L’Archivio

L’archivio definitivo delle notizie

Archivio per Luglio, 2006

ALLAM: «Europa e ONU, solo parole contro il terrorismo”

Pubblicato da Jake su 20 Luglio 2006

«L’Europa non ha ancora capito che è in atto una guerra mondiale scatenata dal terrorismo islamico e che la scelta non è tra Israele e il Libano ma tra il terrorismo e la civiltà. Se gli europei non comprendono questo finiranno per legittimare il terrorismo e favorire gli interessi dei terroristi, a proprio danno». Di incoscienza dell’Occidente, Magdi Allam, vicedirettore del Corriere della Sera, ne ha parlato spesso nei suoi libri (Vincere la paura. La mia vita contro il terrorismo islamico e l’incoscienza dell’Occidente o Io amo l’Italia. Ma gli italiani la amano? - ed. Mondadori) ma non si stanca di ripeterlo. Con la razionalità e l’acume di chi conosce in profondità la realtà musulmana ma anche quella europea.
«L’Europa non può legittimare le… … forze islamiche che promuovono una guerra per cancellare ciò che rappresenta l’Europa stessa e l’Occidente - dice Allam -. L’Unione europea è divisa perché prevalgono i pregiudizi e i luoghi comuni nei confronti di Israele e perché nel continente è forte la collusione con Stati estremisti islamici. Emerge inoltre un dato sconcertante: per gran parte del mondo il diritto di Israele a esistere può essere messo in discussione, non è considerato come un principio inviolabile delle relazioni internazionali».
Non è solo l’Europa a essere impotente, anche l’Onu rivela contraddizioni e inazione…
«Le Nazioni Unite dimostrano ancora una volta la loro incapacità a intervenire nelle grandi crisi internazionali. Allo stesso tempo assistiamo a una debolezza di istituzioni internazionali come il G8 e la stessa Nato. Questo a causa di divisioni interne tra le grandi potenze che partono da premesse diverse e perseguono obiettivi differenti. Il risultato è che tutt’al più possono conseguire dei compromessi verbali ma, sul piano dell’azione concreta, c’è la paralisi».
Su che cosa sono divisi gli Stati della comunità internazionale?
«C’è una divergenza fondamentale nella concezione del terrorismo tra i Paesi arabi e l’Occidente. Gli Stati arabi continuano a voler fare una differenza tra terrorismo e resistenza definendo “resistenza” il terrorismo dei palestinesi e le barbarie compiute in Iraq contro gli occidentali. Si tratta di un’assurdità poiché questo stesso terrorismo, che infierisce contro i Paesi arabi e musulmani, si ispira alla medesima ideologia e fa riferimento agli stessi burattinai del terrore di coloro che massacrano gli israeliani e gli occidentali. Questo è il risultato deleterio di un’ideologia dell’odio, della morte e della violenza promossa da Paesi arabi retti da regimi dittatoriali nel corso degli ultimi decenni. Oggi tali Stati fanno fatica a liberarsi da questa “rete” di veleni che gli si sta ritorcendo contro».
C’è una divisione anche all’interno del mondo arabo e in questa divisione si intravede l’atavico conflitto tra sciiti e sunniti. Cosa ci può dire al riguardo?
«Bisogna tenere presente che la gran parte delle vittime in Iraq sono sciiti massacrati da terroristi sunniti che criminalizzano in modo indiscriminato gli sciiti definendoli degli eretici e così facendo legittimano il loro sterminio. Oggi si è verificata un’altra rottura in Medio Oriente: alcuni Paesi arabi, a prevalenza sunnita, hanno espresso loro contrarietà all’azione intrapresa dai guerriglieri libanesi Hezbollah lo scorso luglio quando un loro commando si è infiltrato in territorio israeliano uccidendo otto soldati e sequestrandone altri due, provocando la violenta rappresaglia israeliana tuttora in corso. Questi Stati arabi, come l’Egitto, la Giordania e l’Arabia Saudita, hanno condannato Hezbollah, che hanno definito chiaramente come uno strumento nelle mani dell’Iran. Questi stessi Paesi si sono detti preoccupati per la strategia iraniana di destabilizzazione del Medio Oriente e degli Stati arabi».
Parliamo del fronte opposto: Israele. La comunità internazionale ha parlato di reazione «sproporzionata» da parte degli israeliani. Cosa ne pensi?
«Israele sta esercitando un legittimo diritto di difesa. La reazione “proporzionata” o “sproporzionata” non può essere valutata sulla base del numero delle vittime e del rapporto tra i morti israeliani e quelli palestinesi o libanesi. Ovviamente sono profondamente dispiaciuto per le vittime civili, siano esse libanesi, palestinesi o israeliane. Dobbiamo essere consapevoli che gli attentati terroristici scatenati da Hamas lo scorso 25 giugno e quelli di Hezbollah lanciati l’8 luglio, non sono in alcun modo giustificati e si ispirano a una strategia dell’Iran e della Siria volta a mettere a repentaglio il diritto di Israele all’esistenza. L’offensiva in corso è una battaglia finalizzata ad affermare il diritto alla vita di Israele ed è una lotta che vede, giustamente, lo Stato ebraico impegnato a sradicare la radice del male e cioè il fanatismo ideologico di coloro che disconoscono questo diritto».
Ma non è rischioso fare a pezzi il Libano?
«Il mio auspicio è che non si causino vittime tra i civili e che non si distruggano le infrastrutture libanesi perché non è giusto che a pagare il prezzo dei terroristi Hezbollah siano i libanesi che non c’entrano nulla. È indubbio tuttavia che a pagarne le conseguenze del terrorismo non debba essere Israele che, qualora dovesse essere distrutto, non avrebbe alcun diritto di replica. Israele può agire soltanto sul piano della prevenzione e i libanesi avrebbero dovuto farsi carico della realtà terroristica di Hezbollah. Beirut avrebbe dovuto chiedere esplicitamente - cosa che non ha fatto - il disarmo della milizia filo-iraniana Hezbollah, disarmo peraltro imposto dalla risoluzione 1559 delle Nazioni Unite».

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“A Roma dettano legge i coltelli degli immigrati”

Pubblicato da Jake su 20 Luglio 2006

E’ una città decadente e invivibile la Roma di Veltroni, del favoritismo agli immigrati e del permissivismo indiscriminato. E il conto del “buonismo” lo pagano i cittadini. «Continuano gli episodi di cronaca nella capitale d’Italia relativi a risse, senza alcuna apparente motivazione, tra immigrati che utilizzano i coltelli. L’accoltellamento avvenuto l’altra sera in via Cassia è l’ennesima dimostrazione che a Roma circolano indisturbati troppi personaggi pericolosi ed armati», ha dichiarato Luigi Camilloni, presidente dell’Osservatorio Sociale, sul tentato omicidio di un clandestino romeno da parte di un suo connazionale. L’ennesimo episodio di un far west cittadino diventato la “normalità”. «E’ un fenomeno tristemente noto, specie in alcune comunità di immigrati, che le forze dell’ordine devono fronteggiare costantemente. Di fronte ad una aggressività sempre maggiore di queste comunità - ha proseguito Camilloni - il cittadino deve essere tutelato e garantito; questo fenomeno deve essere fermato e lo si deve fare anche con le cattive, ne vale della nostra vita e della nostra sicurezza».
«Le continue risse tra immigrati, spesso anche ubriachi, in alcune zone periferiche della capitale hanno assunto dimensioni preoccupanti - ha rilevato Camilloni - e la situazione deve essere monitorata. Per questa ragione è necessario intensificare i controlli e verificare chi circola armato di coltello».
Ma il degrado della Roma veltroniana e multirazziale non risparmia neppure il centro cittadino. «Chinatown conquista il Quirinale, in via XXIV maggio 52, ha aperto un negozio cinese. Il primo esempio di conquista di territori al di fuori dell’Esquilino», hanno dichiarato il capogruppo di Alleanza nazionale, Marco Marsilio e il capogruppo in Primo Municipio, Federico Mollicone, commentando un articolo uscito oggi sulla cronaca romana del Giornale.
«La prestigiosa strada ha sempre conservato uno stile austero ed elegante - hanno aggiunto Marsilio e Mollicone - Oggi ci ritroviamo con un negozio cinese che espone tutte le mercanzie al di fuori dei battenti, occupando massicciamente lo spazio antistante il negozio, puntellando il palazzo con chiodi sui quali uncinare magliette, grembiuli, bandiere. Una fiera del kitch proprio sulla via che porta al palazzo del presidente della Repubblica. Ci chiediamo per quale motivo i vigili non siano ancora intervenuti a ripristinare il decoro urbano: non si può tollerare che una strada di tale importanza, considerata vetrina istituzionale, sulla quale passano le autorità di tutto il mondo, sia ridotta un suk».
Ma il negozio cinese è solo un esempio: «I giardini attorno a via XXIV Maggio - hanno continuato i due esponenti di An - al Quirinale e quelli della Villa Aldobrandini sono ridotti a una discarica a cielo aperto, immondizia, sterpaglie, aiuole completamente aride, fontanelle sommerse di bottiglie di plastica. Ma che cosa fa il servizio giardini? Le uniche aree verde in questa zona sono completamente abbandonate. E dire - hanno concluso Marsilio e Mollicone - che questo dovrebbe essere il salotto buono della capitale, ogni anno si spendono milioni di euro per il decoro urbano ma si consente che l’incuria devasti i giardini accanto al Quirinale».

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E la stampa rossa piange la “mancata” riforma

Pubblicato da Jake su 20 Luglio 2006

Le urla di gioia sui volti dei tassisti hanno fatto il giro di tutte le reti televisive nazionali. «Siamo noi, siamo noi, i tassisti dell’Italia siamo noi!», hanno cantato disperdendosi nei vicoli che si snodano dietro piazza Santi Apostoli. Hanno vinto la loro coppa del mondo e se ne sono tornati a casa soddisfatti e con una fiducia maggiore verso il mondo del lavoro. Il ministro Pierluigi Bersani, costretto dai continui scioperi a convocare un tavolo tecnico con le sigle sindacali delle auto bianche, ha ritrattato la liberalizzazione delle licenze. Uno a zero, palla al centro. E sebbene il numero uno di via Veneto si sia affannato - invano - a convincere i media di aver ottenuto un pareggio, la stampa vicina al centrosinistra ha pianto la mancata rivoluzione liberale.
I tassisti creano il precedente. Il pacchetto Bersani è fallibile e può essere rivisto. Farmacisti, avvocati, notai e panificatori si mettono in coda per fare lo stesso. Comunque vada a finire l’audizione di Bersani al Prodi bis non è stata un granché. Anzi. Nel campionato, il pareggio non è una mezza vittoria ma una mezza sconfitta. Sconfitta che è stata incassata anche dai numerosi quotidiani che, a fatica, hanno riconosciuto qualche merito al ministro Bersani. «Può una rivoluzione liberale iniziare con un pareggio?», si chiede il Riformista accusando che «la spinta propulsiva del decreto Bersani alla rivoluzione promessa si è ridotta notevolmente». Validità della riforma a parte (di questo se ne è parlato a lungo), la stampa rossa denuncia con malinconia la mancata occasione di rinnovamento: la foga iniziale con cui Bersani si era promesso di sovvertire il sistema Italia sarebbe, dunque, affondata contro il primo scoglio incontrato lungo il cammino. Nelle lunghe comparsate televisive, Alfonso Faccioli del Cat definiva le auto bianche come «l’iceberg contro cui il Governo si sarebbe scontrato». Aveva ragione. Dallo scontro ne è uscito malconcio. E il pacchetto, così come è stato partorito inizialmente, ha avuto vita breve. Sì e no tre settimane. «Le concessioni alle auto bianche sono arrivate sull’onda di proteste, blocchi, disagi per gli utenti - si legge sulle colonne de il Riformista - e messe così, più che concessioni appaiono cedimenti».
Il pacchetto, ora, è differente da come era stato pensato. E qualcuno, tra le schiere del centrosinistra, storce il naso, bofonchia e preferisce non commentare. «A noi il decreto piaceva di più prima - si legge su Europa - siamo tra quelli che si erano entusiasmati». Si vede che tra le fila della Margherita un certo entusiasmo dev’essere scemato. Lo si è letto anche nelle dichiarazioni rilasciate dal vicepremier Francesco Rutelli dopo la resa di Bersani: «Avrei preferito liberalizzare di più, spero che il compromesso dia un buon risultato. Per saperlo bisognerà aspettare qualche mese e se il servizio funzionerà saremo soddisfatti, sennò bisognerà ritornare su soluzioni più coraggiose». «Adesso abbiamo bisogno di qualche altro segnale: è urgente - incalza il quotidiano della Margherita - altrimenti ci resterà il dubbio che i prepotenti un po’ violenti hanno sempre ragione: la solita vecchia storia, ma noi l’avevamo creduta finita». Anche il governatore della Regione Piemonte Mercedes Bresso accusa, a malincuore, un Governo che, «all’antipasto delle liberalizzazioni», è stato piegato da «uno stop, una frenata». «Chi vuole difendere il bene di tutti - spiega la diessina Bresso - non può cedere ai pochi che fanno la voce grossa. Insomma una condotta più ferma sarebbe stata preferibile». Ne sa qualcosa proprio la Bresso che, solo qualche mese fa, si era trovata ad affrontare le proteste del popolo valsusino e dei militanti del fronte “No Tav”. «Da parte mia dico sì al confronto democratico, va bene ascoltare, accogliere e modificare - conclude la Bresso - ma una volta definito il percorso, indietro non si torna. Ogni volta fatto un passo avanti, bisogna andare avanti».
«I tassisti, dopo l’incontro con Bersani, hanno celebrato l’accordo come la vittoria ai mondiali. Mentre il ministro ha parlato di pareggio. Ma a Berlino, dopo i rigori, una sola squadra ha alzato la Coppa. Che ne sarà ora delle altre liberalizzazioni?». Non è mancata l’accusa degli economisti ulivisti che hanno prontamente definito l’accordo «una resa incondizionata» del Governo. Marcello Basili, professore associato di Economia politica all’Università di Siena, ha valutato in modo negativo gli effetti che le novità apportate al decreto ricadranno sui consumatori: «Sulla tempestività e efficienza del sistema di concessione di licenze temporanee, alla luce di quanto accaduto finora, è lecito avanzare riserve».
Cerca, invece, di mediare Massimo Riva sulle colonne de La Repubblica mascherando l’insuccesso di Bersani con «un passo avanti rispetto al presente». Tuttavia, nel suo editoriale Riva ammette che il modo di condurre l’affaire delle auto bianche rischia di «socchiudere la porta a un possibile miglioramento nel servizio delle auto pubbliche». Una scelta che rischia di «essere in conflitto evidente con l’interesse generale della collettività». Il dubbio (lecito) è che, per quanto Bersani abbia fatto marcia indietro sulle liberalizzazioni delle licenze perché i tassisti hanno alzato voce (e mani), la stessa misura non sarà adottata con i più “sobri” panificatori che si sono limitati a emettere un comunicato. «Alle proteste dei tassisti - scrive Riva - il Governo ha risposto facendo a parole la faccia feroce, ma rinunciando nei fatti a esercitare quei poteri legittimi d’intervento che sarebbero stati necessari per difendere i diritti conculcati di quella stragrande maggioranza di italiani che ha attività diverse dalla conduzione dei taxi. Non è stato un bel vedere».

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Di Pietro: “Mi dimetto. Anzi, resto”

Pubblicato da Jake su 20 Luglio 2006

Antonio Di Pietro lo aveva messo nero su bianco: se l’indulto dovesse essere votato così com’è, mi dimetterò. Con una lettera al presidente del Consiglio Romano Prodi e a tutti i membri della maggioranza, il leader dell’Italia dei valori aveva minacciato che se il provvedimento fosse servito a diminuire la pena comminata a Cesare Previti, lui era pronto a farsi da parte.
Ora, due strade erano possibili. La prima, che il governo cedesse per dare ragione al corpo a corpo che il ministro per le Infrastrutture ha intrapreso da anni con l’ex parlamentare di Forza Italia Cesare Previti. Oppure, che mantenesse dritta la prua sui suoi obiettivi e faccesse a meno dell’apporto di voti dell’Italia dei valori. Nella maggioranza le acque erano agitate. Da una parte c’erano coloro che accusavano l’ex magistrato di portare avanti una querelle al solo e unico scopo di ricavarne benefici di immagine. Dall’altra, chi non nascondeva che l’approvazione di una legge sull’indulto sarebbe stato un tradimento del programma dell’Unione che aveva come parola chiave “nessuna concessione a chi viola le leggi”. Poi Di Pietro ha fatto marcia indietro e ha appoggiato l’iter parlamentare dell’indulto con le solite “riserve” - che servono a poco se non a tenere sotto minaccia l’alleato - e il provvedimento ha passato l’esame della commissione Giustizia della Camera. (…)

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Staminali, l’Unione ce la fa

Pubblicato da Jake su 20 Luglio 2006

La politica dell’Unione paga ancora dazio ai partiti massimalisti. Questa volta tocca a due fondamentali questioni della nostra società: embrione e famiglia. Il Senato ha infatti approvato con 152 sì, 150 contrari e un astenuto la risoluzione dell’Unione sulle cellule staminali. La maggioranza insomma vince per un soffio ma la questione della ricerca sugli embrioni assesta un duro colpo ai centristi dell’Unione. Di fronte al via libera del ministro Mussi concesso ai Paesi Ue (in Italia la legge 40 non è ancora stata modificata) alla ricerca, la Margherita ha infatti dovuto fare i salti mortali per ingoiare una posizione fortemente osteggiata dai centristi ottenendo solo la promessa di non toccare (per ora) la legislazione vigente. Le posizioni all’interno della maggioranza sono assolutamente inconciliabili: la sinistra estrema chiede di aprire alla sperimentazione sugli embrioni, i cattolici no. A questo punto si è trovato un accordo che mortifica fortemente la posizione della Margherita cancellando il concetto di inviolabilità dell’embrione. La risoluzione approvata dal Senato, firmata dal capogruppo dei senatori dell’Ulivo Anna Finocchiaro impegna il governo “a sostenere sotto il profilo finanziario, in sede di Consiglio europeo competitività, ricerche che non implichino la distruzione di embrioni, valorizzando quindi la ricerca sulle cellule staminali adulte comprese le cordonali; a promuovere la ricerca scientifica avanzata tesa ad individuare la possibile produzione di cellule staminali totipotenti non derivate da embrioni e a verificare la possibilità di ricerca sugli embrio crioconservati non impiantabili”. Il rispetto dell’embrione quindi non sarà più un principio ma solo una tendenza che potrà essere tranquillamente scardinata. (…)

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E ora si attaccano alla bottiglia

Pubblicato da Jake su 20 Luglio 2006

Sarà astemio il ministro alla Solidarietà Paolo Ferrero? Sarà dedito ad un moderato uso di marijuana? E cosa c’entrano la barbera e la canna con la Solidarietà sociale? Legittimi dubbi che possono pungere le coscienze anche di chi ha votato questo diplomato all’istituto tecnico industriale (come da sua biografia) ed assurto al ruolo di ministro.
Perché il nostro, nei giorni scorsi, ha dovuto dire la sua anche su un tema scottante e che angoscia tutto il popolo di sinistra, come il raffronto tra il mezzo litro di vino e lo spinello. Naturalmente, essendo la cannabis di sinistra, il tavernello di destra e lui di rifondazione comunista, l’ago della sua personalissima bilancia si è diretto in favore delle cartine da rollare. «Uno spinello - ha dichiarato - fa meno male di mezzo litro di vino e il consumo di droghe leggere dovrebbe essere depenalizzato».
Dal Piemonte, terra da vino sulla quale per il momento le colture intensive di cannabis scarseggiano, c’è stata immediata la levata di scudi. Il gruppo regionale di Forza Italia, ha chiesto l’approvazione immediata di un ordine del giorno che sconfessi il ministro e tuteli barolo, barbaresco e dolcetto. Per il momento il gruppo di Rifondazione non ha chiesto speculare ordine del giorno chiedendo l’arresto immediato per chi spacci damigiane troppo grandi di grignolino.
Ma anche dal Veneto e dalla Lombardia si potrebbero scatenare analoghe polemiche, visto che i vitigni non mancano neppure in queste regioni. In attesa di vedere le Langhe coltivate a marijuana, ci sorbiamo anche le repliche degli immancabili nutrizionisti. Un certo Antonio Migliaccio, docente all’Università La Sapienza di Roma, ha ricordato che «il vino è un alimento non solo gratificante, ma contiene una serie di antiossidanti che aiutano l’organismo a mantenersi giovane, a condizione però che venga assunto nelle dosi moderate. Lo spinello invece non contiene alcuna sostanza nè benefica, nè protettiva», cosa che l’internazionale comunista, tra un tiro e l’altro, potrebbe invero contestare per esperienza. Il farmacologo Andrea Poli ha aggiunto che «il vino nella giusta quantità è di grande aiuto all’organismo, in modo particolare nella prevenzione delle malattie cardiovascolari come dimostrano numerosi studi internazionali».
Viva la Repubblica: le smentite, le polemiche e i distinguo hanno cominciato a crescere come ascessi incurabili. Si va verso agosto, i giornali hanno bisogno di riempire le pagine e, di certo, i ministri di Prodi hanno tutti i numeri per dare da lavorare a portinaie e giornalisti. Beviamoci sopra.

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Staminali, veto di Bush al Congresso: quella legge vìola la dignità umana

Pubblicato da Jake su 20 Luglio 2006

George W. Bush aveva promesso che sulle cellule staminali avrebbe esercitato il suo diritto di veto, dopo averlo solo minacciato altre 141 volte. Ed è stato di parola. Per la prima volta nel suo mandato ha deciso di bloccare una legge del Congresso che aveva reso più facile la ricerca sulle cellule staminali embrionali. «Questa legge permetterebbe di usare una vita umana innocente nella speranza di trovare benefici medici per altre», ha detto il presidente alla Casa Bianca, circondato da 18 famiglie i cui bambini sono stati adottati come embrioni congelati, non utilizzati dalle cliniche per la fertilità. «Questi bambini e bambine non sono parti di ricambio», ha aggiunto, indicando le famiglie e accusando la legge da lui bloccata di aver superato «una barriera morale che la nostra società deve rispettare». Dopo le minacce di veto, in seguito alle quali ha quasi sempre ottenuto modifiche alle leggi da parte della maggioranza repubblicana che controlla il Congresso, Bush sull’embrione ha scelto la strada dello scontro. Irremovibile di fronte ad appelli di esponenti del suo partito, oltre che di fronte ai sondaggi d’opinione, il presidente ha sbarrato la strada a un provvedimento appena varato dal Senato. La nuova legge prevedeva di rimuovere le restrizioni alla ricerca sulle staminali embrionali decise da Bush il 9 agosto 2001, in quello che fu uno dei primi atti significativi della sua presidenza.
Il Congresso ha varato un testo che ampliava le possibilità per i centri di ricerca americani di ricevere finanziamenti federali, vincolati da limitazioni etiche e dal requisito di utilizzare solo embrioni delle cliniche di fertilità destinati a essere eliminati.
Ma Bush sulle staminali embrionali non ha voluto fare passi indietro. La ricerca medica «può anche essere etica», ha detto il presidente, sostenendo che bisogna «coltivare il potere della scienza per aiutare la sofferenza umana, senza violare la dignità della vita umana». Bush ha anche rivendicato di essere stato il primo presidente americano ad aver finanziato la ricerca sulle staminali embrionali (90 milioni di dollari stanziati finora), ma ha esortato la comunità scientifica a dedicarsi alle ricerche sulle staminali adulte o su quelle del cordone ombelicale.
Il Senato aveva approvato martedì la legge con un voto di 63 a 37, quattro voti in meno del minimo necessario per annullare un veto presidenziale. Alla Camera, lo scorso anno, il voto era stato di 238 a 194 e i voti mancanti per opporsi al veto erano saliti a 50. Numeri che fanno ritenere ai promotori della campagna per la ricerca sulle staminali che qualsiasi legge, a questo punto, sarà rinviata all’anno prossimo, quando sarà al lavoro il nuovo Congresso che emergerà dalle elezioni di novembre.
La scadenza elettorale che si avvicina (e quella, più lontana, della corsa alla Casa Bianca nel 2008), è sembrata lo stimolo principale dietro la ribellione dei repubblicani contro Bush, più che non una reale convinzione sulla necessità di finanziare con fondi federali la ricerca sull’embrione.
I sondaggi dicono che per il 70 per cento degli americani è accettabile distruggere embrioni, se questo serve a far avverare le promesse scientifiche di sconfiggere con le staminali embrionali patologie come l’Alzheimer.
A scendere in campo per cercare di convincere Bush a cambiare idea sono stati anche importanti repubblicani come il governatore della California, Arnold Schwarzenegger e l’ex first lady Nancy Reagan. Ma anche il campo opposto, quello dei conservatori contrari a ogni intervento sull’embrione, si è mosso in forze e ha apprezzato il veto di Bush. L’influente organizzazione Focus on the family, per esempio, ha lodato nel presidente «la rara forza di carattere e il coraggio nella difesa dei non ancora nati».
Anche l’ex presidente democratico Bill Clinton intervenne sul terreno della bioetica, vietando due volte leggi che proibivano l’aborto in stato di gravidanza avanzato.

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Terrorismo, basta aderire ideologia

Pubblicato da Jake su 19 Luglio 2006

“Per configurare il reato di associazione con finalità di terrorismo è sufficiente che l’adesione ideologica si sostanzi in seri propositi criminali”. Lo ha affermato la Cassazione in una sentenza che ha rigettato il ricorso di un algerino, indagato per associazione con finalità di terrorismo internazionale, contro l’ordinanza cautelare in carcere emessa nei suoi confronti dal giudice per le indagini preliminari di Napoli.

Per la seconda sezione penale della Suprema Corte, ‘l’ideazione o la partecipazione a un progetto terroristico”, anche se in modo generico, ma dimostrando di voler partecipare attivamente alla realizzazione di questo piano, è sufficiente per configurare il reato di terrorismo. L’attività terroristica è tale anche se non la si porta a termine. “Il legislatore - ricordano i giudici di Piazza cavour - ha anticipato la punibilità proprio per impedire” che siano realizzati atti terroristici.

Secondo la procura di Salerno che aveva ottenuto dal Gip di Napoli l’arresto dei tre algerini accusati di terrorismo, il gruppo di extracomunitari, che aveva contatti in Italia, in Europa, ma anche in Siria ed altri Paesi di tutto il mondo, stava creando un’associazione criminale con legami con al Qaeda. I legali degli algerini avevano chiesto il loro rilascio. Il Tribunale del riesame di Napoli nel 2005 aveva però convalidato gli arresti.

Contro questa sentenz