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Bengasi, scontri durante i funerali

Pubblicato da Jake su 20 Febbraio 2006

L’estrema difesa italiana di Bengasi, la grata di ferro, non c’è stato bisogno di buttarla giù. La folla pazza l’ha trovata aperta. Arresa. Lasciata di corsa dall’ultimo impiegato che ha salvato la pelle.
«Non si poteva far altro», dice Giovanni Pirrello che non ha più consolato né consolazione: «Quelli sono entrati come furie. Se la sono data a gambe anche i poliziotti. E’ tutto distrutto». Un’ondata di urla. Poi un’altra, con le molotov. Un attacco di notte, rovesciati i tavoli e i computer. Una ripassata la mattina, a strappare libri e tendaggi. Il fuoco, le asce. L’hanno linciato, quel palazzo. Il console Pirrello ne parla come d’un figlio aggredito: «Ho visto la mia auto carbonizzata. Hanno fatto irruzione negli uffici, sfasciato ogni cosa. Hanno distrutto gli schedari, i documenti. Niente di segreto. Però c’erano le tracce della nostra presenza in Libia». Degl’italiani, hanno voluto cancellare anche la memoria.

Quarant’anni d’occupazione spazzati da centinaia di scalmanati: «Un gruppetto, temo, ha fatto un macello nell’archivio storico. Il consolato italiano di Bengasi è sempre stato un pezzo della nostra storia. C’erano gli atti di nascita, i contratti, i certificati, i documenti e i registri d’anteguerra. Hanno incendiato tutto quel che capitava sotto mano. Non è rimasto più niente, mi dicono».
Brucia italiano, brucia. La giornata di lutto nazionale libico è una Bengasi che ribolle muta e poi esplode, di nuovo, all’ora dei funerali. Alle cinque si capisce che sarà un altro giorno di fatwe al «maiale Calderoli!«, di «morte all’ Italia!» e di «sputiamo sugli italiani!». «Questi morti sono martiri nostri!», cerca di placare gli animi un funzionario di Tripoli: «Sono vittime di due ministri incapaci: il vostro che ha provocato tutto questo e il nostro che non ha saputo controllare la situazione». Non bastano due teste cadute, a calmare le teste calde che attraversano il vecchio centro di Bengasi e se ne infischiano delle nostre elezioni e accompagnano caduti veri. I pugni si alzano al cielo, con le maledizioni. Cominciano i parenti, almeno cinquecento, quando nel cimitero passano i feretri di nove degli undici morti della sparatoria di venerdì: i due che mancano, un palestinese e un siriano, aspettano nell’obitorio che qualcuno li riconosca. Grida e spintoni, «Dio è il più grande!», «Loro sono morti per te, o Profeta di Dio!», e stavolta la tivù di Stato è ben attenta a non mostrare la risposta della piazza a chi irride Maometto. Sono gli altri a caricare, terminata la sepoltura, quando s’aggira e monta la voce: le vittime sono diventate quattordici, no, quindici, otto feriti sono gravissimi e li hanno portati all’estero…

Il corteo scorre da quella parte, allora, è un serpentone. E va nelle vie fra l’ospedale e il cimitero dove non riposano le spoglie del consolato italiano disossato. Qualcuno si stacca, e riparte l’assalto.
Una targa dorata della Repubblica Italiana finisce calpestata. Il tricolore viene bruciato. Una sassaiola anche contro la chiesa cattolica. Due ore di guerriglia. La polizia interviene ancora, non è chiaro come, e blocca chi vuole prendersela con un ufficio dell’Iveco, una compagnia di costruzioni, una società d’opere idriche.
Non ce l’hanno solo con noi, però. Bengasi è una città di fronda politica, che quando può si ribella. La Cirenaica è una regione di fondamentalismo islamico, che Gheddafi stroncò subito negli anni Novanta. «La ragazza di Bengasi», nella mitologia sottovoce dei libici, è un’amazzone body guard del Colonnello che una volta si buttò a fargli scudo col corpo, durante una visita in città, per difenderlo da un attentatore. La rabbia della piazza è antitaliana, così, ma il saccheggio impiega poco a spolpare altrove: la sede della previdenza sociale, i palazzi del governatorato, un ospedale. «Nelle ultime settimane — racconta il console Pirrello —, in città c’erano state dimostrazioni di vario tipo contro il carovita e gli stipendi troppo bassi.

«C’è una grande povertà. E qualche inchiesta d’una stampa libica un po’ più indipendente ha mostrato i quartieri più degradati di Bengasi, un malcontento diffuso. Non sembrava riguardasse anche noi: quindici giorni fa, ho organizzato nel consolato unamostra d’artisti italo- libici e la prima serata c’erano centinaia di persone. Una festa. Poi, chiaro, in una situazione sociale sempre in bilico, a metterci in mezzo sono arrivate quelle sciagurate vignette e le improvvide dichiarazioni del ministro Calderoli. Un giornale di Bengasi aveva scritto: “Noi ce l’abbiamo solo con la stampa danese e norvegese”. E’ finita che ci hanno assaltato gridando slogan anticristiani e antitaliani. Forse, c’entra pure che siamo gli unici europei, qui: i greci hanno un ufficio solo di facciata, i polacchi sono defilati. Il nostro palazzo invece è una presenza storica, vistosa, centrale».
Sono rimasti in cinquanta. «Siamo barricati in tre in una residenza amministrativa fuori Bengasi — dice Pirrello — Mia moglie l’ho fatta partire questa mattina per l’Italia. Io e due collaboratori restiamo a seguire gli italiani della Cirenaica», che da 48 ore è entrata fra le zone del mondo più sconsigliate dalla Farnesina. Sparpagliate negli ospedali, ci sono una ventina di suore orsoline, francescane e della Sacra Famiglia che non vogliono andarsene.

E soprattutto resistono famiglie miste italo-libiche, gente col doppio passaporto che non si sente in pericolo. E’ pronto un piano d’evacuazione, qualcuno ne approfitta: è domenica mattina presto, quando arrivano all’ambasciata italiana di Tripoli la moglie del console, una coppia, una famigliola con due gemelline di tre anni.

«La mamma delle bambine era scioccata — raccontano i nostri diplomatici —. S’è vista lanciare le molotov sul tetto di casa, cercava come poteva di tenere calme le figlie. Non ha voluto rimanere a Tripoli, ha preso subito il volo per l’Italia». Una missione medica Ue è «vivamente consigliata» di lasciare la Libia orientale: suggerimento accolto, chiude la sua stanza d’ospedale e s’imbarca per l’Europa anche un infettivologo di Roma.
La fuga degli italiani di Libia, settecento, è un film che nessuno vorrebbe rivedere. Per il gas, il petrolio, il recente passato d’embargo. E perché Tripoli è pur sempre un bel suol d’amore dove nel sole visitano il suk, rilassati, turisti veneti e comitive lombarde. «Paura? — ride Gianna C., casalinga bellunese che si capisce da che parte sta —. Calderoli non ha mica fatto del male a nessuno!». Qualche sorriso: giorni fa c’è stato un corteo contro l’ambasciata svizzera e alla domanda — ma scusate, che c’entra la Svizzera? — i manifestanti hanno riconosciuto d’avere confuso la bandiera biancocrociata elvetica con quella danese.

In questa tensione, però, non c’è molto spazio per goliardate. E la calma è apparente, come si dice nelle unità di crisi: si gioca contro l’Algeria e per evitare assembramenti pericolosi, il governo sospende la partita della nazionale di calcio che fu allenata anche da Scoglio e Borsellini. Alle tre del pomeriggio, nella capitale c’è la voce di un’altra manifestazione contro di noi, più imponente di quella di Bengasi.

Dall’ultimo ottobre, ordine di Gheddafi, si sono tornate a celebrare le Giornate della Vendetta, refrain dei danni di guerra e degli eccidi compiuti durante l’occupazione, ma un corteo improvviso nella capitale, no, non s’era mai visto: smentite, conferme, smentite. Alla fine della domenica la Piazza Verde resta vuota, con un bel po’ di polizia nei dintorni.
L’Agip ordina a tutti gl’ingegneri, i tecnici, gli operai di non andare a lavorare finché la furia non passa. «Rimanete chiusi nei compound o nelle abitazioni». La scuola italiana di Tripoli, quaranta bambini e i maestri dell’istituto «Al Maziri» nel quartiere di Galgaresh, per la prima volta s’è deciso di tenerli a casa: due giorni di vacanza cautelare, prolungabili. Il Comitato d’assistenza per gli ebrei in Libia, presidente Shalom Tesciuba, spedisce un allarmato fax per avvertire che la prevista visita è rinviata. Davanti all’Istituto italiano di cultura a Ben Ashour, cosa mai vista, adesso ci sono quattro poliziotti armati a pattugliare.

E da sabato l’Alitalia, su una delle poche rotte internazionali che ancora domina, ha deciso che piloti, steward e hostess atterreranno a Tripoli, faranno il pieno di carburante e torneranno subito a Roma, senza passeggeri e senza mettere piede fuori dall’aeroporto.

A vivere in un invisibile fortino, gl’italiani di Libia sono abituati.
Fanno affari e si fanno gli affari loro. Ma hanno imparato a non dare nell’occhio e a non dare nomi, se parlano ai giornalisti. Vedevano com’era conciato, prima che cominciasse il restauro, lo storico cimitero dei nostri connazionali a Hamangi.

Vedono che fine ha fatto la simbolica cattedrale del Sacro Cuore di Gesù, nel cuore di Tripoli, diventata una moschea. S’accorgono di vivere sotto sorveglianza: «Una volta ho chiesto una linea telefonica per l’estero, ma non mi arrivava la bolletta. Poi ho scoperto perché: era una linea pagata direttamente dalla polizia».

Sanno di subire la reciprocità di qualche sopruso: «Mia figlia voleva raggiungermi — racconta uno di loro —. E’ andata a un’ambasciata libica in Europa, per il visto. Le hanno risposto: di’ a tuo padre d’andare a piangere in qualche ufficio immigrati…». Si chiedono chi ci sia, dietro quest’improvvisa esplosione: «Non c’è un sentimento antitaliano, fra i nostri amici». Però su una parola, Calderoli, si scatta in piedi tutt’ insieme: «Ha fatto una provocazione indecente. Uno così non ci aiuta e non ci rappresenta. Ci venga lui, adesso, a riparare i danni». E su un altro nome, Clemente Mimun, il direttore del Tg1 che ha intervistato il ministro in maglietta, c’è chi si chiede perplesso: «Ma proprio un fuoruscito dalla Libia doveva mettere in piedi tutto ’sto casino?»

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