, ha dichiarato che «ci vorranno molti anni per rimettere in piedi l’Afghanistan». «Dobbiamo investire quanto possiamo, e il più rapidamente possibile, per mostrare agli afgani che le cose venno meglio e andranno meglio. Dell’Italia Scheffer dice che «è uno dei principali attori in Afghanistan, un alleato chiave».
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Pubblicato da Jake su 27 Ottobre 2006
Un muro lungo 700 miglia (circa 1.126 chilometri) separerà gli Stati Uniti dal Messico. Il presidente americano George W. Bush ha dato ieri il via libera alla legge che lo istituisce. Con la firma del decreto, avvenuta in una cerimonia solenne davanti alle telecamere, Bush fornisce ai repubblicani uno strumento per sottolineare, in piena campagna per le elezioni di mezzo termine del 7 novembre, il loro pugno duro nei confronti dell’immigrazione clandestina.
Dopo mesi di discussione alla Camera dei Rappresentanti, la costruzione del muro, che copre un terzo della frontiera, pari a 1.200 miglia, è stata approvata al Senato di Washington lo scorso 29 settembre, con 80 voti contro 19, con diversi voti a favore dei democratici in minoranza. Il presidente del Messico, Vincente Fox, che passerà le consegne il prossimo 1 dicembre a Felipe Calderon, ha passato gli ultimi sei mesi del suo mandato presidenziale a trattare con la controparte americana per ottenere un nuovo programma per l’immigrazione, chiedendo il riconoscimento della cittadinanza per i milioni di messicani che lavorano negli Usa da irregolari. E, senza mezzi termini, Fox ha parlato di «muro della vergogna».
Durante la cerimonia Bush ha sottolineato che «purtroppo gli Stati Uniti negli ultimi decenni non sono stati in grado di controllare completamente i propri confini» e che «l’immigrazione illegale è in crescita». Si calcola che attualmente in territorio americano si trovino 11-12 milioni di clandestini. «Abbiamo la responsabilità - ha detto Bush - di rendere i sicuri i nostri confini» e la costruzione della barriera rappresenta «un passo importante per conseguire tale obiettivo».
Con la firma di questo provvedimento il presidente spera di “rianimare” il partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato che devono rinnovare gran parte del parlamento e che potrebbero consegnare la maggioranza ai Democratici, dati per favoriti soprattutto per le “disavventure” americane in Iraq.
Intanto il Messico si indigna. Alla vigilia della firma che autorizza il provvedimento, è arrivata anche una dichiarazione sottoscritta da altri 27 stati, che afferma come «la costruzione di muri non favorisce l’adeguata attenzione alla problematica migratoria nè riconosce il contributo storico dei lavoratori migranti nei paesi di arrivo». Tra i firmatari del documento, presentato all’Oea (Organizzazione degli stati americani), c’è preoccupazione per «una misura unilaterale contraria allo spirito di comprensione che deve caratterizzare l’approccio ai problemi comuni tra paesi vicini». In tema di immigrazione, viene sottolineato, «si deve tenere conto dei suoi molteplici aspetti per trarre il massimo profitto dai benefici e ridurre al minimo gli effetti negativi, sulla base del rispetto dei diritti umani». Ad esprimere solidarietà al Messico, in particolare, Argentina, Barbados, Belice, Bolivia, Brasile, Colombia, Costa Rica, Cile, Ecuador e El Salvador.
Il ministro degli Esteri messicano, Luis Ernesto Derbez, non ha esitato ad affermare che la cerimonia alla Casa Bianca per la firma della legge che autorizza la costruzione del muro al confine con il Messico è uno «show» a fini esclusivamente elettorali. Esprimendo frustrazione «tremenda» e tristezza per l’ok alla barriera che verrà costruita nonostante cinque anni di negoziati, il ministro intervenendo alla radio ha spiegato che non resta altro che accettare la decisione, ma insistere anche per una riforma integrale delle norme sull’immigrazione americane. Confidando che il “muro” non verrà innalzato perché l’investimento necessario non è una «bazzecola», Derbez ha ribadito l’impegno del presidente uscente Vicente Fox, fino all’ultimo giorno del suo mandato, per ottenere dagli Usa una riforma dell’immigrazione. In effetti non è noto con precisione quanti fondi saranno destinati da Washington alla costruzione della barriera, che prevede anche sofisticati sistemi tecnologici, fra cui telecamere e sensori super sensibili, oltre a strade e altre infrastrutture.
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Pubblicato da Jake su 27 Ottobre 2006
Tornano a bruciare le banlieue parigine, alla vigilia del primo anniversario dell’inizio degli scontri che per tre settimane misero a ferro e a fuoco le periferie delle principali città francesi. Nella notte di mercoledì bande di giovani, la maggior parte di origine africana o araba, armati e con il volto coperto, hanno dato alle fiamme due autobus.
Il primo episodio è avvenuto a Bagnolet, nella zona di Seine Sant-Denis, dove lo scorso 27 ottobre erano scoppiati i moti che sfociarono nella rivolta delle periferie in molte zone della Francia. A Bagnolet una decina di ragazzi, con armi in pugno, hanno assaltato un bus della linea 122 e intimato ai passeggeri di scendere, prima di incendiarlo.
Il secondo episodio è avvenuto a Nanterre, alla periferia ovest di Parigi, dove un gruppo di giovani ha buttato del liquido infiammabile su un autobus della linea 258, dove si trovava una decina di persone, che ha fatto appena in tempo a scendere, prima che il mezzo venisse avvolto dalle fiamme. In preda al panico alcuni passeggeri hanno infranto i vetri dell’autobus per fuggire. Nessuno è tuttavia rimasto ferito. Dopo le violenze gli autori delle aggressioni sono riusciti a scappare.
Le autorità hanno parlato di «premeditazione» e, nel caso dell’episodio di Nanterre, hanno avanzato l’ipotesi di una «rappresaglia» per le indagini condotte su due giovani di 13 e 18 anni sospettati di aver appiccato incendi a Grigny, nell’Essonne.
Secondo una fonte locale, infatti, due giorni fa a Grigny, «una cinquantina di persone hanno lanciato dei sassi contro delle vetture in movimento» e partecipato ad atti di teppismo. In particolare, riferisce la fonte, è stata presa di mira un’auto della polizia che non è però stata colpita. Successivamente alcuni giovani «hanno tentato di assumere il controllo di un autobus» protetto dalle forze dell’ordine.
Episodi di vandalismo si sono verificati anche a Athis-Mons dove tre persone, con il volto coperto da un passamontagna, sono salite su di un autobus e dopo aver intimato ai passeggeri di scendere, hanno lanciato una bottiglia molotov contro il veicolo. In seguito agli episodi la società dei Trasporti pubblici dell’Essonne aveva comunicato la decisione di interrompere l’attività di 17 linee di autobus.
Anche la compagnia Ratp ha fatto sapere che «prenderà in considerazione misure di deviazione dei tragitti» di alcune linee al fine di evitare i quartieri sensibili.
Intanto François Saglier, direttore del dipartimento autobus della compagnia dei trasporti parigini, ha definito l’accaduto come «insopportabili atti di violenza» precisando che ciascuno dei veicoli distrutti costa 200mila euro.
In una conferenza, il primo ministro Dominque de Villepin ha sottolineato la «determinazione senza esitazioni» del suoi governo a combattere le violenze ma anche l’intenzione di proseguire con la sua «politica a sostegno di questi quartieri».
Le rivolte nelle banlieue francesi e in particolare nelle periferie parigine scoppiarono il 27 ottobre 2005. In tre settimane furono date alle fiamme almeno 10.000 vetture, fra cui anche autobus, “volanti” della polizia e autobotti dei vigili del fuoco; decine gli edifici pubblici danneggiati. In alcuni casi vi sono stati scontri che hanno visto fronteggiarsi diverse centinaia di persone tra polizia e giovani dei quartieri periferici metropolitani, quelli a rischio per l’alta percentuale di immigrati non integrati e di disadattati in genere.
Si sono anche verificati episodi di assalti con armi da fuoco, ed in particolare nel sobborgo a sud di Parigi di Grigny (Essonne) i rivoltosi hanno usato pistole e fucili ferendo 30 poliziotti, tre dei quali seriamente.
Le autorità hanno parlato di «premeditazione» e di una «rappresaglia» per le indagini condotte su due giovani di 13 e 18 anni sospettati di aver appiccato incendi. Ciascun mezzo costava 200mila euro
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Pubblicato da Jake su 27 Ottobre 2006
La Russia boccia la bozza di risoluzione delle Nazioni Unite sull’Iran presentata da tre Paesi europei, sostenendo che «non corrisponde agli impegni su cui si erano accordati i sei Paesi» (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Russia, Cina e Germania). «Il nostro obiettivo - ha commentato il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, citato dall’agenzia di stampa Interfax - è di eliminare il rischio che tecnologie sensibili finiscano nelle mani dell’Iran fino a quando l’Aiea non avrà chiarito le sue richieste, mantenendo contemporaneamente aperti tutti i possibili canali di comunicazione con l’Iran». «In proposito - ha aggiunto il capo della diplomazia di Mosca - mi pare che la bozza di risoluzione chiaramente non corrisponde agli impegni su cui era stato raggiunto l’accordo tra i sei». Il testo presentato ieri da Francia, Germania e Gran Bretagna chiede di «impedire la fornitura, la vendita o il trasferimento» di qualsiasi materiale possa essere utilizzato per i programmi nucleari e di sviluppo dei missili balistici. In pratica una risoluzione simile a quella relativa alla Corea del Nord.
Ma la bozza di risoluzione sull’Iran non piace nemmeno (per motivi opposti) agli Stati Uniti, che la considerano “troppo debole” nei confronti di Teheran. Lo ha scritto ieri il Washington Post, sottolineando che l’amministrazione Bush sarebbe scontenta in particolare per l’“eccezione Bushehr”, l’impianto nucleare alla cui costruzione lavorano i russi e che verrebbe escluso dall’embargo.
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Pubblicato da Jake su 27 Ottobre 2006
Cinesi sul piede di guerra contro l’Unione Europea. E’ già pronta una denuncia sull’imposizione delle tariffe antidumping del 16,5% nei confronti dei calzaturifici d’Oriente che esportano nella Comunità. Il Gruppo Aokang, spalleggiato dal Ministro del Commercio cinese, ha deciso di ricorrere alla Corte di Giustizia del Lussemburgo per chiedere l’abolizione dei dazi, perché «ledono i diritti legittimi delle imprese». «La decisione dell’Ue contravviene ai principi della Wto» ha detto il portavoce del gruppo Aokang, il secondo nel Paese, che sostiene «di essere stato gravemente danneggiato dalla decisione presa in Europa».
Ogni anno Aokang fabbrica 13 milioni di paia di scarpe, di cui il 20% è commercializzato all’estero. «Per noi la cosa più importante è utilizzare l’arma della legge per proteggere i nostri diritti ed interessi. A prescindere dalla durata e dalle difficoltà del processo, siamo fiduciosi di poter arrivare alla sua fine, con una vittoria». Da “carnefice” di un mercato ormai distrutto, la Cina si sente “vittima” di un tributo protezionistico che l’Ue ha dovuto prevedere per salvaguardare la qualità e la redditività delle proprie imprese, quelle che pagano la manodopera a cifre notevolmente maggiori rispetto ai concorrenti di Pechino.
Eppure i cinesi negano l’evidenza: «È impossibile che le nostre imprese vendano i prodotti sottocosto; il nostro governo non ha mai offerto sussidi», ha aggiunto il portavoce del Ministero del Commercio. «Le misure antidumping ci danneggiano e nei prossimi due anni l’esportazione delle calzature cinesi nell’Ue si ridurrà di più del 40%, per questo dobbiamo agire energicamente», hanno tuonato all’unisono.
Il dazio antidumping sulle scarpe è stato istituito lo scorso 7 ottobre da Bruxelles; in un primo tempo i cinesi l’avevano digerito, stimando un calo delle esportazioni del 10% («Non siamo sorpresi - aveva commentato il giorno stesso Xu Hongzhen, vicedirettore generale del gruppo Wenzhou, un altro colosso del settore - non è la prima volta»). Dopo appena venti giorni, hanno rifatto i conti, rendendosi conto che la misura adottata avrebbe portato ad una riduzione quattro volte superiore, così sono scesi sul piede di guerra incaricando «il miglior avvocato di Pechino».
Come se non bastasse ecco anche l’antico detto cinese. Zhou Yahoua, vicepresidente della Dongyi, sentenzia: «Se le smuovi le pietre ti possono rotolare sui piedi». Ciò significa: «Anche se le misure antidumping sono un colpo per le industrie calzaturiere cinesi, i negozianti e i consumatori dell’Ue sono vittime delle decisioni dell’Unione».
Intanto il gruppo Aokang ha annunciato un piano di investimenti per 130 milioni di dollari, per costruire un grande impianto manifatturiero a Chongqing. «Il basso costo del lavoro e il grande mercato della Cina occidentale - spiega il presidente di Aokang, Wang Zhentao - non possono essere ignorati dall’azienda nel suo sviluppo».
Proverbi cinesi a parte, non si capisce se questi imprenditori con gli occhi a mandorla siano effettivamente preoccupati dello sviluppo del mercato calzaturiero o se hanno paura per la riduzione significativa dei loro introiti. Proviamo a suggerire un detto napoletano: “A cà nisciun è fess”.
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Pubblicato da Jake su 27 Ottobre 2006
«Contro la Cgil agiremo per vie legali». Oscar Lancini, sindaco di Adro, piccolo Comune in provincia di Brescia, proprio non ne vuole sapere di incassare in silenzio le accuse della Camera del Lavoro contro il bonus di 500 euro che il Comune conferirà ai vigili per ogni cittadino extracomunitario irregolare accompagnato in questura. Un provvedimento che risale al 4 agosto scorso e che prevede, appunto, venga «erogato un bonus da 500 euro per ogni extracomunitario clandestino accompagnato in forma coatta in questura a seguiro di accertata violazione sulla legge Bossi-Fini. E/o per ogni accertata violazione delle disposizion