L’Archivio

L’archivio definitivo delle notizie

Archivio per Luglio 2006

ALLAM: «Europa e ONU, solo parole contro il terrorismo”

Pubblicato da Jake su 20 Luglio 2006

«L’Europa non ha ancora capito che è in atto una guerra mondiale scatenata dal terrorismo islamico e che la scelta non è tra Israele e il Libano ma tra il terrorismo e la civiltà. Se gli europei non comprendono questo finiranno per legittimare il terrorismo e favorire gli interessi dei terroristi, a proprio danno». Di incoscienza dell’Occidente, Magdi Allam, vicedirettore del Corriere della Sera, ne ha parlato spesso nei suoi libri (Vincere la paura. La mia vita contro il terrorismo islamico e l’incoscienza dell’Occidente o Io amo l’Italia. Ma gli italiani la amano? – ed. Mondadori) ma non si stanca di ripeterlo. Con la razionalità e l’acume di chi conosce in profondità la realtà musulmana ma anche quella europea.
«L’Europa non può legittimare le… … forze islamiche che promuovono una guerra per cancellare ciò che rappresenta l’Europa stessa e l’Occidente – dice Allam -. L’Unione europea è divisa perché prevalgono i pregiudizi e i luoghi comuni nei confronti di Israele e perché nel continente è forte la collusione con Stati estremisti islamici. Emerge inoltre un dato sconcertante: per gran parte del mondo il diritto di Israele a esistere può essere messo in discussione, non è considerato come un principio inviolabile delle relazioni internazionali».
Non è solo l’Europa a essere impotente, anche l’Onu rivela contraddizioni e inazione…
«Le Nazioni Unite dimostrano ancora una volta la loro incapacità a intervenire nelle grandi crisi internazionali. Allo stesso tempo assistiamo a una debolezza di istituzioni internazionali come il G8 e la stessa Nato. Questo a causa di divisioni interne tra le grandi potenze che partono da premesse diverse e perseguono obiettivi differenti. Il risultato è che tutt’al più possono conseguire dei compromessi verbali ma, sul piano dell’azione concreta, c’è la paralisi».
Su che cosa sono divisi gli Stati della comunità internazionale?
«C’è una divergenza fondamentale nella concezione del terrorismo tra i Paesi arabi e l’Occidente. Gli Stati arabi continuano a voler fare una differenza tra terrorismo e resistenza definendo “resistenza” il terrorismo dei palestinesi e le barbarie compiute in Iraq contro gli occidentali. Si tratta di un’assurdità poiché questo stesso terrorismo, che infierisce contro i Paesi arabi e musulmani, si ispira alla medesima ideologia e fa riferimento agli stessi burattinai del terrore di coloro che massacrano gli israeliani e gli occidentali. Questo è il risultato deleterio di un’ideologia dell’odio, della morte e della violenza promossa da Paesi arabi retti da regimi dittatoriali nel corso degli ultimi decenni. Oggi tali Stati fanno fatica a liberarsi da questa “rete” di veleni che gli si sta ritorcendo contro».
C’è una divisione anche all’interno del mondo arabo e in questa divisione si intravede l’atavico conflitto tra sciiti e sunniti. Cosa ci può dire al riguardo?
«Bisogna tenere presente che la gran parte delle vittime in Iraq sono sciiti massacrati da terroristi sunniti che criminalizzano in modo indiscriminato gli sciiti definendoli degli eretici e così facendo legittimano il loro sterminio. Oggi si è verificata un’altra rottura in Medio Oriente: alcuni Paesi arabi, a prevalenza sunnita, hanno espresso loro contrarietà all’azione intrapresa dai guerriglieri libanesi Hezbollah lo scorso luglio quando un loro commando si è infiltrato in territorio israeliano uccidendo otto soldati e sequestrandone altri due, provocando la violenta rappresaglia israeliana tuttora in corso. Questi Stati arabi, come l’Egitto, la Giordania e l’Arabia Saudita, hanno condannato Hezbollah, che hanno definito chiaramente come uno strumento nelle mani dell’Iran. Questi stessi Paesi si sono detti preoccupati per la strategia iraniana di destabilizzazione del Medio Oriente e degli Stati arabi».
Parliamo del fronte opposto: Israele. La comunità internazionale ha parlato di reazione «sproporzionata» da parte degli israeliani. Cosa ne pensi?
«Israele sta esercitando un legittimo diritto di difesa. La reazione “proporzionata” o “sproporzionata” non può essere valutata sulla base del numero delle vittime e del rapporto tra i morti israeliani e quelli palestinesi o libanesi. Ovviamente sono profondamente dispiaciuto per le vittime civili, siano esse libanesi, palestinesi o israeliane. Dobbiamo essere consapevoli che gli attentati terroristici scatenati da Hamas lo scorso 25 giugno e quelli di Hezbollah lanciati l’8 luglio, non sono in alcun modo giustificati e si ispirano a una strategia dell’Iran e della Siria volta a mettere a repentaglio il diritto di Israele all’esistenza. L’offensiva in corso è una battaglia finalizzata ad affermare il diritto alla vita di Israele ed è una lotta che vede, giustamente, lo Stato ebraico impegnato a sradicare la radice del male e cioè il fanatismo ideologico di coloro che disconoscono questo diritto».
Ma non è rischioso fare a pezzi il Libano?
«Il mio auspicio è che non si causino vittime tra i civili e che non si distruggano le infrastrutture libanesi perché non è giusto che a pagare il prezzo dei terroristi Hezbollah siano i libanesi che non c’entrano nulla. È indubbio tuttavia che a pagarne le conseguenze del terrorismo non debba essere Israele che, qualora dovesse essere distrutto, non avrebbe alcun diritto di replica. Israele può agire soltanto sul piano della prevenzione e i libanesi avrebbero dovuto farsi carico della realtà terroristica di Hezbollah. Beirut avrebbe dovuto chiedere esplicitamente – cosa che non ha fatto – il disarmo della milizia filo-iraniana Hezbollah, disarmo peraltro imposto dalla risoluzione 1559 delle Nazioni Unite».

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“A Roma dettano legge i coltelli degli immigrati”

Pubblicato da Jake su 20 Luglio 2006

E’ una città decadente e invivibile la Roma di Veltroni, del favoritismo agli immigrati e del permissivismo indiscriminato. E il conto del “buonismo” lo pagano i cittadini. «Continuano gli episodi di cronaca nella capitale d’Italia relativi a risse, senza alcuna apparente motivazione, tra immigrati che utilizzano i coltelli. L’accoltellamento avvenuto l’altra sera in via Cassia è l’ennesima dimostrazione che a Roma circolano indisturbati troppi personaggi pericolosi ed armati», ha dichiarato Luigi Camilloni, presidente dell’Osservatorio Sociale, sul tentato omicidio di un clandestino romeno da parte di un suo connazionale. L’ennesimo episodio di un far west cittadino diventato la “normalità”. «E’ un fenomeno tristemente noto, specie in alcune comunità di immigrati, che le forze dell’ordine devono fronteggiare costantemente. Di fronte ad una aggressività sempre maggiore di queste comunità – ha proseguito Camilloni – il cittadino deve essere tutelato e garantito; questo fenomeno deve essere fermato e lo si deve fare anche con le cattive, ne vale della nostra vita e della nostra sicurezza».
«Le continue risse tra immigrati, spesso anche ubriachi, in alcune zone periferiche della capitale hanno assunto dimensioni preoccupanti – ha rilevato Camilloni – e la situazione deve essere monitorata. Per questa ragione è necessario intensificare i controlli e verificare chi circola armato di coltello».
Ma il degrado della Roma veltroniana e multirazziale non risparmia neppure il centro cittadino. «Chinatown conquista il Quirinale, in via XXIV maggio 52, ha aperto un negozio cinese. Il primo esempio di conquista di territori al di fuori dell’Esquilino», hanno dichiarato il capogruppo di Alleanza nazionale, Marco Marsilio e il capogruppo in Primo Municipio, Federico Mollicone, commentando un articolo uscito oggi sulla cronaca romana del Giornale.
«La prestigiosa strada ha sempre conservato uno stile austero ed elegante – hanno aggiunto Marsilio e Mollicone – Oggi ci ritroviamo con un negozio cinese che espone tutte le mercanzie al di fuori dei battenti, occupando massicciamente lo spazio antistante il negozio, puntellando il palazzo con chiodi sui quali uncinare magliette, grembiuli, bandiere. Una fiera del kitch proprio sulla via che porta al palazzo del presidente della Repubblica. Ci chiediamo per quale motivo i vigili non siano ancora intervenuti a ripristinare il decoro urbano: non si può tollerare che una strada di tale importanza, considerata vetrina istituzionale, sulla quale passano le autorità di tutto il mondo, sia ridotta un suk».
Ma il negozio cinese è solo un esempio: «I giardini attorno a via XXIV Maggio – hanno continuato i due esponenti di An – al Quirinale e quelli della Villa Aldobrandini sono ridotti a una discarica a cielo aperto, immondizia, sterpaglie, aiuole completamente aride, fontanelle sommerse di bottiglie di plastica. Ma che cosa fa il servizio giardini? Le uniche aree verde in questa zona sono completamente abbandonate. E dire – hanno concluso Marsilio e Mollicone – che questo dovrebbe essere il salotto buono della capitale, ogni anno si spendono milioni di euro per il decoro urbano ma si consente che l’incuria devasti i giardini accanto al Quirinale».

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E la stampa rossa piange la “mancata” riforma

Pubblicato da Jake su 20 Luglio 2006

Le urla di gioia sui volti dei tassisti hanno fatto il giro di tutte le reti televisive nazionali. «Siamo noi, siamo noi, i tassisti dell’Italia siamo noi!», hanno cantato disperdendosi nei vicoli che si snodano dietro piazza Santi Apostoli. Hanno vinto la loro coppa del mondo e se ne sono tornati a casa soddisfatti e con una fiducia maggiore verso il mondo del lavoro. Il ministro Pierluigi Bersani, costretto dai continui scioperi a convocare un tavolo tecnico con le sigle sindacali delle auto bianche, ha ritrattato la liberalizzazione delle licenze. Uno a zero, palla al centro. E sebbene il numero uno di via Veneto si sia affannato – invano – a convincere i media di aver ottenuto un pareggio, la stampa vicina al centrosinistra ha pianto la mancata rivoluzione liberale.
I tassisti creano il precedente. Il pacchetto Bersani è fallibile e può essere rivisto. Farmacisti, avvocati, notai e panificatori si mettono in coda per fare lo stesso. Comunque vada a finire l’audizione di Bersani al Prodi bis non è stata un granché. Anzi. Nel campionato, il pareggio non è una mezza vittoria ma una mezza sconfitta. Sconfitta che è stata incassata anche dai numerosi quotidiani che, a fatica, hanno riconosciuto qualche merito al ministro Bersani. «Può una rivoluzione liberale iniziare con un pareggio?», si chiede il Riformista accusando che «la spinta propulsiva del decreto Bersani alla rivoluzione promessa si è ridotta notevolmente». Validità della riforma a parte (di questo se ne è parlato a lungo), la stampa rossa denuncia con malinconia la mancata occasione di rinnovamento: la foga iniziale con cui Bersani si era promesso di sovvertire il sistema Italia sarebbe, dunque, affondata contro il primo scoglio incontrato lungo il cammino. Nelle lunghe comparsate televisive, Alfonso Faccioli del Cat definiva le auto bianche come «l’iceberg contro cui il Governo si sarebbe scontrato». Aveva ragione. Dallo scontro ne è uscito malconcio. E il pacchetto, così come è stato partorito inizialmente, ha avuto vita breve. Sì e no tre settimane. «Le concessioni alle auto bianche sono arrivate sull’onda di proteste, blocchi, disagi per gli utenti – si legge sulle colonne de il Riformista – e messe così, più che concessioni appaiono cedimenti».
Il pacchetto, ora, è differente da come era stato pensato. E qualcuno, tra le schiere del centrosinistra, storce il naso, bofonchia e preferisce non commentare. «A noi il decreto piaceva di più prima – si legge su Europa – siamo tra quelli che si erano entusiasmati». Si vede che tra le fila della Margherita un certo entusiasmo dev’essere scemato. Lo si è letto anche nelle dichiarazioni rilasciate dal vicepremier Francesco Rutelli dopo la resa di Bersani: «Avrei preferito liberalizzare di più, spero che il compromesso dia un buon risultato. Per saperlo bisognerà aspettare qualche mese e se il servizio funzionerà saremo soddisfatti, sennò bisognerà ritornare su soluzioni più coraggiose». «Adesso abbiamo bisogno di qualche altro segnale: è urgente – incalza il quotidiano della Margherita – altrimenti ci resterà il dubbio che i prepotenti un po’ violenti hanno sempre ragione: la solita vecchia storia, ma noi l’avevamo creduta finita». Anche il governatore della Regione Piemonte Mercedes Bresso accusa, a malincuore, un Governo che, «all’antipasto delle liberalizzazioni», è stato piegato da «uno stop, una frenata». «Chi vuole difendere il bene di tutti – spiega la diessina Bresso – non può cedere ai pochi che fanno la voce grossa. Insomma una condotta più ferma sarebbe stata preferibile». Ne sa qualcosa proprio la Bresso che, solo qualche mese fa, si era trovata ad affrontare le proteste del popolo valsusino e dei militanti del fronte “No Tav”. «Da parte mia dico sì al confronto democratico, va bene ascoltare, accogliere e modificare – conclude la Bresso – ma una volta definito il percorso, indietro non si torna. Ogni volta fatto un passo avanti, bisogna andare avanti».
«I tassisti, dopo l’incontro con Bersani, hanno celebrato l’accordo come la vittoria ai mondiali. Mentre il ministro ha parlato di pareggio. Ma a Berlino, dopo i rigori, una sola squadra ha alzato la Coppa. Che ne sarà ora delle altre liberalizzazioni?». Non è mancata l’accusa degli economisti ulivisti che hanno prontamente definito l’accordo «una resa incondizionata» del Governo. Marcello Basili, professore associato di Economia politica all’Università di Siena, ha valutato in modo negativo gli effetti che le novità apportate al decreto ricadranno sui consumatori: «Sulla tempestività e efficienza del sistema di concessione di licenze temporanee, alla luce di quanto accaduto finora, è lecito avanzare riserve».
Cerca, invece, di mediare Massimo Riva sulle colonne de La Repubblica mascherando l’insuccesso di Bersani con «un passo avanti rispetto al presente». Tuttavia, nel suo editoriale Riva ammette che il modo di condurre l’affaire delle auto bianche rischia di «socchiudere la porta a un possibile miglioramento nel servizio delle auto pubbliche». Una scelta che rischia di «essere in conflitto evidente con l’interesse generale della collettività». Il dubbio (lecito) è che, per quanto Bersani abbia fatto marcia indietro sulle liberalizzazioni delle licenze perché i tassisti hanno alzato voce (e mani), la stessa misura non sarà adottata con i più “sobri” panificatori che si sono limitati a emettere un comunicato. «Alle proteste dei tassisti – scrive Riva – il Governo ha risposto facendo a parole la faccia feroce, ma rinunciando nei fatti a esercitare quei poteri legittimi d’intervento che sarebbero stati necessari per difendere i diritti conculcati di quella stragrande maggioranza di italiani che ha attività diverse dalla conduzione dei taxi. Non è stato un bel vedere».

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Di Pietro: “Mi dimetto. Anzi, resto”

Pubblicato da Jake su 20 Luglio 2006

Antonio Di Pietro lo aveva messo nero su bianco: se l’indulto dovesse essere votato così com’è, mi dimetterò. Con una lettera al presidente del Consiglio Romano Prodi e a tutti i membri della maggioranza, il leader dell’Italia dei valori aveva minacciato che se il provvedimento fosse servito a diminuire la pena comminata a Cesare Previti, lui era pronto a farsi da parte.
Ora, due strade erano possibili. La prima, che il governo cedesse per dare ragione al corpo a corpo che il ministro per le Infrastrutture ha intrapreso da anni con l’ex parlamentare di Forza Italia Cesare Previti. Oppure, che mantenesse dritta la prua sui suoi obiettivi e faccesse a meno dell’apporto di voti dell’Italia dei valori. Nella maggioranza le acque erano agitate. Da una parte c’erano coloro che accusavano l’ex magistrato di portare avanti una querelle al solo e unico scopo di ricavarne benefici di immagine. Dall’altra, chi non nascondeva che l’approvazione di una legge sull’indulto sarebbe stato un tradimento del programma dell’Unione che aveva come parola chiave “nessuna concessione a chi viola le leggi”. Poi Di Pietro ha fatto marcia indietro e ha appoggiato l’iter parlamentare dell’indulto con le solite “riserve” – che servono a poco se non a tenere sotto minaccia l’alleato – e il provvedimento ha passato l’esame della commissione Giustizia della Camera. (…)

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Staminali, l’Unione ce la fa

Pubblicato da Jake su 20 Luglio 2006

La politica dell’Unione paga ancora dazio ai partiti massimalisti. Questa volta tocca a due fondamentali questioni della nostra società: embrione e famiglia. Il Senato ha infatti approvato con 152 sì, 150 contrari e un astenuto la risoluzione dell’Unione sulle cellule staminali. La maggioranza insomma vince per un soffio ma la questione della ricerca sugli embrioni assesta un duro colpo ai centristi dell’Unione. Di fronte al via libera del ministro Mussi concesso ai Paesi Ue (in Italia la legge 40 non è ancora stata modificata) alla ricerca, la Margherita ha infatti dovuto fare i salti mortali per ingoiare una posizione fortemente osteggiata dai centristi ottenendo solo la promessa di non toccare (per ora) la legislazione vigente. Le posizioni all’interno della maggioranza sono assolutamente inconciliabili: la sinistra estrema chiede di aprire alla sperimentazione sugli embrioni, i cattolici no. A questo punto si è trovato un accordo che mortifica fortemente la posizione della Margherita cancellando il concetto di inviolabilità dell’embrione. La risoluzione approvata dal Senato, firmata dal capogruppo dei senatori dell’Ulivo Anna Finocchiaro impegna il governo “a sostenere sotto il profilo finanziario, in sede di Consiglio europeo competitività, ricerche che non implichino la distruzione di embrioni, valorizzando quindi la ricerca sulle cellule staminali adulte comprese le cordonali; a promuovere la ricerca scientifica avanzata tesa ad individuare la possibile produzione di cellule staminali totipotenti non derivate da embrioni e a verificare la possibilità di ricerca sugli embrio crioconservati non impiantabili”. Il rispetto dell’embrione quindi non sarà più un principio ma solo una tendenza che potrà essere tranquillamente scardinata. (…)

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E ora si attaccano alla bottiglia

Pubblicato da Jake su 20 Luglio 2006

Sarà astemio il ministro alla Solidarietà Paolo Ferrero? Sarà dedito ad un moderato uso di marijuana? E cosa c’entrano la barbera e la canna con la Solidarietà sociale? Legittimi dubbi che possono pungere le coscienze anche di chi ha votato questo diplomato all’istituto tecnico industriale (come da sua biografia) ed assurto al ruolo di ministro.
Perché il nostro, nei giorni scorsi, ha dovuto dire la sua anche su un tema scottante e che angoscia tutto il popolo di sinistra, come il raffronto tra il mezzo litro di vino e lo spinello. Naturalmente, essendo la cannabis di sinistra, il tavernello di destra e lui di rifondazione comunista, l’ago della sua personalissima bilancia si è diretto in favore delle cartine da rollare. «Uno spinello – ha dichiarato – fa meno male di mezzo litro di vino e il consumo di droghe leggere dovrebbe essere depenalizzato».
Dal Piemonte, terra da vino sulla quale per il momento le colture intensive di cannabis scarseggiano, c’è stata immediata la levata di scudi. Il gruppo regionale di Forza Italia, ha chiesto l’approvazione immediata di un ordine del giorno che sconfessi il ministro e tuteli barolo, barbaresco e dolcetto. Per il momento il gruppo di Rifondazione non ha chiesto speculare ordine del giorno chiedendo l’arresto immediato per chi spacci damigiane troppo grandi di grignolino.
Ma anche dal Veneto e dalla Lombardia si potrebbero scatenare analoghe polemiche, visto che i vitigni non mancano neppure in queste regioni. In attesa di vedere le Langhe coltivate a marijuana, ci sorbiamo anche le repliche degli immancabili nutrizionisti. Un certo Antonio Migliaccio, docente all’Università La Sapienza di Roma, ha ricordato che «il vino è un alimento non solo gratificante, ma contiene una serie di antiossidanti che aiutano l’organismo a mantenersi giovane, a condizione però che venga assunto nelle dosi moderate. Lo spinello invece non contiene alcuna sostanza nè benefica, nè protettiva», cosa che l’internazionale comunista, tra un tiro e l’altro, potrebbe invero contestare per esperienza. Il farmacologo Andrea Poli ha aggiunto che «il vino nella giusta quantità è di grande aiuto all’organismo, in modo particolare nella prevenzione delle malattie cardiovascolari come dimostrano numerosi studi internazionali».
Viva la Repubblica: le smentite, le polemiche e i distinguo hanno cominciato a crescere come ascessi incurabili. Si va verso agosto, i giornali hanno bisogno di riempire le pagine e, di certo, i ministri di Prodi hanno tutti i numeri per dare da lavorare a portinaie e giornalisti. Beviamoci sopra.

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Staminali, veto di Bush al Congresso: quella legge vìola la dignità umana

Pubblicato da Jake su 20 Luglio 2006

George W. Bush aveva promesso che sulle cellule staminali avrebbe esercitato il suo diritto di veto, dopo averlo solo minacciato altre 141 volte. Ed è stato di parola. Per la prima volta nel suo mandato ha deciso di bloccare una legge del Congresso che aveva reso più facile la ricerca sulle cellule staminali embrionali. «Questa legge permetterebbe di usare una vita umana innocente nella speranza di trovare benefici medici per altre», ha detto il presidente alla Casa Bianca, circondato da 18 famiglie i cui bambini sono stati adottati come embrioni congelati, non utilizzati dalle cliniche per la fertilità. «Questi bambini e bambine non sono parti di ricambio», ha aggiunto, indicando le famiglie e accusando la legge da lui bloccata di aver superato «una barriera morale che la nostra società deve rispettare». Dopo le minacce di veto, in seguito alle quali ha quasi sempre ottenuto modifiche alle leggi da parte della maggioranza repubblicana che controlla il Congresso, Bush sull’embrione ha scelto la strada dello scontro. Irremovibile di fronte ad appelli di esponenti del suo partito, oltre che di fronte ai sondaggi d’opinione, il presidente ha sbarrato la strada a un provvedimento appena varato dal Senato. La nuova legge prevedeva di rimuovere le restrizioni alla ricerca sulle staminali embrionali decise da Bush il 9 agosto 2001, in quello che fu uno dei primi atti significativi della sua presidenza.
Il Congresso ha varato un testo che ampliava le possibilità per i centri di ricerca americani di ricevere finanziamenti federali, vincolati da limitazioni etiche e dal requisito di utilizzare solo embrioni delle cliniche di fertilità destinati a essere eliminati.
Ma Bush sulle staminali embrionali non ha voluto fare passi indietro. La ricerca medica «può anche essere etica», ha detto il presidente, sostenendo che bisogna «coltivare il potere della scienza per aiutare la sofferenza umana, senza violare la dignità della vita umana». Bush ha anche rivendicato di essere stato il primo presidente americano ad aver finanziato la ricerca sulle staminali embrionali (90 milioni di dollari stanziati finora), ma ha esortato la comunità scientifica a dedicarsi alle ricerche sulle staminali adulte o su quelle del cordone ombelicale.
Il Senato aveva approvato martedì la legge con un voto di 63 a 37, quattro voti in meno del minimo necessario per annullare un veto presidenziale. Alla Camera, lo scorso anno, il voto era stato di 238 a 194 e i voti mancanti per opporsi al veto erano saliti a 50. Numeri che fanno ritenere ai promotori della campagna per la ricerca sulle staminali che qualsiasi legge, a questo punto, sarà rinviata all’anno prossimo, quando sarà al lavoro il nuovo Congresso che emergerà dalle elezioni di novembre.
La scadenza elettorale che si avvicina (e quella, più lontana, della corsa alla Casa Bianca nel 2008), è sembrata lo stimolo principale dietro la ribellione dei repubblicani contro Bush, più che non una reale convinzione sulla necessità di finanziare con fondi federali la ricerca sull’embrione.
I sondaggi dicono che per il 70 per cento degli americani è accettabile distruggere embrioni, se questo serve a far avverare le promesse scientifiche di sconfiggere con le staminali embrionali patologie come l’Alzheimer.
A scendere in campo per cercare di convincere Bush a cambiare idea sono stati anche importanti repubblicani come il governatore della California, Arnold Schwarzenegger e l’ex first lady Nancy Reagan. Ma anche il campo opposto, quello dei conservatori contrari a ogni intervento sull’embrione, si è mosso in forze e ha apprezzato il veto di Bush. L’influente organizzazione Focus on the family, per esempio, ha lodato nel presidente «la rara forza di carattere e il coraggio nella difesa dei non ancora nati».
Anche l’ex presidente democratico Bill Clinton intervenne sul terreno della bioetica, vietando due volte leggi che proibivano l’aborto in stato di gravidanza avanzato.

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Terrorismo, basta aderire ideologia

Pubblicato da Jake su 19 Luglio 2006

“Per configurare il reato di associazione con finalità di terrorismo è sufficiente che l’adesione ideologica si sostanzi in seri propositi criminali”. Lo ha affermato la Cassazione in una sentenza che ha rigettato il ricorso di un algerino, indagato per associazione con finalità di terrorismo internazionale, contro l’ordinanza cautelare in carcere emessa nei suoi confronti dal giudice per le indagini preliminari di Napoli.

Per la seconda sezione penale della Suprema Corte, ‘l’ideazione o la partecipazione a un progetto terroristico”, anche se in modo generico, ma dimostrando di voler partecipare attivamente alla realizzazione di questo piano, è sufficiente per configurare il reato di terrorismo. L’attività terroristica è tale anche se non la si porta a termine. “Il legislatore – ricordano i giudici di Piazza cavour – ha anticipato la punibilità proprio per impedire” che siano realizzati atti terroristici.

Secondo la procura di Salerno che aveva ottenuto dal Gip di Napoli l’arresto dei tre algerini accusati di terrorismo, il gruppo di extracomunitari, che aveva contatti in Italia, in Europa, ma anche in Siria ed altri Paesi di tutto il mondo, stava creando un’associazione criminale con legami con al Qaeda. I legali degli algerini avevano chiesto il loro rilascio. Il Tribunale del riesame di Napoli nel 2005 aveva però convalidato gli arresti.

Contro questa sentenza, la difesa ricorre in Cassazione: le prove contro gli imputati, per lo più intercettazioni telefoniche e ambientali, non sarebbero state “sintomatiche di un progetto terroristico”, ma solo delle innocue “intemperanze verbali”. Un’interpretazione che non ha convinto la Suprema Corte. Gli algerini avevano parlato di una “strage da compiere con una nave di grosse dimensioni che avrebbe causato la morte di 10mila persone”, per i giudici prove sufficienti, non quattro chiacchiere scambiate tra amici.

Per motivare la loro sentenza, gli “ermellini” sono ricorsi anche alla decisione quadro del Consiglio dell’Unione europea del 2002, dove si spiega che sono comunque terroristici “gli atti diretti a intimidire gravemente la popolazione o costringere indebitamente i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o destabilizzare, distruggere le strutture politiche fondamentali di un Paese”. Il gruppo degli algerini era una “struttura organizzata, pur se in modo rudimentale”. La partecipazione all’organizzazione, per la Suprema Corte, “è sufficiente, per configurare il delitto in esame” visto che “l’adesione ideologica” alla Jihad e la volontà di realizzare “seri propositi”, anche senza la loro materiale esecuzione, sono azioni punibili.

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Afghanistan: si’ a mozione Unione

Pubblicato da Jake su 19 Luglio 2006

Si’ dell’Aula della Camera alla mozione presentata dall’Unione sulla missione militare in Afghanistan.Bocciato il testo presentato dalla cdL. Intanto, piuttosto che votare la proroga delle missioni militari italiane all’estero, Paolo Cacciari del Prc si e’ dimesso da deputato. Cacciari ha dato l’annuncio in aula intervenendo in dichiarazione di voto, spiegando che non avrebbe preso parte ne’ alla votazione sulle mozioni ne’ a quella finale sul provvedimento.

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Farmacie:ha aderito quasi totalita’

Pubblicato da Jake su 19 Luglio 2006

‘Allo sciopero di oggi, il primo dei farmacisti da 37 anni, ha aderito quasi la totalita’ delle farmacie’. Lo afferma Federfarma. In piazza a Roma numerosi titolari di farmacie si sono raccolti spontaneamente per fare volantinaggio e spiegare il loro no al decreto Bersani. ‘Siamo convinti sia necessario abbassare il costo dei farmaci – sostiene Caprino, segretario nazionale Federfarma – troppo cari rispetto agli altri Paesi europei, ma la strada non e’ quella indicata da Bersani’.

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Dpef, maggioranza battuta al Senato

Pubblicato da Jake su 19 Luglio 2006

Maggioranza battuta in commissione Difesa sul Dpef. Approvato coi voti della Cdl un parere del presidente della commissione De Gregorio (Idv). In commissione i due schieramenti sono alla pari 12 a 12. ‘Le motivazioni principali del parere negativo – osserva Ramponi (An) – stanno nella mancanza di considerazione del settore e nell’ignoranza della situazione di grave emergenza in cui rischia di cadere il settore aerospaziale e della difesa’. Critico Giannini (Prc): De Gregorio affossa l’Unione.

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Bambini ridotti in schiavitù dagli zingari

Pubblicato da Jake su 19 Luglio 2006

Bambini, comprati o rapiti, ridotti in schiavitù e addestrati, a suon di botte, a chiedere l’elemosina e rubare: questa odiosa “tradizione” degli zingari non si è persa ai nostri giorni, come dimostrano anche le più recenti operazioni di polizia, tra cui quella compiuta ieri a Napoli in un campo rom alla periferia della città.
La polizia ha infatti eseguito alcuni arresti a carico di zingari che vivono nel campo nomadi di Santa Maria del Pianto, nei pressi del cimitero di Napoli. Gli indagati, uomini e donne, sono nomadi in possesso di nazionalità romena e dell’ex Jugoslavia, tutti accusati di associazione per delinquere finalizzata alla induzione in schiavitù di bambini. Al momento gli arrestati sono Perica Radosavijevic, di 34 anni, Sandra Ianq, 39 e Macela Fanel, 37, Petrica Costantin, di 39 anni, Lucian Ioan, 38 e Sonia Durdevic, 29 anni, ma gli investigatori hanno anche accertato l’esistenza di due gruppi di zingari rom collegati tra di loro dediti al traffico di bambini, operanti a Castelvolturno (Caserta) e nel campo nomadi di via Santa Maria del Pianto.
In una nota della Procura è spiegato che “le indagini hanno consentito di monitorare il triste fenomeno dell’accattonaggio praticato da minori che avviene presso i caselli della tangenziale di Napoli, ove quotidianamente – proseguono i pm – divisi per turni di lavoro vengono accompagnati bambini in tenera età che chiedono l’elemosina agli automobilisti fermi ai caselli per il pagamento dei pedaggi”. Secondo gli investigatori l’accattonaggio è “un fenomeno di vaste proporzioni che coinvolge soggetti in età infantile, costretti ad affrontare condizioni di vita disumane”.
E’ un’abitudine, ormai, infatti, notare questi bambini mentre sostano per ore davanti ai caselli “privi di qualsiasi tutela, esposti al pericolo di investimenti da parte delle auto e alle intemperie atmosferiche”. Alla fine della loro giornata da accattoni, qualche avanzo da mangiare e un fetido giaciglio per dormire se la “raccolta” è stata soddisfacente, altrimenti privazioni, punizioni fisiche e autentiche torture sono di rito.
L’indagine, delegata dai pm della Dda, è stata condotta dagli agenti della sezione di Polizia stradale di Napoli ed è durata alcune mesi. Gli investigatori hanno utilizzato per la loro attività investigativa telecamere e macchine fotografiche. Attraverso i filmati è emerso che gli indagati “con cadenza oraria e con turni di lavoro quotidiani, accompagnavano presso i caselli della tangenziale di Fuorigrotta e dello svincolo di corso Malta, alcuni minori che, sotto la loro costante sorveglianza, venivano impiegati nell’accattonaggio”. I proventi, erano naturalmente intascati dagli adulti che “mantenevano gli infanti in una condizione di soggezione assoluta, simile alla schiavitù”.
Agli indagati viene contestato il reato di riduzione in schiavitù introdotto dalla legge dell’11 agosto del 2003 con la quale il legislatore ha inteso offrire uno strumento di contrasto al fenomeno del traffico di esseri umani. E’ spiegato in una nota della Dda che “sono state in questo modo introdotte specifiche ipotesi delittuose che hanno modificato l’originario quadro sanzionatorio del codice penale e che sono volte a punire la riduzione o il mantenimento in schiavitù o in servitù, la tratta di persone, l’acquisto o l’alienazione di schiavi”.

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“Chiudiamo i Cpt”. La sinistra per l’accoglienza libera

Pubblicato da Jake su 19 Luglio 2006

«Sono luoghi di sistematica violazione dei diritti civili» con queste parole, che introducono un Libro Bianco, la sinistra più radicale ci riprova, in modo assolutamente pretestuoso. Obiettivo: cancellare i Cpt, i centri di permanenza temporanea che accolgono i clandestini che arrivano nel nostro Paese. Obiettivo successivo: abbandonare ogni contrasto all’immigrazione per creare quella società multirazziale e multietnica, anticamera all’estensione del voto e quindi alla certa sopravvivenza politica.
Ne è convinta la Lega Nord, già pronta a dare battaglia a tutte le mosse, politiche e non, che verranno messe in campo.
«È un duro atto d’accusa quello proposto dal Libro Bianco realizzato da un gruppo misto di parlamentari, ma le critiche ai Cpt e alla loro gestione sono vere e proprie falsità – dice l’on. Federico Bricolo – è evidente che l’intento è quello di smantellare la Bossi – Fini. E del resto il Libro Bianco arriva alla conclusione, peraltro scontata, che “i centri di permanenza temporanea devono essere chiusi”»
Quindi si tratta di una “strategia” politica”?
«Certamente. La sinistra, almeno quella più radicale, vuole aprire le porte all’immigrazione incontrollata; abolire i Cpt è solo un passaggio. Nella passata legislatura con la Lega e grazie alla Bossi-Fini, nei Cpt si procedeva all’identificazione dei clandestini, una prassi assolutamente necessaria che già oggi non viene più seguita»
Siamo dunque già sulla strada dell’immigrazione indiscriminata?
»Direi proprio di sì, ma la gente del Nord non è più disposta a tollerarlo e ad accettare nuovi clandestini perchè sa bene che ciò significa sempre meno sicurezza. I clandestini finiscono col dedicarsi allo spaccio allo sfruttamento della prostituzione o dei minori, alle rapine. Lo dimostra il fatto che il 70% dei detenuti al Nord è composto da extracomunitari. E la gente vuole tornare a frequentare le piazze, la sera, a sentirsi sicura quando è in casa propria, a uscire sena temere scippi e rapine».
Lei ha anche ribadito un secco no a nuovi islamici nel nostro Paese
«La Francia si è vantata del fatto di aver integrato gli islamici ed è andata in fiamme per settimane, gli attentatori di Londra erano cittadini inglesi, nati in Inghilterra da genitori islamici, istruiti in Inghilterra ma evidentemente formati al terrorismo nelle moschee inglesi. Anche l’assassino del regista Theo Van Gogh era cittadino olandese di matrice islamica. In Italia gli islamici sono già troppi: dove si insedia l’Islam si radicano anche le cellule fondamentaliste, senza peraltro alcuna reazione da parte dei cosiddetti islamici moderati. Abbiamo mai visto un islamico moderato che abbia denunciato un imam predicatore di violenza? Se immigrazione ci deve essere meglio che provenga da Paesi più vicini alla nostra cultura e alla nostra religione, come del resto ha ribadito anche il card.Biffi».
Nel Libro Bianco, presentato ieri da Tana de Zulueta, vicepresidente della Commissione Esteri, si parla addirittura di violazione dei diritti civili…
«Nei Cpt ci finisce chi entra nel nostro Paese in modo irregolare. Si tratta di gente che non rispetta le regole e se qualcuno viene a casa nostra in questo modo è indispensabile sapere chi è e perchè è qui. D’altra parte i Cpt sono strutture create dal precedente governo di centro sinistra, proprio con lo scopo di identificare i clandestini. Ogni altra considerazione è pretestuosa e finalizzata all’abolizione dei Cpt, ma non possiamo permettere che si abdichi alla facoltà di difendere i nostri confini».
Cosa farà la Lega per contrastare tutto questo?
«Siamo pronti a dare battaglia. Questa linea di condotta non è condivisibile: qui c’è in ballo il nostro futuro, il futuro della nostra identità, la sicurezza dei nostri figli. La proposta di una parte del centro sinistra è invece quella di creare un Paese diverso, di aprire la porte a tutti, senza nemmeno controllare chi entra. E’ inaccettabile. Dobbiamo difendere i nostri confini: è la prima legge da rispettare. Siamo pronti a scendere nelle piazze e di certo in Parlamento arriveremo ad uno scontro. Ora stiamo a vedere cosa accadrà dopo tante parole, come la sinistra si propone di attuare questo progetto e come verrà accolto. Basta vedere le proposte dei primi cento giorni di governo; anche molti di coloro che hanno creduto negli ipocriti messaggi elettorali si stanno rendendo conto di avere la responsabilità di averlo votato».

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Via libera al partito dei pedofili

Pubblicato da Jake su 19 Luglio 2006

Ormai è ufficiale: alle elezioni per il rinnovo del Parlamento olandese ci sarà anche il partito dei pedofili. Ad avallarlo è la Corte distrettuale dell’Aja, che ha respinto il ricorso dell’associazione Soleaas, consentendo al movimento Nvd impersonato da Ad Van der Berg, “ideologo”, e da Marthijn Uittenbogaard, presidente, di potersi riunire e organizzarsi per le consultazioni popolari.
A stabilirlo è l’ennesimo giudice in cerca di notorietà, del quale si conosce l’iniziale del nome (una “H”) e il cognome per esteso (Hofhuis), ma tanto basta ad assurgere al rango di protagonista della situazione. Dalle nostre parti siamo abituati a incursioni della magistratura nella politica, nell’alta finanza, finanche nello sport, ma di certo anche l’Italia si sarebbe schernita di fronte ad una decisione così assurda, anche se ipoteticamente legittima dal punto di vista normativo.
Nella sentenza depositata lunedì scorso si fa riferimento al codice civile olandese che vieta le sole associazioni che si rifanno a odio, discriminazione razziale e xenofobia ma nulla dice sul turismo sessuale, sulla prostituzione dei minori e sulla libera diffusione di materiale pedopornografico. In fondo l’Nvd, movimento che dice di ispirarsi all’amore del prossimo, libertà e diversità, può muoversi liberamente in Olanda. «Libertà d’espressione, di riunirsi e di organizzarsi in un partito politico sono le basi di una società democratica e queste libertà danno ai cittadini la possibilità, per esempio, di usare un partito politico per chiedere una modifica costituzionale, legislativa o di una linea politica».
Ma dove arriva la libertà di un individuo? Non serve un magistrato a capire che il limite è quello della violazione dell’altrui «sfera personale», per dirla in giuridichese. L’Ambasciata olandese a Roma, che assicura come dai sondaggi d’opinione sia emerso che il movimento trova pochissimo supporto tra la popolazione dei Paesi Bassi e sottolinea che: «La pedofilia è un reato in Olanda e spetta al Pubblico Ministero decidere se perseguire penalmente qualora il programma del Nvd dovesse contenere degli elementi passibili di condanna».
In attesa che il magistrato valuti, scorriamo i punti centrali del piano politico dei pedofili olandesi. Abbassamento dell’età del consenso da 16 a 12 anni, fino a sparire completamente, diffusione di materiale porno, con possibilità per ragazzini e ragazzine di ogni età di partecipare a film dall’alto contenuto erotico.
Se questi sono i presupposti, la Procura dovrebbe subito scendere in campo, ma siamo convinti che resterà in sordina proprio «in ossequio» della decisione pronunciata dalla Corte distrettuale dell’Aja. «Da quel tribunale è arrivata una dura sconfitta per quanti lottano ogni giorno per restituire dignità di persona ai bambini e per tutelare il loro diritto all’innocenza», dice Valeria Rossi Dragone, presidente del Ciai, un’organizzazione non governativa da sempre impegnata contro la pedofilia. «È l’inizio della fine?» si domanda preoccupata, ma ora a risponderle dovrebbe essere il signor H. Hofhuis, barba e capelli bianchi che non significano saggezza.
A questo punto bisogna attendere il verdetto delle urne, anzi prima ci sarà la raccolta delle firme per consentire alla lista dei pedofili di presentarsi alle elezioni di novembre. Per prendere un seggio in Parlamento avrebbe poi bisogno di circa 60.000 voti, ma c’è già chi ha previsto un “flop” con un migliaio di consensi al massimo. «Saranno gli elettori a giudicare le ragioni di questo come degli altri partiti» ha scritto il giudice dell’Aja nella sua sentenza, vergata a mano per dare un’importanza ancora maggiore a quel disposto destinato a far discutere in tutto il mondo civile.
Degli olandesi si è detto di tutto e di più. Hanno ormai il bollino di Paese democratico dove tutto è permesso e hanno scacciato via tutti gli spettri di razzismo respingendo nei giorni scorsi (con un’apposita delibera del Parlamento) la proposta del ministro Rita Verdonk di un test di integrazione per tutti gli immigrati nei Paesi Bassi. La maggioranza dei parlamentari olandesi ha alzato gli scudi, ritenendo quell’esame «discriminatorio» per gli stranieri. E pensare che tra qualche mese su quelli stessi banchi potrebbe trovarsi qualche «onorevole del partito Nvd legittimamente eletto», pronto a votare un ordine del giorno a favore della prostituzione minorile o una legge per vendere le videocassette porno in farmacia. Impossibile prevedere se davvero sarà eletto, ma certamente il pedofilo potrà candidarsi e fare propaganda con tanto di manifesti e interviste, con il beneplacito del giudice distrettuale. Così è deciso, l’udienza è tolta.

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“Veniamo qui per rubare e lo Stato ci protegge”

Pubblicato da Jake su 19 Luglio 2006

La chiameremo Daniela, perché Daniela non è un nome da zingara. Il suo vero nome è quello che Daniela sta cercando di dimenticare, così come vuole dimenticare le sue radici e la sua appartenenza ad una famiglia di nomadi rom. Daniela si è ribellata, un giorno qualsiasi ha detto basta ed è scappata. Ha detto basta ad una vita di illegalità, di furti, di botte. Ha detto basta alla sua adolescenza comprata a 12 anni per 300 euro da un marito che l’ha stuprata la prima notte di nozze; basta ad una vita costretta nell’indigenza e in un paese che invece di cacciare chi gli ruba in casa lo protegge e lo tollera.
Da quel momento la sua esistenza è cambiata, e anche se non è diventata un vero e proprio paradiso, ha smesso di essere quell’inferno che era. Adesso Daniela almeno è libera, anche se continua a scappare dal suo passato, anche se ha paura che un giorno o l’altro il suo passato la troverà, anche per ucciderla se è necessario. I rom hanno le loro leggi, nessuno può decidere di cambiare il proprio futuro senza il consenso dei capi, nessuno può scappare così e farla franca.
Però Daniela c’è riuscita, e adesso vive in una comunità protetta: nessuno sa dove si trovi, è lontana da quel passato che vuole dimenticare e quando racconta come viveva prima e quali erano le sue giornate, gli occhi le si velano di lacrime. Daniela ha 19 anni, ma se ne sente almeno cento. Ha imparato a leggere e a scrivere, ha trovato un lavoro, nuovi amici. Ha tagliato i capelli, li aveva lunghi oltre il metro, e ha indossato i suoi primi pantaloni puliti.
Di quello che lei era prima adesso non c’è più niente e se di notte ha degli incubi, quando si sveglia, ci sono persone diverse accanto a lei che non vogliono né stuprarla, né venderla, né mandarla a rubare, né picchiarla.
Daniela ci ha concesso in esclusiva una intervista, chiedendo di mantenere l’anonimato e ha deciso per la prima volta nella storia di un nomade rom, di raccontare cosa veramente accade in un campo di zingari, come la pensano sul nostro paese, cosa fanno, e il loro stile di vita. Daniela ha deciso di vivere.
Perché sei scappata, cosa ti ha spinto a ribellarti alle tue origini e a cambiare stile di vita?
«Sono nata in Romania e sono venuta in Italia con la mia famiglia, genitori e altre tre sorelle, che ero poco più di una bambina. Ci siamo insediati in un campo alle porte della città. Ho vissuto fino all’anno scorso nel terrore, nella violenza, nella sporcizia e nell’illegalità. Una notte ho deciso di farla finita e sono scappata perché volevo una vita normale, come quella di tutte le ragazze della mia età, anche se sono una zingara romena sono sempre una persona, e mi sono detta che avevo diritto ad avere una opportunità. L’Italia è un Paese bellissimo, ma sbagliate a dare asilo e a permettere a questi campi di sostare: gli zingari ridono di voi, dicono che siete un popolo di stupidi, che date soldi e permessi a chi vi ruba in casa e si fa portare via tutto senza protestare. Non capite che loro si sentono forti proprio della loro illegalità, del fatto che se li arrestate poi escono immediatamente, e che la loro forza sta proprio in uno Stato che li protegge invece di cacciarli. Se voi foste più rigidi con gli zingari forse ce ne sarebbero meno di ragazze come me».
Come si svolge la giornata in un campo nomade?
«La vita è dura e si deve lavorare tanto, anche se a voi sembra che non sia così. Prima mio padre e poi mio marito mi svegliavano alle cinque del mattino, sia che piovesse o che nevicasse. Poi bisogna andare a chiedere l’elemosina, a rubare, e portare soldi alla famiglia altrimenti sono botte. Io non ho mai rubato, non ne ero capace, e ogni giorno mi sgridavano perché ero una delle poche che portava pochissimo, al massimo una ventina di euro…»
Perché, gli altri quanto guadagnano?
Uno di noi, normale, non bravissimo, guadagna in media 100, 150 euro al giorno. Tra elemosina agli angoli della strada e nelle metropolitane, qualche furto, qualche segnalazione ai più grandi. Ma ci sono zingari che guadagnano molto di più. Ne ho conosciuto uno che ogni giorno portava in famiglia almeno 300 euro».
E i soldi a chi vanno? E dove finiscono?
Tutti i soldi li prendono i mariti o i padri se non si è sposati. Vengono immediatamente man- dati in Romania o dati ad altre famiglie a cui si deve del denaro. I soldi e la refurtiva non restano mai nel campo perché possono arrivare i carabinieri alle cinque del mattino. Quindi tutto, la mer- ce rubata, orologi, portafo- gli, gioielli e altro, deve sparire entro le quattro e mezza del mattino.
E poi questi soldi come vengono portati in Romania?
«Semplice, attraverso la frontiera. Ci sono sempre delle persone in frontiera che ci conoscono, che conoscono i nostri familiari e che li lasciano passare in cambio di denaro. Se certi giorni alla dogana non ci sono “amici”, si aspetta in macchina finché non arriva qualcuno che si conosce e a quel punto non ci sono rischi. Ma non è mai successo».
Ci sono altre persone che come te vorrebbero cambiare vita?
«No, in tutti questi anni non ho mai sentito nessuno che volesse scappare, perché essere zingari non è una scelta, ma una realtà. Una volta ho confidato ad una mia amica che non mi piaceva rubare e lei si è messa a ridere di me.»
Ma una volta finita la giornata cosa fate nel campo?
«In genere dopo le cinque del pomeriggio le donne non rubano più, tocca agli uomini andare in giro a fare colpi, rubare le macchine o magari svaligiare qualche casa; noi restiamo al campo a preparare la refurtiva da far partire in serata. Poi prepariamo la cena per la nostra famiglia e qualche volta capita che si mangi soli».
Chi decide i furti, i posti dove chiedere le elemosine?
È una struttura abbastanza chiara: il capofamiglia, il marito o il padre mandano i figli o la moglie in questo o in quell’angolo o in quale quartiere andare a chiedere soldi. Lo stesso vale per i furti. Il capofamiglia decide dove e come, in base alle segnalazioni e ai sopralluoghi di altri familiari. Nessuno può rifiutarsi e nessuno può decidere di fare qualcosa di testa propria. Durante la giornata bisogna rendere conto di quanto si è guadagnato e se è poco, per punizione, oltre alle botte, si rischia di saltare il pasto. Non è possibile mangiare quando si è in “servizio” e non si può instaurare con nessuno rapporti di amicizia».

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Prodi: i nostri soldati in Libano con l’Onu

Pubblicato da Jake su 18 Luglio 2006

Da mezz’ora novanta fotografi sono schierati a semicerchio, in attesa che i leader del G8 si mettano in posa per la foto finale del vertice. Uno alla volta i capi di Stato e di governo arrivano tutti, anche gli invitati «una tantum». All’appello manca un solo viso: quello di Romano Prodi. Ma il maestro di cerimonia dà l’okay: si scatti. Più tardi il Professore spiegherà: «Non c’ero, perché stavo facendo una telefonata. A chi non lo dico…». Neppure il meno vanitoso tra i politici mancherebbe mai l’attimo della foto di famiglia di un G8 e invece quel Prodi che, mentre gli altri sono in posa, sta telefonando a chissà chi, è un episodio minimo che finisce però per simboleggiare l’attivismo del Professore, che in questi tre giorni ha trascorso tutto il suo tempo libero al telefono. Provando ad avvicinare i protagonisti del conflitto mediorientale.

Tre giorni nei quali Prodi ha parlato – vis-à-vis – con Bush, Blair, Annan, il presidente cinese Jintao e – per telefono – col premier israeliano Olmert, il presidente siriano Assad, il capo del governo libanese Seniora, l’iraniano Larijani. Parole e gesti che hanno finito per tratteggiare una nuova politica estera: quella di una Italia multilaterale. Ancorata di nuovo in Europa e nel Mediterraneo, ma soprattutto – questa è la novità – capace di dialogare con tutti e non solo con alcuni. Un’Italia diversa da quella super-atlantica, bipolare (Bush più Putin) e filo-israeliana di Silvio Berlusconi. E’ con questo spirito che Prodi, nel suo colloquio con Kofi Annan ai margini del G8, non ha esitato un attimo a dire sì all’ ipotesi di una missione di soldati italiani «all’interno di una forza di interposizione dell’Onu» nel Sud del Libano. Ha spiegato Prodi ai giornalisti: «L’Italia è pronta a fare la sua parte» per una «missione di peace-keaping» che dovrà essere preceduta «da decisioni ampie e forti del Consiglio di sicurezza». Una missione «per la quale i nostri pianificatori sono già in azione allo scopo di studiare modi e tempi». Dunque l’Italia è pronta, ma anche la Ue deve «assumersi le sue responsabilità davanti alla storia».

Nel suo ruolo di «facilitatore» e di fluidificatore diplomatico Prodi ci si trova talmente bene che, a vertice concluso, ha finito per gigioneggiare: «Oramai, a parte Chirac, io sono il senior di questi G8: ne ho fatti nove…», un modo per fare capire che quella sua facilità di rapporti non è un colpo di fortuna, ma l’effetto di una rete di rapporti che gli deriva da 7 anni di presidenza Iri, 5 di presidenza di Commissione europea e quasi 3 di guida del governo italiano. Certo, Prodi si riallaccia alla filiera più profonda della politica estera italiana, quella che da Mattei arriva ad Andreotti, passando per Moro e Craxi. Ma proprio per non farsi etichettare semplicemente come filo-arabo, ecco il Professore alzare la voce quando parla dell’Iran: «Non so come sia nata questa idiozia per cui avrei chiesto agli iraniani di farsi mediatori nel conflitto in corso. Ho solo cercato di facilitare i contatti diplomatici».

Ma la nuova Italia multilaterale e dunque la discontinuità col passato, Prodi intende portarle anche nei rapporti con le grandi potenze emergenti dell’Asia e del Sud America: «Presto un G10 con Cina ed India? Io sono favorevole e d’altra parte si sente fisicamente quanto sia stato importante l’arrivo al G8, sia pure come invitati, di questi Paesi, di questi nuovi protagonisti della storia».

Ieri, a G8 finito, Prodi ha incontrato il presidente brasiliano Lula e quello cinese Hu Jintao. E d’altra parte la proverbiale attenzione alla Cina, il Professore intende tradurla in pratica: dal 14 al 17 settembre il presidente del Consiglio sarà in Cina per la sua prima, importante visita di Stato, mentre nei primi mesi del 2007 sarà in India. L’adesione dell’Italia alla proposta di Kofi Annan è piaciuta ai partiti dell’Unione e il ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha anche rilanciato: «Bisogna estendere la forza di interposizione anche a Gaza, per creare un cuscinetto di sicurezza, che garantisca le popolazioni arabo-palestinesi e quella israeliana». Dice la sua anche Silvio Berlusconi: «Dinanzi all’aggressione preordinata e concentrica contro l’unica democrazia del Medio Oriente non è possibile invocare alcuna posizione di equidistanza o alcun irrealizzabile tentativo di mediazione». Un modo elegante per prendere le distanze dalle iniziative del governo italiano.

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Prodi: “Non ho chiesto la mediazione dell’Iran”

Pubblicato da Jake su 17 Luglio 2006

“Ho letto che avrei chiesto la mediazione dell’Iran. Non so come sia nata questa idiozia. Io ho cercato di facilitare i contatti”. Così Prodi mette fine alla serie di dichiarazioni seguite alle indiscrezioni venute fuori dopo la sua telefonata con il negoziatore iraniano per il nucleare Larijani. Secondo fonti diplomatiche Prodi avrebbe in quell’occasione chiesto all’Iran di mediare sul conflitto in corso tra Libano ed Israele. Ma il premier chiarisce la sua posizione. I contatti diplomatici in corso sono rivolti ad una facilitazione non ad una mediazione. La posizione italiana era stata chiarita alla stampa lo scorso 15 luglio: “Nessuno può essere mediatore – aveva affermato il premier – l’espressione più seria è quella di facilitatore”.

Oggi il premier precisa: ”Un mediatore ha in mano termini e limiti circostanziati e un quadro di riferimento preciso nell’ambito di un mandato. Cosa che io assolutamente non ho”. E sulla telefonata dice: “A Larijani ho riferito, e questo è servito, quanto mi ha detto Olmert sull’esigenza di rilasciare i prigionieri israeliani e su quella che gli Hezbollah armati lascino il sud del Libano e non lancino più razzi verso Israele”.

Insomma, la partita che Prodi sta giocando ai G8 è quella su un nuovo ruolo che l’Italia potrebbe avere nello scacchiere internazionale. Ha avviato una serie di contatti diplomatici con vari protagonisti della crisi in medioriente parlando con Siria, Libano e Iran e questo anche dopo la denuncia non esplicita fatta dal presidente Bush nei confronti del governo di Damasco quale fomentatore del terrorismo contro Israele. Ma a detta di molti solo la Siria e il governo di Teheran avrebbero l’influenza necessaria per convincere gli Hezbollah. E dietro le richieste di “facilitazione” non ci sarebbe solo l’Italia. Ruolo chiave nella risoluzione della crisi secondo Prodi dovrebbe essere dell’Europa: “E’ il momento che l’Unione europea dimostri la propria forza e che si assuma i propri compiti e le proprie responsabilitaà di fronte alla storia”

Riferendosi alle polemiche italiane sulla sua richiesta all’Iran, Prodi commenta: ”Sono giochi di politica interna che durano un giorno e che poi sono sostituiti da altri giochi. Ma non sono importanti”. Per molti i risultati ottenuti al G8 sulla crisi mediorientale sono stati fallimentari ma il premier ribatte: “Non confondiamo i commenti seri sulla politica estera con le strumentalizzazioni di politica interna”. L’ipotesi in corso è quella dell’invio di una forza di interposizione formata non solo da osservatori e alla quale l’Italia potrebbe partecipare. Ma qualsiasi decisione viene demandata al Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

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M.O. Prodi chiede mediazione Iran

Pubblicato da Jake su 16 Luglio 2006

Il premier Romano Prodi ha sentito al telefono il mediatore iraniano per il nucleare Larijani e gli ha chiesto che l’Iran si faccia parte attiva della mediazione nella crisi tra Israele e Libano. Lo si apprende da fonti diplomatiche italiane. Larijani avrebbe assicurato il massimo sforzo per la soluzione della crisi. In precedenza Prodi aveva riferito al premier libanese le condizioni di Israele al cessate il fuoco.

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Giordano: “Si muovano Onu ed Europa, fermiamo Israele prima che sia troppo tardi”

Pubblicato da Jake su 14 Luglio 2006

Le domande, le solite domande. Quelle che un po’ tutti si aspettano, e – purtroppo – quelle che un cronista si sente in obbligo di fare. Sulla missione in Afghanistan, sul decreto, sulla mozione, sui “dissidenti”, sull’Udc e via dicendo. Franco Giordano, nella sua stanza al terzo piano di viale del Policlinico, risponde a tutto. Con la solita disponibilità. C’è qualcosa però che lo infastidice. No, non è la ripetizione di domande che si sarà sentito fare mille volte in questi giorni. “Non ho alcun problema a parlare dell’Afghanistan. Il nostro obiettivo resta il ritiro, ma credo che sia importante l’aver impedito che crescesse l’impegno italiano in uomini e mezzi, come chiedeva il segretario generale della Nato e addirittura lo stesso Kofi Annan. Siamo per il ritiro ma credo sia importante il documento di politica estera, che accompagnerà il decreto, quello che si sta definendo in queste ore. Se tutto va bene – e le notizie che ho mi fanno dire che si va nella direzione giusta – credo che si possa davvero dire che c’è un’inversione netta gradi rispetto al passato governo”. Non sono allora le domande, né l’argomento afghano, che lo infastidiscono.

Che cos’è? Che c’è che non va in queste giornate?
La metto giù esplicita. La cosa brutta di queste ore è la miseria della politica italiana. E’ la miseria di un dibattito che fa finta di guardare al contesto internazionale ma che, invece, serve solo ad obiettivi di piccolo cabotaggio. Tutti legati alla provincialissima politica italiana. Serve solo a fini strumentali.

Stai dicendo che quello di queste ore è un brutto dibattito?
Io ti dico, d’accordo con quel che ha scritto Liberazione, che vedo molti che si appassionano alle virgole di un documento sull’Afghanistan. E’ importante. Ma ci rendiamo conto che sta accadendo qui a due passi dall’Europa, abbiamo gli occhi per vedere come sta degenerando il conflitto israelo-palestinese? Siamo alla guerra guerreggiata, ce ne siamo accorti o no?

E cosa bisognerebbe fare?
Per noi è decisivo rilanciare la mobilitazione democratica per strappare impegni veri all’esecutivo. Impegni per fermare il governo israeliano, che occupa Gaza, la Cisgiordania, che minaccia il Libano. Per fermare l’esercito israeliano che rischia di produrre un’inaccettabile tragedia. Sì, li dobbiamo fermare. Dobbiamo provare tutte le forme di pressione per ricostruire le condizioni favorevoli al negoziato, per riprendere la strada che porti alla costruzione di due popoli e due Stati.

Che significa esattamente che occorre provare tutte le forme?
Che oggi, proprio come hanno sempre fatto i palestinesi, dobbiamo chiedere con forza che in Palestina e in quelle zone martoriate siano inviate truppe di interposizione dell’Onu.

Anche truppe italiane?
Certo, se servono, anche soldati italiani. Bisogna fermare quella guerra.

Credi che il resto della coalizione sia disponibile a battersi per una soluzione di pace in Palestina?
D’Alema ha detto cose importanti, diciamo così: ha cominciato, ma non basta. Occorrono interventi molto più effiaci. Più rapidi. Occorrono prese di posizione politiche più nette.

Chiedi segnali di discontinuità in Medio Oriente. E in Estremo Oriente, invece? Lì ci sono quei segnali?
Francamnente questa non l’ho mai sentita. Il decreto – perché credo tu mi stia domandando di quello – prevede il ritiro dall’Iraq. Ritiro totale e non, come ha fatto Zapatero, spostando uomini e mezzi verso l’Afghanistan. Più segnale di discontinuità di questo! Un segnale, un obiettivo costruito grazie alla capacità di incidere del movimento pacifista di questi anni.

Citavi l’Afghanistan. Ed eccoci arrivati: a che punto è la trattativa fra le forze dell’Unione su questo paragrafo?
Ti ripeto, ancora non conosco la versione finale della mozione che accompagnerà il decreto. Da quel che so, lì ci sono molte delle nostre rischieste. Si prevede una verifica di tutte le missioni, e in particolare quella dell’Afghanistan, nelle sedi internazionali, Onu e Nato. Ci sarà una commissione interparlamentare, aperta al contributo dell’arcipelago pacifista e delle organizzazioni non governative, che valuterà cosa davvero accade in Afghanistan. Si parla di superamento di Enduring Freedom. C’è un richiamo forte, esplicito all’articolo 11 della nostra Costituzione. C’è l’obiettivo di uscire dai diktat atlantici, per cui contano solo le zone del mondo dove ci sono interessi geopolitici, per dirne un’altra, un impegno italiano nel Darfur. In un’altra guerra devastante ma dimenticata.

Ma nel decreto si conferma la presenza dei nostri militari. Una cosa, per cominciare: non ci si poteva pensare prima? Non si poteva discuterne al momento del varo del programma?
Tutti sanno che su questo argomento non c’è una semplice diversità di vedute ma ci sono davvero posizioni opposte. C’è chi come noi considera quella in Afghanistan una guerra, come quella in Iraq e sostiene la necessità di una exit strategy e c’è chi vorrebbe aumentare la nostra presenza. Ancora poche ore fa, lo ha chiesto il Presidente della Commissione Difesa del Senato, quello che ha preso il posto che spettava a Lidia Menapace. E le alternative, davanti a questa situazione, sono solo due: o lasciar fare alle forze prevalenti nel centro-sinistra o provare a costruire un terreno più avanzato per far vivere la nostra iniziativa.
Scusa la franchezza: ma perché nel decreto non c’è il segno prevalente delle forze moderate del centrosinistra?
Io so che se avessimo lasciato fare alle forze prevalenti nella coalizione, queste avrebbero accettato senza dubbi la pretesa del segretario generale della Nato di aumentare gli uomini, i mezzi militari in Afghanistan. Di più: avrebbero accettato la pretesa di impegnare le nostre truppe nel sud del paese, dove il conflitto sta diventando sempre più caldo. Tutte cose che abbiamo impedito.

Tutte cose che non hanno modificato, però, il giudizio di un gruppo di senatori e di deputati sul decreto.
E qui ci vedo una sorta di eterogenesi dei fini. Le prese di posizione di una forza politica, e anche – purtroppo – di un gruppo di compagni di Rifondazione fanno correre al paese il rischio di uno spostamento dell’asse politica verso il neocentrismo. Verso una politica molto, ma molto più filo atlantica.

Tu, insomma, non fai nessun calcolo sui voti dell’Udc e della casa dela Libertà.
Facciano quel che vogliono. Decidano loro se votare un atto istituzionale che prevede il ritiro senza condizioni da un teatro di guerra come l’Iraq. Teatro dove loro, quella maggioranza di destra, ci ha portato. Se lo fanno, ovviamente, a nessuno sfuggirà il carattere strumentale di quella posizione. L’importante è che l’Unione sia autosufficiente e allora non ci sarano manovre possibili.

Ai dissidenti, cosa dici?
Ai partiti che si oppongono ricordo che l’alterità rispetto alla guerra – un’alterità alla quale magari si è approdati da poco ma che considero ugualmente importante – non ha nulla a che vedere con la conquista, con lo spostamento millimetrico di visibilità nella cittadella della politica.

E ai senatori di Rifondazione?
Io credo che il partito abbia ricevuto un preciso mandato politico. Abbia ricevuto un mandato su una linea decisa dopo un lungo percorso democratico. Sia chiaro e a scanso di equivoci: credo che sia più che legittimo il dissenso. E credo che sia più che legittimo il diritto a rendere esplicito questo dissenso. L’unica cosa che non può avvenire è che tutto questo metta a rischio il concretizzarsi di scelte decise democraticamente.

Ma insomma cos’è questo rischio?
E’ sotto gli occhi di tutti. Chi teorizza, dopo appena due mesi di vita del governo Prodi, una maggioranza a geometria variabie, rischia di snaturare l’Unione. E quindi, rischia di snaturare il ruolo e il compito di Rifondazione in quella coalizione.

Cosa vuoi dire?
Nulla, nulla di più di quel che sto dicendo. Faccio un appello, un fortissimo appello perché qualunque sia il dissenso, tutti si sentano parte di questa comunità. Della comunità di Rifondazione. Faccio un appello, vorrei dire di più ma non esiste un accrescitivo di appello, perché tutti scelgano di tutelare gli interessi e le scelte di questa comunità. Che tutti quanti abbiamo contribuito a creare.

Al di là dei senatori o dei parlamentari, vedi disagio in giro nel partito?
Vedo una discussione vera. Ma vedo soprattutto una richiesta: non lasciarsi invischiare nel gioco della “politique politicienne”. Il nostro blocco sociale, quelle centinaia di migliaia di precari, di disoccupati, di lavoratori, di pensionati, tutti coloro che giustamente pretendono un risarcimento sociale dopo cinque anni di governo delle destre, ci chiedono di non mettere a rischio l’esecutivo. Ci chiedono di non ridurre la nostra capacità di contrattazione. Al contrario, vogliono che andiamo avanti, che non ci limitiamo a grandi enunciazioni di principio ma che cambiamo in concreto le loro condizioni di vita. Come abbiamo fatto, come stiamo provando a fare col documento finanziario. La nostra base sociale, composta per tanta parte dallo straordinario movimento pacifista di questi anni, ci chiede di non limitarci ad affermazioni identitarie. Ci chiede di non salvarci l’anima, come avverrebbe con un voto di fiducia. Ci chiede di sporcarci le mani, di insistere. Per costruire condizioni sempre più avanzate. Per costruire quelle condizioni che ci porteranno ad uscire anche dal pantano afghano.

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Usa: ‘Pyongyang nasconde missili’

Pubblicato da Jake su 14 Luglio 2006

La Corea del Nord ‘dispone di altri missili intercontinentali’: lo ha rivelato, secondo la ‘Kyodo’, Donald Rumsfeld. Il segretario alla Difesa Usa sottolinea che Pyongyang potrebbe volerli sperimentare dopo il fallimento del primo lancio di un ordigno balistico. Intanto, Tokyo ha clamorosamente abbandonato la sua bozza di risoluzione, decidendo di ‘cercare un compromesso’ sulla base delle proposte molto piu’ miti verso la Corea del Nord presentate da Cina e Russia.

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Lampedusa, sbarcati 300 clandestini

Pubblicato da Jake su 14 Luglio 2006

Oltre 300 clandestini sono approdati nella notte a Lampedusa in tre sbarchi consecutivi. Dopo i 50 immigrati su due gommoni soccorsi dalle motovedette della guardia di finanza e’ stato avvistato anche un barcone con 251 extracomunitari, tra cui 7 donne e sei minori. I clandestini sono stati trasbordati sulle motovedette della guardia costiera che li hanno trasferiti nel porto dell’isola. Tutti si trovano adesso nel centro di prima accoglienza.

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Bimba rumena muore dopo parto clandestino

Pubblicato da Jake su 14 Luglio 2006

Una 20enne rumena si è presentata nell’ospedale di Locri per un’emorragia. La ragazza aveva con sè una busta di plastica. Quando i medici hanno capito che la 20enne aveva appena partorito lei ha indicato la busta: dentro c’era la neonata morta. L’autopsia ne stabilirà le cause.

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Gb, novita’ sulla fecondazione

Pubblicato da Jake su 13 Luglio 2006

In Gb si va verso una modifica delle leggi sulla fecondazione: potrebbe diventare realta’ l’inseminazione artificiale per le donne single. Secondo le proposte del sottosegretario per la Sanita’ Caroline Flint, i medici non dovranno piu’ considerare il ‘bisogno di un padre’ per il nascituro, bensi’ il ‘bisogno di una famiglia’. Tali dichiarazioni sono state accolte con favore da associazioni lesbiche. Per coloro che difendono i valori tradizionali si tratta invece di un attacco alla famiglia.

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Missili,primo annuncio da Pyongyang

Pubblicato da Jake su 6 Luglio 2006

Solo dopo una giornata di completo silenzio la Corea del Nord ha annunciato la serie di esperimenti missilistici compiuta ieri. Una dichiarazione del ministero degli esteri nordcoreano afferma che i lanci sono stati ‘un normale test militare’ mirante a ‘rafforzare le capacita’ di autodifesa’. Il premier nipponico Koizumi e il presidente Usa Bush hanno concordato sulla necessita’ di presentare una risoluzione al Consiglio di Sicurezza per imporre sanzioni alla Corea del Nord.

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Immigrazione: 3 barche a Lampedusa

Pubblicato da Jake su 6 Luglio 2006

Tre barche cariche di clandestini sono state soccorse al largo di Lampedusa dalle motovedette della GdF e della Guardia Costiera. Il primo intervento riguarda un’imbarcazione con 43 immigrati, tra cui tre donne, intercettata a 11 miglia dall’isola. Altri 32 clandestini che si trovavano in difficolta’ su un gommone che imbarcava acqua sono stati invece raccolti da un rimorchiatore. Infine una barca con una trentina di persone a bordo e’ stata avvistata dalla GdF.

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Caso Abu Omar, In manette il numero 2 del Sismi

Pubblicato da Jake su 5 Luglio 2006

In manette il direttore delle operazioni del Sismi, Marco Mancini, (numero due del controspionaggio diretto da Nicolò Pollari) e un altro agente italiano. Altre persone ricercate, sfuggite alla cattura, ora sono latitanti. Gli arresti sono avvenuti su richiesta della procura milanese nell’ambito dell’inchiesta sul rapimento – da parte di agenti Cia con l’appoggio del Sismi – dell’imam Abu Omar il 17 febbraio 2003. Marco Mancini è stato arrestato nella sua abitazione di Lugo di Romagna (Ravenna) dove si trovava in malattia.

In totale sono sei le ordinanze di custodia cautelare, nei confronti di quattro cittadini Usa, tre dei quali appartenenti alla Cia e un quarto già in servizio con incarichi di responsabilità ad Aviano, e nei confronti dei due funzionari del Sismi (che ai tempi del rapimento ricoprivano rispettivamente l’incarico di responsabile dei centri Sismi del nord Italia e di direttore della prima divisione). Gli atti sono stati emessi dal gip di Milano Enrico Manzi nell’ambito dell’inchiesta sul sequestro dell’ex imam Abu Omar.

Tra le richieste di arresto riguardanti i cittaidni americani c’è quella per Jeff Castelli, ai tempi del rapimento capo della Cia in Italia, attualmente tornato negli Usa dove ricopre un incarico dirigenziale presso la base militare di Langley. L’accusa, per gli italiani, è concorso in sequestro di persona.

Perquisizione della polizia su ordine della magistratura del capoluogo lombardo nella redazione milanese di Libero. A darne notizia è la segreteria del quotidiano, che informa che a motivare il provvedimento sarebbero stati gli articoli scritti dal vicedirettore Renato Farina sul rapimento dell’imam Abu Omar a Milano il 17 febbraio 2003. Gli inquirenti – precisa la nota di Libero – hanno sequestrato il computer di Farina e gli strumenti di lavoro del cronista Claudio Antonelli e perquisito le abitazioni dei due giornalisti.
Nella vicenda sono sotto accusa ventidue agenti americani per i quali la procura milanese avrebbe voluto l’estradizione contro la quale si schierò l’allora Guardasigilli Roberto Castelli. Il Sismi è sospettato di aver dato pieno appoggio all’operazione, collegata anche ai voli segreti della Cia per portare da un paese all’altro i suoi “prigionieri” nell’ambito di diversi blitz contro il terrorismo islamico.

La notizia è confermata anche dall’ex capo dello Stato Francesco Cossiga secondo il quale il blitz della magistratura milanese si tradurrebbe in “un aiuto a Osama bin Laden”. Su questi arresti, Cossiga ha presentato un’interpellanza durissima, rivolta al presidente del Consiglio Romano Prodi e ai ministri degli Esteri Massimo D’Alema, dell’Interno Giuliano Amato e della Difesa Arturo Parisi.

Nel documento – dai toni sarcastici – il senatore a vita difende l’operato del Sismi e attacca i giudici: “Dopo il fondamentale contributo dato alla sicurezza del Paese dalla procura della Repubblica di Milano con lo smantellamento tramite tempestivi arresti della Divisione controspionaggio del Sismi non intendano, a tutela della sicurezza del Paese, intavolare immediatamente trattative con Al Qaeda, anche nella persona di Osama bin Laden, offrendo in cambio della intangibilità dei cittadini, degli interessi e del territorio italiani lo smantellamento di tutto l’apparato di sicurezza antiterrorismo dei Servizi di Informazione e di Sicurezza, dell’Arma dei carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza”.

Cossiga chiede inoltre se gli interpellati “non ritengano opportuno nominare per le necessarie trattative, con rango di ambasciatore straordinario e plenipotenziario, il benemerito magistrato dottor Spataro, sostituto procuratore della Repubblica di Milano”.

Hassan Mostafa Osama Nasr, egiziano, era stato sequestrato in pieno giorno in via Conte a Milano il 17 febbraio di tre anni fa. Ex imam della moschea di via Quaranta e del centro di cultura islamica di viale Jenner, da oltre un anno era sotto indagine perchè sospettato di aver legami con organizzazioni islamiche estremiste. Gli veniva contestato il reato di associazione a delinquere finalizzata al terrorismo internazionale.

Il sequestro avvenne ad opera di 22 agenti della Cia, coadiuvati – si è scoperto in seguito – da agenti italiani del Sismi. L’imam, scaraventato su un furgone, venne portato nella base aerea di Aviano e qui torturato. Poi lo trasbordarono in Egitto dove è finito nelle carceri di Mubarak. Da allora non se ne hanno più notizie.

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Sacerdote francese assalito in Turchia

Pubblicato da Jake su 3 Luglio 2006

E’ stato arrestato un uomo sospettato di essere il responsabile del ferimento del sacerdote francese, Pierre Brunissen di 74 anni, avvenuto domenica pomeriggio, a Samsun, sul Mar Nero. Lo ha riferito l’agenzia stampa turca Anatolia.

Brunissen, parroco della chiesa di Samsun “Madre Dolorosa”, è stato ferito a un fianco e a una gamba e ha perso molto sangue. Soccorso è stato subito ricoverato in ospedale e non è in pericolo di vita. Lo ha confermato all’agenzia Apcom, Antonio Lucibello, nunzio apostolico in Turchia.

L’uomo fermato, sospettato di essere il responsabile dell’aggressione del sacerdote, originario di Strasburgo, ha 47 anni. Lo hanno riferito le forze di polizia.

Si tratta della terza aggressione in pochi mesi avvenuta in Turchia contro rappresentanti della chiesa cattolica. Il 5 febbraio scorso a Trebisonda, un giovane turco di 16 anni ha ucciso con due colpi di pistola don Andrea Santoro, 61 anni, sacerdote italiano, parroco della Chiesa di Santa Maria, nella città portuale turca sul Mar Nero.

Un mese dopo, il 5 marzo scorso proprio padre Brunissen aveva riaperto la chiesa di S.Maria a Trebisonda con la celebrazione eucaristica.
Il 21 febbraio scorso alcuni giovani (bollati dalla polizia locale come drogati) erano penetrati nella chiesa di Samsun (che si trova a circa 350 km da Trebisonda) e avevano minacciato don Pierre Brunissen.

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