Continua la campagna persecutoria dell’Associazione patriottica dell’Hebei per bloccare e controllare la Chiesa cattolica sotterranea cinese. Oggi si è avuta notizia dell’arresto di due sacerdoti sotterranei, Lu Genjun, 44 anni, e Guo Yanli, 39 anni. Fonti cinesi di AsiaNews dicono che padre Lu Genjun svolge da tempo il ruolo di vicario episcopale in una regione nella quale in passato sono scomparsi tre vescovi: mons. Han Dingxian, vescovo non ufficiale di Yongnian, mons. Giacomo Su Zhimin, 72 anni, ordinario della diocesi di Baoding, scomparso dal 1996 e mons. Francesco An Shuxin, 54 anni, ausiliare di Baoding, arrestato e scomparso nel 1997. Il 18 novembre scorso sono stati arrestati anche sei preti cattolici della diocesi di Zhengding. (..)
Archivio per Febbraio 2006
Cina: continua la persecuzione dei sacerdoti cattolici
Pubblicato da Jake su 27 Febbraio 2006
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La “Madonna musulmana” minacciata di MORTE
Pubblicato da Jake su 26 Febbraio 2006
DEEYAH, la popstar musulmana è stata minacciata di morte per essersi tolta in un suo video li burka ed avere mostrato il suo corpo sensuale in bikini.
Deeyah ha inciso la canzone “What will it be” che parla dei diritti delle donne nell’ambito della società musulmana e dei movimenti per la loro emancipazione e per la libertà di espressione.
La cantante, nata 28 anni fa in Norvegia, dopo essere emigrata in Gran Bretagna a causa dell’isolamento nel quale di era trovata nella comunità musulmana, è stata costretta a cancellare un certo numero di concerti e ad assoldare una squadra di guardie del corpo a causa delle reazioni rabbiose dell’ambiente musulmano britannico.
La “Madonna musulmana” ha dichiarato che: “Non posso più fare un passo senza le mie guardie del corpo. Devo ammettere che le manifestazioni di odio e di violenza da parte degli integralisti religiosi mi stanno terrorizzando” .
Il network televisivo asiatico B4U ha rinunciato alla messa in onda del video dopo avere ricevuto innumerevoli proteste. Un dipendente della televisione ha dichiarato che “ Abbiamo mostrato la clip un paio di volte e poi abbiamo rinunciato. Abbiamo ricevuto tali minacce che non potevamo non prendere sul serio”.
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Tom e Jerry? Un complotto ebraico
Pubblicato da Jake su 24 Febbraio 2006
Lo scorso 19 febbraio il Canale 4 della televisione iraniana ha trasmesso i lavori di un seminario che comprendeva, fra le altre, una conferenza del professore d’università Hasan Bolkhari, consigliere culturale del ministero dell’istruzione iraniano, particolarmente impegnato sulle tematiche del dialogo inter-religioso.
“Esiste un cartone animato molto amato da grandi e bambini– ha detto a un certo punto Bolkhari – ed è Tom e Jerry. Alcuni ritengono che quest’opera di Walt Disney [sic, in realtà è di Hanna&Barbera] verrà ricordata per sempre. L’azienda ebraica Walt Disney si è guadagnata fama internazionale con questo cartone animato, ancora oggi proiettato in tutto il mondo. Quest’animazione mantiene il suo status grazie alle graziose gag del gatto e del topo, soprattutto del topo. Alcuni ritengono che lo scopo principale per cui è stato ideato questo cartone animato così accattivante fu quello di cancellare un certo termine spregiativo allora in uso in Europa. […] Se andiamo a studiare la storia d’Europa, vediamo chi è che aveva avuto il potere di ammassare più soldi e ricchezze nel XIX secolo. Nella maggior parte dei casi si trattava di ebrei. Forse questa fu una delle ragioni per cui Hitler iniziò il suo corso antisemita e poi la massiccia propaganda sui forni crematori. Qualcosa di vero c’è, noi non lo neghiamo. Guardiamo il film Schindler’s List. Ogni ebreo era obbligato a indossare una stella gialla sugli abiti. Gli ebrei venivano insultati come “topi schifosi”. Tom e Jerry vennero creati allo scopo di modificare la percezione dei topi che avevano gli europei. […] Vorrei farvi notare che i topi sono effettivamente astuti e schifosi. […] Nessun popolo o gruppo etnico ha mai operato in modo così subdolo come gli ebrei. Leggete la storia degli ebrei in Europa. Questo è ciò che alla fine ha scatenato l’odio e il risentimento di Hitler. Come si è visto, Hitler aveva legami dietro le quinte con i Protocolli [dei Savi di Sion]. Tom e Jerry vennero creati allo scopo di mostrare un’immagine esattamente opposta. Se vi capita di vedere oggi il cartone animato, tenete a mente questo concetto che vi sto dicendo e guardatelo da questa prospettiva. Il topo è furbo e intelligente. Tutto ciò che fa è simpatico. Prende a calci nel sedere il povero gatto eppure questa sua crudeltà non ce lo rende antipatico. Appare tanto carino e tanto furbo. Ecco perché alcuni ritengono che questi personaggi siano stati creati per cancellare l’immagine del topo dalle menti dei bambini europei e inculcare loro un’immagine del topo che non avesse quei tratti repellenti. Purtroppo, dagli spettacoli di Hollywood ci arrivano molti casi dello stesso genere”.
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Casa e soldi ai nomadi toscani
Pubblicato da Jake su 23 Febbraio 2006
Caro casa e carenza di alloggi, ma per i rom i soldi spunta sempre fuori dalle casse regionali. 990.000 euro, quasi due miliardi di vecchie lire nel 2004, 802.000 euro nel 2005 e adesso l’annuncio che per il 2006 la Regione stanzierà un milione e mezzo di euro, tre miliardi del vecchio conio. Totale: 3 milioni e 292 mila euro. Beneficiari di questi soldi i nomadi toscani, per i quali la Giunta guidata da Claudio Martini ha deciso di regalare nuove case e villaggi, secondo un piano di smantellamento dei campi rom.
Il Comune di Firenze, beneficiario degli ultimi finanziamenti, intende infatti chiudere entro due anni il campo dell’Olmatello, ma, come ha dichiarato l’assessore De Siervo, «Palazzo Vecchio è disponibile a predisporre un percorso che, in una politica dei piccoli passi, porti all’individuazione di alternative tali da non interrompere il rapporto con il territorio, la scuola, le relazioni locali».
In altre parole – e su questo l’Arci regionale è in prima fila nel sostenere questo tipo di soluzione – a spese dei toscani saranno realizzati ex novo dei piccoli quartieri. E intanto a Lucca ieri notte sono apparsi i manichini «impiccati» dei militanti del Coordinamento toscano per il Mutuo sociale, contro la bolla speculativa del mercato immobiliare. L’episodio rappresenta l’ennesima manifestazione di questo tipo in Italia e in Toscana è stata presentata con lo slogan: «Diritto alla proprietà di una casa» .
Diritto che evidentemente è garantito a costo zero solo per i rom accampati da anni nelle periferie delle città toscane.
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Bengasi, scontri durante i funerali
Pubblicato da Jake su 20 Febbraio 2006
L’estrema difesa italiana di Bengasi, la grata di ferro, non c’è stato bisogno di buttarla giù. La folla pazza l’ha trovata aperta. Arresa. Lasciata di corsa dall’ultimo impiegato che ha salvato la pelle.
«Non si poteva far altro», dice Giovanni Pirrello che non ha più consolato né consolazione: «Quelli sono entrati come furie. Se la sono data a gambe anche i poliziotti. E’ tutto distrutto». Un’ondata di urla. Poi un’altra, con le molotov. Un attacco di notte, rovesciati i tavoli e i computer. Una ripassata la mattina, a strappare libri e tendaggi. Il fuoco, le asce. L’hanno linciato, quel palazzo. Il console Pirrello ne parla come d’un figlio aggredito: «Ho visto la mia auto carbonizzata. Hanno fatto irruzione negli uffici, sfasciato ogni cosa. Hanno distrutto gli schedari, i documenti. Niente di segreto. Però c’erano le tracce della nostra presenza in Libia». Degl’italiani, hanno voluto cancellare anche la memoria.
Quarant’anni d’occupazione spazzati da centinaia di scalmanati: «Un gruppetto, temo, ha fatto un macello nell’archivio storico. Il consolato italiano di Bengasi è sempre stato un pezzo della nostra storia. C’erano gli atti di nascita, i contratti, i certificati, i documenti e i registri d’anteguerra. Hanno incendiato tutto quel che capitava sotto mano. Non è rimasto più niente, mi dicono».
Brucia italiano, brucia. La giornata di lutto nazionale libico è una Bengasi che ribolle muta e poi esplode, di nuovo, all’ora dei funerali. Alle cinque si capisce che sarà un altro giorno di fatwe al «maiale Calderoli!«, di «morte all’ Italia!» e di «sputiamo sugli italiani!». «Questi morti sono martiri nostri!», cerca di placare gli animi un funzionario di Tripoli: «Sono vittime di due ministri incapaci: il vostro che ha provocato tutto questo e il nostro che non ha saputo controllare la situazione». Non bastano due teste cadute, a calmare le teste calde che attraversano il vecchio centro di Bengasi e se ne infischiano delle nostre elezioni e accompagnano caduti veri. I pugni si alzano al cielo, con le maledizioni. Cominciano i parenti, almeno cinquecento, quando nel cimitero passano i feretri di nove degli undici morti della sparatoria di venerdì: i due che mancano, un palestinese e un siriano, aspettano nell’obitorio che qualcuno li riconosca. Grida e spintoni, «Dio è il più grande!», «Loro sono morti per te, o Profeta di Dio!», e stavolta la tivù di Stato è ben attenta a non mostrare la risposta della piazza a chi irride Maometto. Sono gli altri a caricare, terminata la sepoltura, quando s’aggira e monta la voce: le vittime sono diventate quattordici, no, quindici, otto feriti sono gravissimi e li hanno portati all’estero…
Il corteo scorre da quella parte, allora, è un serpentone. E va nelle vie fra l’ospedale e il cimitero dove non riposano le spoglie del consolato italiano disossato. Qualcuno si stacca, e riparte l’assalto.
Una targa dorata della Repubblica Italiana finisce calpestata. Il tricolore viene bruciato. Una sassaiola anche contro la chiesa cattolica. Due ore di guerriglia. La polizia interviene ancora, non è chiaro come, e blocca chi vuole prendersela con un ufficio dell’Iveco, una compagnia di costruzioni, una società d’opere idriche.
Non ce l’hanno solo con noi, però. Bengasi è una città di fronda politica, che quando può si ribella. La Cirenaica è una regione di fondamentalismo islamico, che Gheddafi stroncò subito negli anni Novanta. «La ragazza di Bengasi», nella mitologia sottovoce dei libici, è un’amazzone body guard del Colonnello che una volta si buttò a fargli scudo col corpo, durante una visita in città, per difenderlo da un attentatore. La rabbia della piazza è antitaliana, così, ma il saccheggio impiega poco a spolpare altrove: la sede della previdenza sociale, i palazzi del governatorato, un ospedale. «Nelle ultime settimane — racconta il console Pirrello —, in città c’erano state dimostrazioni di vario tipo contro il carovita e gli stipendi troppo bassi.
«C’è una grande povertà. E qualche inchiesta d’una stampa libica un po’ più indipendente ha mostrato i quartieri più degradati di Bengasi, un malcontento diffuso. Non sembrava riguardasse anche noi: quindici giorni fa, ho organizzato nel consolato unamostra d’artisti italo- libici e la prima serata c’erano centinaia di persone. Una festa. Poi, chiaro, in una situazione sociale sempre in bilico, a metterci in mezzo sono arrivate quelle sciagurate vignette e le improvvide dichiarazioni del ministro Calderoli. Un giornale di Bengasi aveva scritto: “Noi ce l’abbiamo solo con la stampa danese e norvegese”. E’ finita che ci hanno assaltato gridando slogan anticristiani e antitaliani. Forse, c’entra pure che siamo gli unici europei, qui: i greci hanno un ufficio solo di facciata, i polacchi sono defilati. Il nostro palazzo invece è una presenza storica, vistosa, centrale».
Sono rimasti in cinquanta. «Siamo barricati in tre in una residenza amministrativa fuori Bengasi — dice Pirrello — Mia moglie l’ho fatta partire questa mattina per l’Italia. Io e due collaboratori restiamo a seguire gli italiani della Cirenaica», che da 48 ore è entrata fra le zone del mondo più sconsigliate dalla Farnesina. Sparpagliate negli ospedali, ci sono una ventina di suore orsoline, francescane e della Sacra Famiglia che non vogliono andarsene.
E soprattutto resistono famiglie miste italo-libiche, gente col doppio passaporto che non si sente in pericolo. E’ pronto un piano d’evacuazione, qualcuno ne approfitta: è domenica mattina presto, quando arrivano all’ambasciata italiana di Tripoli la moglie del console, una coppia, una famigliola con due gemelline di tre anni.
«La mamma delle bambine era scioccata — raccontano i nostri diplomatici —. S’è vista lanciare le molotov sul tetto di casa, cercava come poteva di tenere calme le figlie. Non ha voluto rimanere a Tripoli, ha preso subito il volo per l’Italia». Una missione medica Ue è «vivamente consigliata» di lasciare la Libia orientale: suggerimento accolto, chiude la sua stanza d’ospedale e s’imbarca per l’Europa anche un infettivologo di Roma.
La fuga degli italiani di Libia, settecento, è un film che nessuno vorrebbe rivedere. Per il gas, il petrolio, il recente passato d’embargo. E perché Tripoli è pur sempre un bel suol d’amore dove nel sole visitano il suk, rilassati, turisti veneti e comitive lombarde. «Paura? — ride Gianna C., casalinga bellunese che si capisce da che parte sta —. Calderoli non ha mica fatto del male a nessuno!». Qualche sorriso: giorni fa c’è stato un corteo contro l’ambasciata svizzera e alla domanda — ma scusate, che c’entra la Svizzera? — i manifestanti hanno riconosciuto d’avere confuso la bandiera biancocrociata elvetica con quella danese.
In questa tensione, però, non c’è molto spazio per goliardate. E la calma è apparente, come si dice nelle unità di crisi: si gioca contro l’Algeria e per evitare assembramenti pericolosi, il governo sospende la partita della nazionale di calcio che fu allenata anche da Scoglio e Borsellini. Alle tre del pomeriggio, nella capitale c’è la voce di un’altra manifestazione contro di noi, più imponente di quella di Bengasi.
Dall’ultimo ottobre, ordine di Gheddafi, si sono tornate a celebrare le Giornate della Vendetta, refrain dei danni di guerra e degli eccidi compiuti durante l’occupazione, ma un corteo improvviso nella capitale, no, non s’era mai visto: smentite, conferme, smentite. Alla fine della domenica la Piazza Verde resta vuota, con un bel po’ di polizia nei dintorni.
L’Agip ordina a tutti gl’ingegneri, i tecnici, gli operai di non andare a lavorare finché la furia non passa. «Rimanete chiusi nei compound o nelle abitazioni». La scuola italiana di Tripoli, quaranta bambini e i maestri dell’istituto «Al Maziri» nel quartiere di Galgaresh, per la prima volta s’è deciso di tenerli a casa: due giorni di vacanza cautelare, prolungabili. Il Comitato d’assistenza per gli ebrei in Libia, presidente Shalom Tesciuba, spedisce un allarmato fax per avvertire che la prevista visita è rinviata. Davanti all’Istituto italiano di cultura a Ben Ashour, cosa mai vista, adesso ci sono quattro poliziotti armati a pattugliare.
E da sabato l’Alitalia, su una delle poche rotte internazionali che ancora domina, ha deciso che piloti, steward e hostess atterreranno a Tripoli, faranno il pieno di carburante e torneranno subito a Roma, senza passeggeri e senza mettere piede fuori dall’aeroporto.
A vivere in un invisibile fortino, gl’italiani di Libia sono abituati.
Fanno affari e si fanno gli affari loro. Ma hanno imparato a non dare nell’occhio e a non dare nomi, se parlano ai giornalisti. Vedevano com’era conciato, prima che cominciasse il restauro, lo storico cimitero dei nostri connazionali a Hamangi.
Vedono che fine ha fatto la simbolica cattedrale del Sacro Cuore di Gesù, nel cuore di Tripoli, diventata una moschea. S’accorgono di vivere sotto sorveglianza: «Una volta ho chiesto una linea telefonica per l’estero, ma non mi arrivava la bolletta. Poi ho scoperto perché: era una linea pagata direttamente dalla polizia».
Sanno di subire la reciprocità di qualche sopruso: «Mia figlia voleva raggiungermi — racconta uno di loro —. E’ andata a un’ambasciata libica in Europa, per il visto. Le hanno risposto: di’ a tuo padre d’andare a piangere in qualche ufficio immigrati…». Si chiedono chi ci sia, dietro quest’improvvisa esplosione: «Non c’è un sentimento antitaliano, fra i nostri amici». Però su una parola, Calderoli, si scatta in piedi tutt’ insieme: «Ha fatto una provocazione indecente. Uno così non ci aiuta e non ci rappresenta. Ci venga lui, adesso, a riparare i danni». E su un altro nome, Clemente Mimun, il direttore del Tg1 che ha intervistato il ministro in maglietta, c’è chi si chiede perplesso: «Ma proprio un fuoruscito dalla Libia doveva mettere in piedi tutto ’sto casino?»
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Pakistan: assaltate due chiese nel Sud
Pubblicato da Jake su 19 Febbraio 2006
Una folla composta da alcune centinaia di musulmani inferociti ha assaltato e saccheggiato oggi due chiese di Sukkur, città della provincia meridionale del Sindh, ed è stata fermata dalla polizia pochi minuti prima di appiccare il fuoco agli edifici.
La violenza secondo alcune fonti locali è nata da un presunto caso di blasfemia: un ragazzo cristiano avrebbe gettato delle pagine del Corano in una pattumiera. In diverse occasioni la Chiesa cattolica locale, in accordo con le confessioni protestanti, ha definito le leggi sulla blasfemia “discriminatorie ed inutili”.
Secondo Salahuddin Haider, il portavoce del governo provinciale, durante le violenze non vi sono stati feriti. “Hanno tentato di incendiare le chiese ha aggiunto – ma la polizia li ha dispersi. Sembra chiaro che i disordini sono scoppiati in reazione a delle voci secondo cui un adolescente cristiano ha gettato pagine del Corano in una pattumiera”. “La folla ha concluso – ha bloccato alcune strade ma ora la situazione è sotto controllo, anche se tesa”.
Dopo l’attacco a Sangla Hill [dove una folla di musulmani, in base ad un presunto caso di blasfemia, ha distrutto diverse proprietà di cristiani locali ndr], la Commissione nazionale Giustizia e Pace ha organizzato una grande manifestazione a Lahore per chiedere l’abrogazione di questa e delle famigerate Ordinanze Hudood.
La cosiddetta legge sulla blasfemia corrisponde all’articolo 295, comma b e c, del Codice penale pakistano. Il primo riguarda le offese al Corano, punibili con l’ergastolo, mentre il secondo stabilisce la morte o il carcere a vita per diffamazioni contro il profeta Maometto. Dal 1996, anno in cui è entrata in vigore, decine di cristiani sono stati uccisi per aver diffamato l’islam, 560 persone sono state accusate, 30 sono ancora in attesa di giudizio. Molto spesso la legge viene utilizzata per eliminare avversari e nemici.
Le ordinanze Hudood si ispirano al Corano e puniscono i comportamenti incompatibili con l’Islam (quale l’adulterio, il gioco d’azzardo, l’uso di alcol) anche con la flagellazione e la lapidazione.
Gli emendamenti approvati nell’ottobre 2004 su richiesta della Chiesa cattolica – prevedono solo pene più severe per i casi di omicidio d’onore (carcere a vita o pena di morte), ma spesso non vengono applicati.
Sembra invece essere tornata la calma a Maiduguri, la capitale dello stato di Borno (in Nigeria), dove ieri 16 persone sono state trucidate da una folla inferocita di migliaia di integralisti islamici scesi in piazza per condannare la pubblicazione delle caricature del profeta Maometto. Le autorità hanno confermato infatti il coprifuoco e, secondo Usman Chioma portavoce del governo locale “la città è calma e chi si e’ voluto recare nei luoghi di culto ha potuto farlo senza essere aggredito o intimorito da nessuno”.
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Vignette, altri quattro feriti in Pakistan
Pubblicato da Jake su 19 Febbraio 2006
Quattro persone sono rimaste ferite a colpi di arma da fuoco in nuove, violente, manifestazioni di protesta svoltesi ieri nel Pakistan centrale contro le vignette satiriche sul profeta Maometto, apparse su giornali europei. La sparatoria è avvenuta quando centinaia di giovani hanno attaccato la polizia, lanciando pietre e tentando di bloccare un’arteria stradale nella città di Chiniot nel Punjab, ha riferito una fonte delle forze di sicurezza. Le forze dell’ordine hanno dovuto chiamare rinforzi e la situazione è tornata «sotto controllo», secondo dichiarazioni ufficiali. In Pakistan, nei disordini dei giorni scorsi causati dalla pubblicazione di caricature di Maometto in Europa, hanno perso la vita cinque persone. Ieri l’altro, ad esempio, la polizia pachistana ha sparato candelotti lacrimogeni e arrestato più di cento membri di un gruppo integralista. La polizia ha arrestato circa 130 membri di Shabab-e-Milli, un gruppo fondamentalista che tentava di organizzare una manifestazione nella città di Multan. Le autorità hanno proibito manifestazioni pubbliche nel Punjab, di cui Lahore è la capitale, dopo le violenze di giovedì in cui sono morte due persone. A Lahore, la polizia ha preventivamente posto agli arresti domiciliari un leader islamico, Hafiz Mohammad Saeed, fondatore del gruppo integralista fuorilegge Lashkar-e-Taiba che combatte nel Kashmir indiano, per evitare che guidasse le proteste. A Karachi la polizia ha arrestato almeno 10 manifestanti dopo che questi avevano bloccato la principale uscita a nord della città meridionale di Karachi e iniziato a lanciare pietre contro i veicoli.
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“Disturbatori pagati da Calderoli”
Pubblicato da Jake su 19 Febbraio 2006
Al termine del corteo pro Palestina, Oliviero Diliberto era furibondo. Colpa di «quattro imbecilli, provocatori per conto terzi» che avevano rovinato la manifestazione. «Magari sono pagati da Calderoli», aveva aggiunto. Ieri, in risposta alle censure venute dalla Cdl, ha lamentato: «È assolutamente strumentale mettere sullo stesso piano un gesto compiuto da quattro imbecilli, se non addirittura provocatori, compiuto a margine di un corteo pacifico e contestato dagli altri manifestanti, con quanto è stato fatto dal ministro Calderoli…». Dimenticando forse che era stato lui il primo ad associare i due episodi. Il segretario del Pdci non ha ribadito né spiegato le accuse all’ex ministro leghista. «Da anni – si è limitato a osservare – la Lega e Calderoli inneggiano allo scontro di civiltà e al razzismo…». La vera spiegazione dell’indebito accostamento potrebbe allora risiedere nel sostanziale fallimento del corteo, che ha visto sfilare qualche migliaio tra militanti del Pdci, esponenti dei Cobas e «irregolari» di varia provenienza. «Non capisco perché quest’anno mi hanno lasciato solo…», ammetteva lo sconsolato Diliberto, che ce l’aveva con Rifondazione, di cui erano presenti solo qualche centinaio di simpatizzanti della minoranza (in testa Ferrando). Bertinotti si era infatti dissociato per tempo, intravedendo una piattaforma pericolosamente sbilanciata, senza il principio «due popoli, due Stati». La condanna ai facinorosi che hanno bruciato una bandiera di Israele e inneggiato alla strage di Nassirya è stata comunque unanime. Lo stesso segretario del Pdci ha definito «increscioso» l’episodio e si è detto «indignato» alla pari del figlio di una delle vittime di Nassirya. Anche il verde Paolo Cento ha precisato che «gli slogan sui nostri soldati morti sono gravi e inaccettabili: è stata una provocazione che ha offuscato i contenuti della manifestazione. La prossima volta bisognerà farsi carico di allontanare chi strumentalizza queste manifestazioni con slogan che offendono il sentire comune». A proposito dello scivolone di Diliberto, nelle ultime settimane molto ostico con la Rosa nel pugno, lapidario il commento del senatore socialista Buemi: «Bisogna riconoscere che gli imbecilli non sono tutti nel centrodestra. Come si dimostra, la rogna nel centrosinistra non è nella Rosa nel pugno, ma da qualche altra parte…»
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Bertinotti e Prodi divisi sulla casa
Pubblicato da Jake su 19 Febbraio 2006
Uno vuole l’Ici anche se calmierata, l’altro sogna di abolirla, almeno sulla prima casa. E ancora: per il primo la proprietà privata è l’acqua santa, per il secondo il diavolo. Chi sono? Il primo è Romano Prodi leader dell’Unione, il secondo è Fausto Bertinotti segretario di Rifondazione. Sono le due facce dell’Unione “di fatto”, quella che si candida a governare il Paese. Dopo che il premier Silvio Berlusconi ha posto il problema del fisco, rimodulando le imposte, anche la pattuglia di centrosinistra ha deciso di scendere in campo. Lo ha fatto disquisendo su ciò che è più caro agli italiani: il mattone. L’altroieri, da Padova, il Professore ha dettato “legge” sulle tasse: «Bisogna facilitare – ha detto – l’affitto ed evitare che ci siano tante case vuote. Credo sia bene assoggettare l’affitto percepito a un’aliquota fissa più bassa di quella che in media viene applicata e penso si possa applicare una detrazione per l’affitto nella dichiarazione dei redditi, perché altrimenti continueremo a essere pieni di case vuote, saremo senza case in affitto, non avremo mobilità, e i giovani si troveranno di fronte a delle cifre che non riusciranno a pagare. Parliamo del problema della famiglia e delle difficoltà di mettere su casa». Poi, la trovata: «Quanto all’Ici credo che possa essere abbassata in contemporanea a una revisione degli estimi catastali. Abbiamo un’Ici molto elevata ed estimi catastali non credibili. Se facciamo una seria analisi degli estimi catastali, ne risulterà un notevole abbassamento dell’Ici». Ragioniamo per date: non fu forse il Governo Amato a introdurre il 30 dicembre 1992 l’imposta comunale sugli immobili con il decreto legislativo n. 504? E ancora: Prodi sta correndo per fare il primo ministro o il sindaco d’Italia? L’Ici è un’imposta – rimarca il viceministro alle Attività produttive Adolfo Urso – «di competenza dei comuni. Come vuole fare Prodi ad abbassarla? E anche se lo facesse, come pensa di compensare le minori entrate? Con nuovi trasferimenti dello Stato? Forse, più semplicemente, pensa di dare meno risorse ai comuni». A remare contro Prodi è, oggi come ieri, Bertinotti: «Il problema della casa – ha scritto poche settimane fa sul quotidiano Liberazione – «rappresenta una delle maggiori emergenze sociali del nostro Paese. La spinta verso la casa di proprietà, congiunta alla liberalizzazione del mercato degli affitti, ha creato condizioni insostenibili per le famiglie più povere, per gli anziani, per i giovani, nonché per i cittadini immigrati». L’impegno del compagno Fausto è per l’alternativa allo stesso Prodi: «Se uno pensa che debba essere superata la società capitalista, mi pare elementare che deve essere superata anche la proprietà», quella stessa proprietà che Prodi avvalla e vuole continuare a tassare. La soluzione di Bertinotti? Almeno due, entrambe radicali: cancellare dalla faccia della terra l’Ici ed espropriare le case ai ricchi per darle ai poveri: «È già successo che siano stati temporaneamente requisiti alberghi e strutture residenziali per emergenze abitative. Rifondazione ha posto un problema reale. L’emergenza della casa esiste e, in alcuni casi, è drammatica. Per fronteggiarla si possono avanzare delle proposte o no?». Poi, la stoccata al mattone di proprietà: «In campo sociale bisogna essere precisi. L’”esproprio” è una misura emergenziale per fronteggiare la drammatica situazione di alcune famiglie, costrette sulla strada da un mercato degli affitti per molti inarrivabile». Ancora una volta, dunque, l’Unione è disunita ed è ferma a metà del guado: vale sulla casa, sui pacs, sulla politica estera e via dicendo. Da una parte, infatti, ci sono il “liberale” Prodi e il “riformista” Francesco Rutelli, dall’altra il marxista Bertinotti. Il risultato? La “coalizione delle tasse” più pazze d’Italia.
Pubblicato su Articoli, Fausto Bertinotti, Italia, Programma, Romano Prodi, Sinistra | Lascia un commento »
Altre manifestazioni e una taglia da 10 milioni di euro
Pubblicato da Jake su 19 Febbraio 2006
Un premio di quasi dieci milioni di euro per chi decapiterà gli autori delle vignette su Maometto. A offrirlo non è un terrorista estremista e neppure un mullah fanatico, ma un ministro dell’Uttar Pradesh, stato dell’India settentrionale a maggioranza musulmana. La taglia sulla testa dei disegnatori, che ha conquistato le prime pagine dei giornali indiani, è stata annunciata dal ministro Mohammed Yaqoob Qureshi durante una manifestazione al termine della preghiera del venerdì. Yaqoob ha detto a una folla che si era radunata per ascoltarlo a Meerut, 400 chilometri a nordovest dela capitale Lucknow, che ricompenserà «il vendicatore» con 510 milioni di rupie (9 milioni e 670mila euro) più il suo peso in oro. «Disegnare una vignetta del profeta è blasfemia e i musulmani non tollereranno questo insulto» ha detto il ministro alla folla che urlava «morte alla Francia, morte alla Danimarca». «Il denaro sarà pagato dalla popolazione di Meerut» ha detto Yaqoob, a capo del dicastero per gli affari delle minoranze. Il governo dell’Uttar Pradesh, lo stato indiano più popoloso, non ha preso le distanze dalle dichiarazioni del ministro, limitandosi a definirle «un auspicio espresso a titolo personale», e ha sostenuto che Yaqoob non ha violato alcun regolamento del’esecutivo. «Si è trattato di una dichiarazione fatta tenendo conto del sentire comune del popolo» ha detto il ministro dell’Interno Alok Sinha, «non c’è nulla di offensivo nel fare una dichiarazione di questo tipo a proposito di una persona che vive in un Paese lontano». Ma l’Unione dei religiosi musulmani, ed altre organizzazioni islamiche, hanno duramente criticato le parole di Yaqoob, definendo l’offerta di una taglia come «anti-islamica e inumana». Diversi alti esponenti religiosi islamici e capi di organizzazioni islamiche hanno condannato le dichiarazioni di Quereshi, definendole «non consone» ad un leader politico, ha riferito l’emittente televisiva Ndtv. E per il leader del partito di opposizione indù, Bharatiya Janata (Bjp), Rajnath Singh Quereshi dovrebbe essere perseguito legalmente. Nel vicino Pakistan, intanto, in una nuova giornata di proteste in Pakistan quattro persone sono rimaste ferite durante le manifestazioni contro la pubblicazione delle vignette. I dimostranti stavano lanciando pietre contro un commissariato di polizia a Chiniot, nel Punjab, quando qualcuno – non si sa se i manifestanti o gli agenti – ha cominciato a sparare. Solo in questa settimana cinque persone sono morte negli scontri in cui sono sfociate molte proteste organizzate in Pakistan contro le vignette comparse sui giornali occidentali. È degenerata nella violenza una manifestazione di musulmani anche a Maiduguri, nel nord della Nigeria. I manifestanti hanno saccheggiato e poi dato alle fiamme alcuni negozi di pezzi di ricambio di proprietà di cristiani animisti dell’etnia igbo e, secondo voci non confermate, negli scontri seguiti all’intervento della polizia, vi sono stati due morti. Ma le manifestazioni proseguono anche in Europa. Circa diecimila musulmani hanno infatti partecipato alla marcia di protesta convocata a Londra, per il terzo fine settimana consecutivo, dal Comitato azione musulmana. Arrivati nella capitale in pulman anche da altre città del Regno Unito, i manifestanti in marcia da Trafalgar Square a Hyde Park hanno protestato contro le caricature di Maometto e chiedono la fine di quella che ritengono «discriminazione religiosa». Per il servizio d’ordine gli organizzatori hanno detto di aver impiegato 400 persone perché la protesta, hanno sostenuto, deve essere pacifica. Secondo Ishmaeel Haneef, un portavoce del Comitato che riunisce diverse organizzazioni e comunità, «le provocazioni non sono cessate» e le vignette «continuano a essere ripubblicate in tutto il mondo». L’unico modo per «tornare al mondo civilizzato -ha aggiunto- è lasciare il “copyright” (delle caricature) alla comunità musulmana». All’ultima manifestazione organizzata a Londra, sempre in Trafalgar square, avevano partecipato pacificamente circa 5mila persone, controllate a distanza da 500 agenti di Scotland Yard. Alcune migliaia di persone si sono riversate anche nelle strade di Montpellier, nel sud della Francia, per protestare contro le vignette satiriche. «Non si dovrebbe stigmatizzare tutti i musulmani, mettendoli nello stesso calderone – ha dichiarato un esponente dell’Unione dei musulmani della regione di Herault – Non tutti i musulmani sono terroristi», ha sostenuto. Il corteo, cui hanno preso parte tra le 2 e le 3mila persone, si è svolto senza incidenti.
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Cronologia delle proteste per le vignette
Pubblicato da Jake su 19 Febbraio 2006
L’assalto al Consolato italiano di Bengasi, in Libia, è solo l’ultimo di una lunga serie di proteste violente scatenate dalla pubblicazione di vignette raffiguranti il profeta Maometto. Le caricature hanno infiammato il mondo islamico, provocando una violenta campagna d’odio contro i Paesi europei che per primi le hanno pubblicate e per estensione contro l’Occidente, rafforzando l’idea che sia davvero in atto il famoso scontro di civiltà. Ecco una cronologia dei principali eventi seguiti alla pubblicazione sul giornale danese Jyllans Posten delle famose vignette.
30 settembre 2005: Le 12 caricature, con il profeta Maometto raffigurato con una bomba al posto del turbante, appaiono per la prima volta sul quotidiano danese Jyllands Posten che rivendica la libertà di espressione. Qualche settimana prima il giornale danese Politiken aveva pubblicato un articolo sulle difficoltà dello scrittore Kare Bluitgen a trovare un illustratore disposto a collaborare alla pubblicazione di un libro per bambini sulla vita di Maometto. La comunità musulmana in Europa e le diplomazie di alcuni Paesi arabi protestano perchè le considerano una offesa all’Islam.
12 ottobre 2005: Con una protesta formale, 11 ambasciatori di Paesi arabi in Danimarca chiedono con urgenza un incontro con il premier Anders Fogh Rasmussen. Il governo respinge però la protesta ed il primo ministro afferma, proprio al quotidiano Jyllands-Posten, che non è compito del primo ministro «spiegare ad un gruppo di ambasciatori come funziona il Paese». A dargli ragione è in Olanda la parlamentare di origini somale, Ayaan Hirsi Ali, che ha sceneggiato il film-denuncia “Submission” costato la vita al regista Theo van Gogh.
7 novembre 2005: Il Pakistan condanna le caricature, definendo un «atto di islamofobia» la loro pubblicazione ed il ministero degli Esteri sottolinea come «tali azioni creino un solco dove si cerca di costruire un ponte».
20 gennaio 2006: Il giornale cattolico norvegese Magazinet emula il Posten e pubblica le vignette per solidarietà. Si riaccendono le polemiche del mondo arabo e gli appelli al boicottaggio dei prodotti danesi e norvegesi.
30 gennaio 2006: Il ministero degli Esteri norvegese ordina l’evacuazione del personale volontario nella striscia di Gaza e avverte i connazionali di non recarsi nei Territori dopo le minacce della Jihad islamica. Carsten Juste, direttore del Jyllands Posten, si scusa affermando che la pubblicazione delle vignette «non intendeva essere offensiva».
31 gennaio: Allarme bomba alla redazione del Jyllands Posten di Copenaghen che viene evacuata dopo una telefonata minatoria. 1 febbraio: Il quotidiano francese France Soir e il tedesco Die Welt pubblicano a ruota le caricature e rivendicano la libertà di stampa. Dopo Libia e Arabia Saudita, anche la Siria richiama il proprio ambasciatore a Copenaghen per consultazioni.
2 febbraio: Il direttore di France-Soir, Jacques LeFranc, viene licenziato per aver pubblicato le vignette. Gruppi armati palestinesi minacciano di «trasformare in bersagli» i francesi, norvegesi e danesi che si trovano a Gaza e in Cisgiordania e danno un ultimatum di 48 ore per ottenere le scuse formali dai governi di Norvegia, Danimarca e Francia. La protesta si allarga ad altri Paesi e la Ue condanna le loro minacce.
3 febbraio: Attacco all’ambasciata danese di Giacarta da parte di un gruppo di indonesiani islamici che fa irruzione all’interno della sede diplomatica. L’ambasciatore danese è costretto a scuse formali. Proteste nella capitale indonesiana anche davanti alla sede del quotidiano Rakyat Merdeka (“Popolo indipendente”) che ha pubblicato le vignette. In Pakistan il senato approva all’unanimità una risoluzione di condanna contro i media europei. In Svizzera la lega dei musulmani giudica «inaccettabile» la pubblicazione delle caricature sui media locali. Intanto anche alcuni giornali fiamminghi le pubblicano in Belgio. Manifestazioni a Mogadiscio, in Somalia, dove vengono bruciate bandiere danesi e norvegesi, in Giordania, dove i manifestanti chiedono la chiusura dell’ambasciata danese. In Italia le vignette vengono pubblicate dai quotidiani La Padania e Libero, mentre altri media italiani decidono di pubblicarne solo alcune. 4 febbraio: A Damasco, in Siria, manifestanti danno alle fiamme le ambasciate di Danimarca e Norvegia e tentano l’assalto della sede diplomatica francese.
5 febbraio: Scontri di piazza a Beirut, dove circa 2 mila persone riescono a raggiungere il consolato danese e gli danno fuoco. La polizia respinge i dimostranti con idranti e lacrimogeni ma la guerriglia si diffonde anche nel quartiere cristiano maronita. A Trebisonda, in Turchia, il sacerdote italiano Andrea Santoro viene ucciso da un giovane fanatico al grido di «Allah è grande», poi catturato.
6 febbraio: L’ondata di violenza arriva in Afghanistan, dove quattro persone restano uccise negli scontri, e in Somalia, dove sono due le vittime.
8 febbraio: Ancora in Afghanistan, truppe dell’Isaf intervengono per respingere i manifestanti che si accalcano davanti alle basi militari e alle ambasciate europee. Muoiono quattro afghani. Da Washington, il segretario di Stato americano Condoleezza Rice, parlando in conferenza stampa congiunta con la collega israeliana Tzipi Livni, attribuisce la responsabilità delle vignette a Siria e Iran.
14-15 febbraio: Due persone restano uccise nel corso di scontri a Lahore, nel Pakistan orientale. Altri tre morti in scontri scoppiati l’indomani a Peshawar, dove la folla assalta la sede della compagnia norvegese di telecomunicazioni Telenor, un fast food americano e diverse filiali di banche.
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Boselli su Calderoli
Pubblicato da Jake su 19 Febbraio 2006
«Per quanto odioso possa essere stato l’atteggiamento di Calderoli e qualunque sia stata la provocazione compiuta non può essere portata a giustificazione di un’aggressione come quella che è stata compiuta a Bengasi contro il nostro Consolato e che va condannata senza riserve». Con queste parole il segretario dello Sdi, Enrico Boselli, ha risposto ai disordini scoppiati a Bengasi davanti al consolato italiano in Libia puntando il dito contro il fanatismo islamico. «Nell’esprimere il nostro cordoglio per le vittime – ha aggiunto – ci domandiamo come mai in uno Stato come quello libico dove non si muove foglia che polizia non voglia, sia stato possibile organizzare una manifestazione con una finalità indubbiamente aggressiva». A ruota anche Gregorio Fontana, del coordinamento nazionale di Fi, secondo il quale «ha ragione Enrico Boselli, non a caso censurato da tutti gli organi di informazione. Per quanto odioso possa essere stato l’atteggiamento di Calderoli e qualunque sia stata la provocazione compiuta – ha detto Fontana – non può essere portata a giustificazione di un’aggressione come quella che è stata compiuta a Bengasi contro il nostro Consolato e che va condannata senza riserve».
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«Dovremmo uccidere chi offende Maometto»
Pubblicato da Jake su 17 Febbraio 2006
Brucia il blu dell’Europa. Arde il rosso biancocrociato di Copenaghen. La folla strepita. Mille dita s’alzano al cielo. «Allah solo tu, nient’altro che tu e Maometto il tuo profeta». Folate nerastre coprono le bandiere verdi di Hamas, inondano la piazza del Parlamento. «Danimarca vigliacca, Europa codarda», l’urlo rancoroso riecheggia cupo, invade tutta Gaza. Stretto nel doppio anello di guardie del corpo e militanti silenziosi, il grande capo osserva corrucciato e tace. Mahmoud Zahar è un ometto minuto. Un pensionato in vestito chiaro tra giganti in mimetica e casacche verde militare. Ma tra quella barba brizzolata e le sopracciglia cespugliose arde uno sguardo astioso. Allunga la mano, ti fa passare, ma se gli chiedi conto delle bandiere bruciate, degli slogan minacciosi il tono si fa subito assai poco colloquiale.
«Come vi permettete di venir qui e accusarci di violenza – tuona il capo di Hamas in questa intervista esclusiva a Il Giornale, mentre tutt’attorno il suo popolo s’agita e rumoreggia – avremmo dovuto uccidere tutti coloro che offendono il Profeta e invece siamo qui a dimostrare pacificamente. Avremmo dovuto ammazzarli, chiedere la giusta punizione per chi non rispetta né la religione, né i suoi simboli più sacri, invece ci limitiamo a protestare e voi continuate ad accusarci. Questo è il vostro atteggiamento, continuate a provocare anche quando cerchiamo di non reagire».
Non le sembra eccessivo accusare e minacciare tutti gli europei per una semplice vignetta.
«Hamas non minaccia nessuno, ma Danimarca, Francia, Norvegia ed Europa sembrano perfettamente d’accordo con chi ha disegnato quella vignetta. Non hanno fatto niente per fermare i responsabili, non hanno fatto niente per riconciliarsi con l’islam, anzi hanno utilizzato questo pretesto per alzare i toni e rendere più dura la provocazione e lo scontro».
Hamas ha vinto le elezioni e si prepara a governare, quest’ennesimo duello non le sembra pericoloso?
«Da voi qualcuno minaccia di bruciare il Corano e voi ci accusate di esagerare? Vergognatevi. L’Europa deve stare molto attenta. Se chi promette di bruciare il sacro Corano verrà messo in condizione di compiere quel sacrilegio andrete incontro a un errore storico, un errore senza via di ritorno. Un errore di cui tutto l’Occidente si pentirà amaramente».
Attaccando l’Europa, i palestinesi attaccano gli unici Paesi che li hanno sempre difesi, non le sembra che questo sia un errore?
«Questa faccenda non riguarda soltanto l’Europa e i palestinesi, l’insulto colpisce tutto il mondo musulmano. È uno scontro globale e l’Europa ha la responsabilità di averlo innescato. Noi non protestiamo in quanto palestinesi, ma in quanto musulmani insultati e oltraggiati da chi ignora i nostri simboli e dissacra l’immagine del profeta Maometto».
Allora che cosa pretendete dall’Europa?
«Sapete bene cosa dovete fare, non sono io a dovervelo spiegare. Riflettete e capirete qual è l’atteggiamento giusto».
Lei però s’è impegnato a difendere i cristiani di Gaza.
«Certo, Hamas non vuole violenze e non le vuole soprattutto contro i nostri fratelli cristiani e cattolici. Loro non hanno nessuna responsabilità per quegli insulti. Loro, qui a Gaza, ci hanno sempre rispettato. Per questo i militanti di Hamas sono pronti a difendere le loro scuole e le loro chiese se qualcuno tenterà di attaccarle. Su questo mi sono impegnato personalmente e ho dato la mia parola».
Oggi lei doveva incontrare Abu Mazen e discutere del nuovo governo.
«L’incontro non ci sarà, è ancora troppo presto. Abbiamo chiesto a Fatah di entrare nell’esecutivo, ma loro ci hanno chiesto una decina di giorni per risponderci. Dunque aspetteremo di capire quale sia la loro posizione».
Intanto l’Egitto vi chiede di riconoscere Israele e di mettere fine alla violenza.
«La nostra posizione non cambia. Riconosceremo Israele solo quando si sarà ritirato, ma siamo pronti a concedere una tregua di lunga durata. Da più di un anno i nostri combattenti non mettono a segno una sola operazione. Se gli occupanti non ci attaccheranno la tregua potrà durare ancora a lungo».
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Iran: la persecuzione anti-islamica dei sufi
Pubblicato da Jake su 16 Febbraio 2006
La polizia iraniana ha arrestato circa 1.000 persone nella citta’ santa sciita di Qom in violenti scontri dopo la chiusura di un tempio sufi. La polizia ha sparato gas lacrimogeni per disperdere una folla di dervisci e di loro sostenitori. Negli scontri sarebbero rimaste ferite circa 200 persone. I dervisci si erano rifiutati di sgomberare un’abitazione adibita a luogo di celebrazione dei riti sufi. Ieri l’edificio e’ stato distrutto perche’ illegale.
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Successo per film con americani cattivi e ebrei ladri di organi.
Pubblicato da Jake su 15 Febbraio 2006
(…)Valley of the Wolves — Iraq,” which opened last week in movie theaters in Turkey, Austria and Germany, is a Rambo-like action story involving Turkish gunmen who seek revenge against a tyrannical occupying army. (…)The commander, Sam William Marshall, played by an American actor, Billy Zane, is a sociopath, killing people without a second’s thought and claiming that he is doing God’s will.(…)
Other scenes show ruthless marines killing Iraqis and soldiers mistreating inmates at Abu Ghraib prison, as well as an American Jewish surgeon, played by Gary Busey, who takes what look like kidneys from inmates during surgery to New York, London and Israel — all, according to the screenwriter, Bahadir Ozdener, inspired by real events. “These were only a few of the human rights violations by the U.S. in Iraq that the press covered and we followed,” Mr. Ozdener said. “We did not intend to insult American people or their values, but only wanted to portray a real tragedy there.” (…)
Mr. Zane, who got his start in “Back to the Future” and has a great number of grade B credits since then, said he was not bothered by the movie’s anti-American tone, adding that the horrors of war should be exposed. “I acted in this movie because I’m a pacifist,” he said in a televised interview. “I’m against all kinds of war.”(…)Whatever its artistic merits, the movie — which has already broken Turkish box office records — has highlighted a growing discrepancy in how America is seen in Turkey.
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Le Foibe da non ricordare
Pubblicato da Jake su 15 Febbraio 2006
Venerdì 10 febbraio, giornata dedicata alla memoria delle vittime che tra il 1943 e il 1945 trovarono nelle foibe una morte spietata, le università di tutto il Paese hanno presentato conferenze e mostre sull’argomento. Tutte tranne Roma 3 che ha deciso di non concedere l’autorizzazione. La mostra, che avrebbe dovuto essere ospite dell’ateneo romano, approda in questi giorni nei chiostri dell’Università Cattolica di Milano.
Una ricostruzione storica taciuta, per troppi anni (…): dieci pannelli che ricordano le 10 mila persone che vennero torturate e uccise nelle zone controllate dai partigiani comunisti jugoslavi di Tito. «Per il secondo anno consecutivo – afferma Tommaso Baschera, presidente di Azione universitaria Milano – daremo il nostro contributo per far conoscere agli studenti della nostra città una pagina drammatica e per troppo tempo rimossa della storia del nostro Paese». A Trieste, a differenza delle altre città italiane, la liberazione alla fine della seconda guerra mondiale, aveva coinciso con l’inizio di un incubo: per quaranta giorni le truppe comuniste del maresciallo Tito avevano imperversato a Trieste torturando, uccidendo e deportando migliaia di cittadini innocenti, o talvolta colpevoli solo di essere italiani o anticomunisti.
A sessant’anni di distanza, tuttavia, la barriera del bavaglio ideologico (…) non è stata ancora vinta.
Ne è l’esempio l’Università di Roma Tre. Qui, l’esposizione (…) avrebbe dovuto svolgersi (…).
Ma la preside, con il consenso del rettore, ha respinto la richiesta. Le motivazioni?
Ordine interno. (…)
«Spaventa ancora mettere sotto gli occhi di tutti – continua Baschera – una pagina de l’Unità che celebra la morte di Tito».
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Altri 2 morti per le vignette
Pubblicato da Jake su 15 Febbraio 2006
Le proteste in Pakistan contro le vignette satiriche su Maometto hanno fatto due nuove vittime a Peshawar. Le vittime sono un bambino di otto anni e un uomo di 28. Inoltre all’ospedale sono ricoverati trenta feriti, alcuni dei quali colpiti da gas lacrimogeni. Ieri due persone erano morte durante violente manifestazioni a Lahore. Un gruppo di importatori indonesiani, intanto, ha iniziato un boicottaggio dei prodotti danesi.
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Ferrando scaricato da Rifondazione
Pubblicato da Jake su 15 Febbraio 2006
Il segretario di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti, ospite di Repubblica Radio, conferma la messa in discussione della candidatura di Marco Ferrando, perche’ c’e’ ”incompatibilita’ con la linea del partito registrata in due casi clamorosi: quella su Israele e sulla vicenda di Nassiriya. Il nostro profilo culturale ne e’ risultato ferito e credo che il partito, seppure con il dolore che e’ richiesto quando si prendono misure drastiche, debba ragionare su questa possibilita’, per garantire la perfetta leggibilita’ della sua linea, della sua cultura politica e della sua immagine in una campagna elettorale cosi’ impegnativa”.
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USA: sinistra e destra d’accordo sulla guerra all’Iran
Pubblicato da Jake su 14 Febbraio 2006
(…)Lo scenario del blitz aereo sarebbe già stato pianificato dal Comando centrale delle truppe Usa a Tampa, Florida, proponendosi – come anticipato da La Stampa il 9 febbraio scorso – non di demolire tutti gli impianti nucleari esistenti nella Repubblica islamica, ma solamente di neutralizzare quelli indispensabili alla realizzazione degli aspetti militari.
(…)Il Segretario di Stato, Condoleezza Rice, ha dichiarato in un’intervista alla tv Abc che «questo è il momento della diplomazia con Teheran ma l’uso della forza non può essere escluso». Ed il presidente del partito democratico Howard Dean – già fra i più acerrimi avversari della guerra in Iraq – ha detto alla tv Cnn che «sono state opportune le affermazioni di Bush sulla possibilità di un ricorso alla forza». «C’è solo una cosa peggiore di un intervento militare in Iran – sono state le parole di Dean – ed è un Iran in possesso di armi nucleari». (…) spianando di fatto la strada ad un’intesa bipartisan al Congresso senza la quale l’amministrazione non potrebbe mai lanciare il blitz.(…)«Tutti sanno che i governi di Siria ed Iran organizzano le proteste quando vogliono affermare qualcosa», ha aggiunto il Segretario di Stato americano, rivelando che Washington ha espressamente chiesto a Teheran di «smetterla» a seguito degli attacchi contro la sede diplomatica della Norvegia. Il premier danese Ander Fogh Rasmussen ha dato ragione alla Rice dagli schermi della Cnn: «Quando dice che Siria ed Iran sono responsabili, afferma il vero».
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Islamabad, assalto all’ambasciata Usa
Pubblicato da Jake su 14 Febbraio 2006
200 studenti islamisti hanno sfondato la sede diplomatica americana nella capitale pachistana nel corso di un corteo. Solo il pronto intervento della polizia antisommossa ha impedito il peggio.
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Giusto sparare ai soldati italiani
Pubblicato da Jake su 14 Febbraio 2006
Altro che Tav! Quella aperta dal trotzkista Marco Ferrando sulla questione irachena rischia di essere per l’Unione una determinante emorragia di consensi. In un’intervista al Corriere della Sera, infatti, Ferrando ha rivendicato “il diritto alla sollevazione popolare irachena contro le nostre truppe” sottolineando che “il 41% del suo partito critica il metodo non-violento”. «I popoli oppressi – ha spiegato – devono esercitare la lotta per l’emancipazione con strumenti adatti e non possono costruire il futuro in base a un astratto pregiudizio filosofico. La lotta armata contro l’occupazione militare è giusta. Noi siamo per la fusione della rivolta contro l’occupazione straniera imperialistica e le lotte sociali dei lavoratori iracheni e sosteniamo tutte le intifade e le grandi sollevazioni dal Medio Oriente all’America Latina». Lo sconcerto è stato enorme e l’indignazione è serpeggiata anche nelle fila del contingente italiano in Iraq. Ciò che ha destato più clamore, tuttavia, è il fatto che, usando costantemente la prima persona plurale, Ferrando abbia parlato a nome del partito che il 9 aprile lo ricandiderà. L’ex presidente Francesco Cossiga estende il discorso a tutta la coalizione. «Quella di Ferrando – dice – è la tesi implicitamente accolta da tutta l’Unione, che qualifica le truppe italiane in Iraq come truppe di occupazione». «Ferrando è più adatto ad Hamas che al Parlamento italiano – ha invece commentato Maurizio Gasparri – e forse i suoi capi e i suoi alleati meriterebbero analoga collocazione. Se l’Unione critica le missioni militari come quella in Iraq, volte ad ampliare l’area della democrazia, Ferrando porta più avanti il pensiero dicendo che è legittimo sparare contro i nostri soldati». È ancora l’ex ministro delle Comunicazioni poi a sottolineare i silenzi di Prodi e Bertinotti e “l’apologia dello sterminio” consumata nei giorni scorsi dal sito dei Comunisti Italiani nel quale “veniva esaltato il massacro degli italiani nelle foibe”. Per il capogruppo dei deputati di An, Ignazio La Russa, le posizioni di Ferrando non sono una novità in Rifondazione Comunista, “basta leggere il disegno di legge della sinistra in cui si chiede una commissione parlamentare d’inchiesta sull’operato dei soldati italiani nella battaglia dei tre ponti a Nassirya e in cui si definisce un eccidio senza precedenti quell’operazione attribuendo ai nostri soldati anche le responsabilità delle morti civili provocate invece dai terroristi”. Del caso si è parlato anche sul palco di Matrix, dov’era in corso un faccia a faccia tra Gianfranco Fini e Massimo D’Alema. «Certamente tu non condividi che sia lecito sparare ai militari italiani – ha incalzato il segretario di An – e allora dillo a Bertinotti, dillo a Prodi ed evitate di candidare quel signore e di portarlo in Parlamento». «Credo che nessuno voglia sentire affermazioni di questo tipo – ha risposto il presidente della Quercia – e mi sono chiesto perchè questo Ferrando voglia cercare di aiutare Berlusconi a vincere le elezioni e chi lo mandi a svolgere questo compito. Noi – ha aggiunto – siamo molto critici verso la guerra in Iraq e consideriamo sbagliato il fatto che il nostro governo abbia avallato questo errore, ma nello stesso tempo abbiamo sempre manifestato la nostra solidarietà ai militari italiani, che sappiamo impegnati in una missione difficile che svolgono con onore». «Ferrando – ha però replicato Fini – non è un agente della Cia e non lo manda nessuno. Tanto Ferrando quanto Caruso rappresentano quella componente che c’è nell’album di famiglia della sinistra, per fortuna molto limitata e radicale, che andava scrivendo sui muri dieci, cento, mille Nassirya». Mentre il segretario della Dc Rotondi chiede a Prodi di smentire pubblicamente Ferrando e Antonio Di Pietro lo esorta a non avallare la candidatura di “personaggi che predicano e praticano la violenza come mezzo per far valere i propri diritti”, Rifondazione Comunista prova a scantonare. «Le posizioni di Ferrando – precisa il responsabile esteri Gennaro Migliore – non esprimono neppure lontanamente quelle del partito. Il nostro giudizio di condanna sulla guerra in Iraq è netto. Abbiamo considerato tutte le vittime della guerra come vittime di una macchina mortale messa in campo dalle forze di aggressione anglo-americane, delle quali l’Italia è parte fondamentale. Il nostro cordoglio per i soldati morti a Nassirya non è mai stato in discussione perchè anch’essi sono vittime di guerra». Migliore stigmatizza anche le opinioni di Ferrando su Israele: «Anche se la Palestina ha diritto ad esistere, noi consideriamo Israele uno stato legittimo, secondo il principio due popoli-due stati». Anche il capogruppo dei deputati Franco Giordano sottolinea l’estraneità delle idee di Ferrando alla linea del partito. In Rifondazione Comunista, però, nessuno ha parlato di sanzioni o espulsioni. Nè di ritiro della candidatura. Tantomeno Bertinotti, quello che quando Prodi aveva sondato i possibili candidati per la Farnesina, aveva alzato la mano per primo.
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UE: l’Iran? tanto ci penseranno USA e Israele!
Pubblicato da Jake su 13 Febbraio 2006
Il generale Aharon Zeevi Farkash che da due mesi ha lasciato il suo ruolo di capo dell’intelligence dell’esercito è un chiaro e determinato tecnico della guerra contro al terrorismo.(…)«L’Iran è alla conclusione della fase più significativa. Da pochi giorni, nel gennaio di quest’anno, ha deciso di proseguire la fase di preparazione delle centrifughe. Da allora, possiamo calcolare da sei mesi a un anno prima che siano pronti, fino al 2007. Poi, dal 2007, bisognerà calcolare circa due anni perché possano arrivare a produrre la prima bomba. Successivamente, possiamo pensare che occorra aspettare fino al 2010-11 perché siano pronti a usarla».(…)Qual è l’obiettivo strategico iraniano? Per capirlo, il mondo deve occuparsi della preparazione dei missili Shihab in grado di portare testate nucleari, e ha una serie di scadenze precise. La sorprendente prospettiva: «Per lo Shihab in prima fase l’Iran lavora a due obiettivi: Israele e Arabia Saudita.(…)Per il prossimo futuro Farkash indica la costruzione iraniana di un missile che arrivi dai 3700 ai 5000 chilometri di distanza. Esso, dice, è destinato alle città europee, e sarà pronto in due-tre anni. Successivamente per il 2008-9 sarà pronto un missile che arrivi fino agli USA e alle coste orientali, intorno ai 10mila chilometri di gittata.
Ma chi può davvero dire se queste intenzioni sono reali? Farkash ha un piccolo sorriso: «Intanto, non abbiamo quasi bisogno di intelligence: il presidente Ahmadinejad parla senza giri di parole. In secondo luogo, la spesa di miliardi di dollari, testimonia che i lavori in corso non sono certo di facciata».(…)i gruppi fondamentalisti usano gli spazi aperti dal processo di democratizzazione iniziato in Iraq con la guerra. Quindi essa è stata un errore? «No,di fatto il terrorismo contro gli USA è stato battuto. E la novità degli Usa in Medio Oriente crea spazi anche per processi positivi. Certo, qui la destabilizzazione portata dalla crescita islamista si vede ovunque: in Egitto, in Siria, fra i palestinesi. Ma la democrazia è un processo che prende molto tempo. E non si creda che adesso che Hamas ha vinto Fatah sia tagliata definitivamente fuori. Ha perso violentemente nelle elezioni locali, ma al parlamento resta potente, e si mobilita per recuperare. La sconfitta è della generazione dei reduci da Tunisi, con Arafat. I più giovani, possono ancora farcela.(…)Sharon a suo tempo mi incaricò di parlare del pericolo iraniano e della strategia di Al Qaeda ai primi ministri europei. Da Berlusconi, fino alla Germania e alla Francia, ho fatto un largo giro. Tutti grosso modo mi risposero: «Noi siamo stati abituati dalla Guerra Fredda a vivere col pericolo nucleare, e comunque sia gli Usa che Israele interverranno comunque». (…)
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Iran: giornalista rischia la vita per aver criticato il regime
Pubblicato da Jake su 13 Febbraio 2006
Elham Foroutan, 19 anni, collaboratrice della rivista Tamaddon Hormozgan, rischia la pena di morte in Iran per l’articolo di satira apparso sul settimanale, pubblicato a Bandar Abbas.
Assieme ad Elham sono stati arrestati altri sei membri della redazione, ed è stata decretata anche la sospensione della rivista. Nel pezzo incriminato, 110
Elham Foroutan ha paragonato la rivoluzione islamica al virus dell’Aids, ”arrivato in Iran nel 1979”, l’anno della rivoluzione khomeinista. Nell’articolo intitolato ”Rendiamo pubblica la lotta all’Aids, l’ex presidente “riformista” Mohammad Khatami viene descritto come ”un rimedio che ha permesso la diffusione del virus”, mentre l’attuale presidente Mahmoud Ahmadinejad è ”il virus in prima persona”. I Pasdaran, l’Autorità Giudiziaria e il Ministero dell’Intelligence sono definiti ”centri di diffusione” del contagio.
Proprietario della rivista Tamaddon Hormozgan è il parlamentare Ali Dirbaz, esponente della fazione Abadgaran, sostenitrice dell’attuale presidente iraniano.
Ali Dirbaz ha immediatamente preso provvedimenti nei confronti dei redattori ed in alcune dichiarazioni alla stampa ha chiesto la condanna a morte per la giornalista autrice dell’articolo.
La Foroutan è stata incriminata per aver insultato il fondatore della Repubblica Islamica e rischia ora la pena capitale. Nel frattempo il Ministero della Cultura e per l’Orientamento islamico ha annunciato l’imminente chiusura di 70 testate che “non rispettano i valori della Rivoluzione ed esprimono concetti contrari ai principi dell’Islam”. Sempre il 6 febbraio il giornale Khorassan ha riportato l’impiccagione di tre uomini a Sabzevar, nel nordest dell’Iran.(…) L’identità dei giustiziati non è stata fornita, né gli specifici capi d’accusa per cui sono stati condannati a morte. Non è noto nemmeno se siano stati impiccati in pubblico o in prigione.
Queste ultime esecuzioni portano ad almeno 15 le persone giustiziate in Iran dall’inizio dell’anno, in base ad un conteggio tenuto dall’agenzia Afp.
E’ opinione di osservatori sui diritti umani che molti di quelli giustiziati in Iran per reati comuni possano essere in realtà oppositori politici.
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Contraddizioni a sinistra
Pubblicato da Jake su 12 Febbraio 2006
Francesco Caruso è un latifondista ricco sfondato, Rosa Calipari è stata impiegata nei nostri servizi segreti: il primo è candidato da Rifondazione, la seconda corre per quell’Unione al cui interno trovano casa i difensori dei terroristi. Sono due esempi eclatanti delle contraddizioni del centrosinistra. Partiamo da Caruso, líder máximo dei no global. L’elenco degli immobili e dei terreni di sua proprietà – ha svelato ieri Il Giornale – è lungo sette pagine. Da politico promette di espropriare le case ai ricchi, in privato è proprietario di vigneti, uliveti, terreni da pascolo e immobili in quei di Cosenza. Li possiede nei comuni calabresi di Longobucco, Calopezzati e Corigliano calabro. Insomma, il disubbidiente “rifondarolo” è un padrone: possiede sei appezzamenti tra terreni da pascolo e uliveti, un bell’agrumento, 12 ettari di proprietà in quei di Longobucco e, sempre in questa località, altri 35 terreni adibiti a vigneti, uliveti e pascoli. Ora, però, è capolista di Bertinotti in Calabria. Un capolista più che borghese: prima di frequentare l’Officina 99 e il centro sociale Ska di Napoli ha vissuto in un superattico di 350 mq nel centro storico di Benevento, nella lussuosissima via Calambra. Il padre? un dirigente che – ha dichiarato Caruso – «quando ero piccolo mi diceva: se vai alla manifestazione ti rifilo due ceffoni». La Calipari, in lista in Calabria con i dalemiani Marco Minniti e Nicola La Torre, è originaria di Cosenza e vedova del dirigente del Sismi morto in Iraq. Lei stessa – precisa il Velino – è stata a sua volta impiegata nei nostri servizi segreti ed è nipote di due illustri socialisti calabresi scomparsi: Pietro, il nonno, e Giacomo Mancini, lo zio. Una candidatura, la sua, che – ha precisato la stessa Calipari – «è in linea con quelle che sono le mie idee politiche fin da quando ero ragazza». Il guaio è che nella sua coalizione si nasconde il “nemico”, quello cioè che spara contro «l’occupazione italiana in Iraq». Quello che – è il caso dell’epurato Marco Ferrando di Rifondazione – che non esita a incitare gli iracheni a sparare contro i nostri soldati.
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Film a Berlino su Berlusconi
Pubblicato da Jake su 12 Febbraio 2006
Metti il trash di una pellicola che parla di sorci e angurie marce, metti la propaganda sgangherata della sinistra, la titubanza al confronto e un rancore covato per anni e anni, il risultato è un film che inscena il rapimento – per non dire annientamento – di Silvio Berlusconi. Questa volta è davvero spiacevole constatare quanto gli avversari politici siano scesi di livello, tanto da imbastire una fantasiosa, quanto temibile, vendetta contro Mickey Laus, alias il presidente del consiglio. Ebbene, se vi dessero una lampada magica da strofinare vi verrebbe voglia di chiedere al vostro genio di mettere il cappio a Romano Prodi? Casomai opteremmo per forargli i pneumatici della bicicletta, se proprio sgarro deve essere. E invece Bye bye Berlusconi del regista tedesco Jan Erik Stahlberg va sul pesante e ci racconta la storia del sindaco di Topolonia, trafficante di cocomeri, proprietario di Melonen Tv – un’emittente piena di donne nude – e presidente di una squadra di calcio. Guarda caso, questo “mariuolo” con le mani in pasta ovunque è interpretato da Maurizio Antonini, il sosia del premier (ve lo ricordate nelle sue performance al Bagaglino?). Capita che Mickey Laus – così spaccone e pieno di sé – abbia molti nemici, veri e propri cospiratori che un giorno ne orchestrino il rapimento. Complimenti, dunque, alla sceneggiatura: perché di fronte a una pseudo-commedia così volgare vien voglia persino di rivalutare un pamphlet avvelenato come Viva Zapatero! di Sabina Guzzanti. Almeno la capocomica della sinistra aveva tentato una strada più dignitosa, quella del documentario. Ma si sa, in campagna elettorale tutto è lecito, dunque “largo ai sorci” e magari infiliamoci pure quei tre lazzaroni di Fi, Bo e Fra, ovvero Fini, Bossi e Frattini, che neppure si adoperano per togliere il compagno dai guai. Ora c’è da chiedersi perché questo capolavoro del cinema-spazzatura sia stato proiettato al prestigioso festival di Berlino. E, soprattutto, perché un regista tedesco decida di prendersi tanto a cuore le sorti di una sinistra italiana già abbastanza ridicola. Il diretto interessato si difende prospettando chissà quali intrighi: «Mi sono spaventato leggendo certe cose. Mi sono chiesto come ha fatto una persona così a diventare primo ministro. Credo che scopriremo solo tra molti anni da dove vengono i suoi soldi». Il pregiudizio ovviamente detta il ritmo al film che sul finale si abbandona a un processo virtuale con la gente che si collega a Internet per giudicare l’odioso capitalista di Melonen Tv. Duole rilevare che il film, in uscita il 18 marzo in Germania, non ha ancora trovato un distributore a casa nostra. L’auspicio è che le volgarissime scene di quest’inutile tentativo di propaganda raggiungano presto le nostre sale. Perché la satira è un boomerang, e chi non la sa fare finisce per passare dalla parte del torto. E se Stahlberg si lagna paventando ritorsioni («Berlusconi ha usato processi per intimidire le persone che non la pensavano come lui. Se lo facesse con noi non avremmo soldi per sostenere una causa»), i topi del Belpaese gongolano. Mica capita tutti i giorni che un’opposizione con la vittoria elettorale quasi in tasca giochi al ribasso mordendosi la coda. “Il roditore e i rosiconi”, così si potrebbe intitolare questa pagliacciata da quattro soldi. Che si abbandona alla risata grassa e alla violenza cieca catturando, strapazzando e gettando in un baule l’attuale primo ministro. Menomale che succede solo a Berlusconi, sennò chi lo andrebbe a spiegare a un Prodi, un Fassino o a un D’Alema, tutti così sensibili al dileggio, che laggiù nelle fogne di Topolonia ci sarebbe posto anche per loro. Ma almeno noi conserviamo il buon gusto della decenza, e a certi pensieri opponiamo la finezza del ragionamento e l’arma del confronto.
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Un assaggio di sicurezza da Prodi: mentre parla, 7 giornaliste derubate.
Pubblicato da Jake su 12 Febbraio 2006
Se per caso Romano Prodi avesse detto, come capita in queste occasioni, “Noi non metteremo le mani nelle tasche degli italiani” sarebbe stato ancora più divertente. Anche così, però, non è male. Alla presentazione ufficiale del programma di governo dell’Unione, un cospicuo numero di giornalisti accorsi per scrivere del tanto atteso evento sono stati infatti derubati, anche se sarebbe meglio dire borseggiati visto che tutte le vittime sono risultate essere donne alleggerite della borsetta. Ad essere colpite sarebbero state almeno 7 croniste che, non essendo stato previsto al Teatro Eliseo uno spazio dedicato alla stampa, si erano sistemate in prossimità di un ingresso laterale. Una delle giornaliste derubate avrebbe addirittura raccontato di essere stata tirata per i capelli e spintonata da un individuo non identificato che sarebbe poi riuscito ad infilare la mano nella sua borsa facendo quindi perdere le proprie tracce. A commento dello spiacevole episodio, che non si sa ancora se addebitare a un ladro solitario o a una banda organizzata, l’associazione della stampa parlamentare ha inoltrato una nota di protesta agli organizzatori, colpevoli di non essere stati in grado di garantire adeguate condizioni di sicurezza e di lavoro per i giornalisti e, in generale, per la grande massa degli intervenuti. Trattandosi di una coalizione che si candida al governo, c’è da chiedersi se garantiranno con la stessa efficienza anche la sicurezza del Paese…
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Il programma dell’Unione
Pubblicato da Jake su 12 Febbraio 2006
Accusano Silvio Berlusconi di essere verboso e poi, per spiegare agli italiani cosa faranno una volta al governo, infarciscono un librone giallo con 281 pagine di vuote astruserie imbellettate da un titolo che pare un’avvertenza medicinale. “Per il bene dell’Italia”, “sintesi” del contorto Unione-pensiero, è un invito pratico alla non-lettura che testimonia l’enorme distanza della sinistra dagli anziani, dagli operai e dalle persone di classe sociale medio-bassa che pretende di difendere e che certo avranno qualche difficoltà a cimentarsi col labirintico faldone del Professore. Insegnava Don Lorenzo Milani, sfruttato dalla sinistra nella scorsa campagna elettorale con lo slogan “I care “ e subito ridimenticato, che quando si usano troppe parole e non si è semplici, chiari e concreti è segno che non c’è un interesse di fondo a far passare il messaggio o che si hanno le idee terribilmente confuse. Nel caso di Romano Prodi e compagni, probabilmente, valgono entrambe le tesi visto che il programma, già bollato dal quotidiano filodiessino Il Riformista come un coacervo dubbioso “di se e di ma”, è già costato alla coalizione l’allontanamento volontario dei Radicali e dello Sdi e numerose altre scaramucce interne. Capitolo dopo capitolo, l’agenda dell’Unione rivela infatti forzature e compromessi che, di volta in volta, allungano la coperta corta su un partito scoprendone un altro, che ovviamente protesta, ricatta e minaccia ottenendo infine gli annacquamenti del caso. Quel che ne viene fuori è un ibrido privo di coerenza e uniformità che renderà ardua, se non impraticabile, l’eventuale gestione del governo, tanto in politica interna quanto in politica estera. Sugli interventi internazionali, ad esempio, le posizioni di Verdi, Rifondazione e Pdci sono distanti anni luce da quelle di Ds, Margherita, Udeur, Italia dei Valori e la stessa Rosa nel Pugno. I primi esigono il ritiro delle truppe dall’Iraq, considerato paese illegalmente occupato, il giorno successivo alla vittoria delle elezioni; i secondi intendono invece rispettare le esigenze del nuovo governo di Bagdad e non vogliono dare agli americani l’idea di una fuga zapateriana. A prevalere è stata quest’ultima posizione che rifugiandosi nelle parole (“il ritiro avverrà nei tempi tecnici necessari”) nulla fa intuire della linea di real-politik che l’esecutivo terrà nei confronti del terrorismo internazionale, dell’aggressività iraniana, della questione israelo-palestinese e, tanto per dirne un’altra, dell’ingresso in Europa della Turchia. Come se questi fossero temi secondari e non viceversa discriminanti essenziali per la scelta dell’elettore. Assodato che la politica estera dell’Unione comincia e finisce con il ritiro dall’Iraq e con la ferma condanna “sia della guerra sia dell’occupazione”, passiamo agli interni, dove la situazione, moltiplicandosi le problematiche, peggiora conseguentemente. I Pacs si faranno ma il radicale Daniele Capezzone annusa puzza di bruciato e lancia avvertimenti. «Bertinotti – dice con la consueta ironia – mi sembra troppo impegnato con Caruso, la fiaccola olimpica e Mastella mentre Pecoraro Scanio non si è accorto che l’accordo sui Pacs è “un sarchiapone asiatico a pelo lungo”. La formulazione raggiunta è infatti tanto incomprensibile da ricordare il famoso sketch di Walter Chiari . Hanno fatto sparire il concetto di coppia di fatto. Si parla vagamente di riconoscimento giuridico senza chiarire se ci sia un timbro pubblicistico». Alla Rosa nel Pugno non piacciono nemmeno i paragrafi dedicati all’istruzione. Prodi, sapendo dei malumori, si è limitato a riferire che “punterà fortissimo sulla formazione e che cambierà in alcuni punti la riforma Moratti”. Annunci generici che Capezzone liquida annunciando che “su 100 lire di denaro pubblico alla scuola, 100 lire dovranno andare alla
scuola pubblica». Come noto la stessa posizione, invisa ai centristi che cercano di accreditarsi presso il Vaticano e la Cei, è ampiamente condivisa dall’ala marxista-ambientalista che con il segretario del Pdci Oliviero Diliberto chiede non meglio specificate modifiche al programma. «Sulle politiche sociali – spiega il Professore – c’è la volontà di agire su due livelli: dare ai nuclei familiari maggiore potere d’acquisto e servizi meno cari, raddoppiando gli asili e istituendo un fondo di garanzia per i mutui alle giovani coppie». C’è poi l’idea di dotare ogni bambino “di un reddito che aiuti la famiglia fino al raggiungimento della maggiore età”. Dove lo Stato, che con l’introduzione dei Pacs avrà prevedibilmente un forte aumento degli esborsi, possa recuperare i fondi necessari alla bisogna, però, il Professore non lo dice e l’impressione è che si tratti di operazioni teoriche, senza reale copertura e quindi praticamente irrealizzabili. Altro che il bonus bebè di mille euro, promesso e concesso dalla CdL! Dovendo opporre qualcosa all’ambizioso piano del Cavaliere sulle politiche abitative, l’Unione ha improvvisato una vaga soluzione che passa dall’utilizzo della “leva fiscale per scoraggiare il nero e per ridurre il carico fiscale sugli affitti». Il governo di sinistra varerà inoltre degli interventi a favore delle donne, ma per capire quali e di che entità siano servirà probabilmente più di una lettura approfondite delle 281 tavole. L’unico tasto sul quale il Professore, nell’illustrazione delle linee guida del suo sempre più eventuale governo, usa toni netti e decisi è l’evasione fiscale, su cui l’Unione “lancerà una lotta feroce” cominciando, si spera, dai fondi dispersi all’estero dalle consorterie di casa. Senza fare considerevoli accenni alle politiche economiche, Prodi ribadisce quindi il progetto di alleggerire il carico contributivo sul lavoro dipendente di cinque punti, misura che Berlusconi ha già definito impraticabile e propagandistica.
Nel programma dell’Unione rimangono, insomma, un’infinità di punti di domanda, alcuni dei quali macroscopici, come quello sulle strategie energetiche. Come affronterà il problema la sinistra: continuando con il petrolio? puntando sul gas? sul carbone? sulle fonti rinnovabili? o aprendo al nucleare? E quali grandi opere realizzerà? Darà davvero il voto agli immigrati e eliminerà i Cpt? E cambierà sostanzialmente la Bossi-Fini? È ovvio che il Professore ha capito che prendere una decisione getta in subbuglio la ciurma esponendo la nave al rischio letale di ammutinamenti. Questo, tuttavia, non lo autorizza a fare come Don Abbondio che usava il “latinorum” per intortare quel paesanotto onesto di Renzo. Il Paese ha bisogno di risposte chiare, realizzabili e semplici e non può concedersi altro regime ideologico che la concretezza. Insomma, se davvero, come scherzosamente ha detto il ministro Calderoli, la filosofia politica dell’Unione consistesse nel “più mortadella per tutti” sembrerebbe già un bel passo avanti. Almeno quelli cui la mortadella non piace, saprebbero per chi (non) votare. Ma è proprio questo che il Professore vuole evitare.
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C’è satira e satira
Pubblicato da Jake su 10 Febbraio 2006
Neri Marcorè, conduttore-comico di varie trasmissioni di Raitre era stato almeno onesto. Tirato per la giacchetta dalla sinistra per essersi permesso di fare ironia sul segretario dei Democratici di sinistra Piero Fassino per la vicenda Unipol, Marcorè si è subito difeso: «La satira? Meglio contro il Polo», ha detto.
«Sono di sinistra, prendo in giro il Governo. Non applico dentro di me la par condicio dell’imitazione. E poi, essere di parte è legittimo».
Inutile parlare peraltro di chi con la sinistra è schierato da sempre e si diverte a fare comicità in «esclusiva» sul Cavaliere o sulla Lega. Dai fratelli Guzzanti al folletto Paolo Rossi, dalla capocomica Dandini alle genialate di Hendel. Un popolo che fa e disfa a piacere senza che nessuno gli chieda conto. Domenica scorsa, invece, su Retequattro è andata in onda la registrazione della serata finale di Miss Padania, a cui hanno partecipato I Fichi d’India. Ma la loro comicità ha dato fastidio, evidentemente non era proprio «allineata». E sì, perché se i Guzzanti si divertono a giocare sui lifting di Silvio Berlusconi o se Umberto Bossi diventa Hannibal, allora tutto va bene. Ma se qualcuno non fa parte dalla scuderia di potere dell’ironia, allora viene subito messo sotto torchio. E non c’entra quello che dice, gli argomenti che tratta per strappare l’applauso. La cosa che conta è se il luogo dove si scatena la risata fa parte dei mausolei della satira… …«ufficializzata»: se si ride all’Ambra Iovinelli di Roma, teatro di riferimento della comicità di sinistra, allora tutto va bene; ma se la battuta arriva da una festa della Lega, allora apriti cielo. Bruno Arena e Massimiliano Cavallari, i due Fichi d’India, sono due discoli per natura, lo si sa da più di dieci anni. Hanno la battuta pungente e nella loro carriera hanno messo sotto la lente dell’ironia più che le persone i modi di dire, le gestualità, gli stereotipi. E per questa strada si sono infilati i due alla festa di Miss Padania.
Ma probabilmente non si sbaglia chi pensa che le critiche della sinistra e di alcuni quotidiani, più che a quello che i due comici andavano raccontando, sono destinate al luogo e al contesto dove sono state pronunciate: all’Ambra Iovinelli sì, alla festa di Miss Padania no. È un esempio di cosa un certo mondo politico intende per libertà di espressione e di satira.
Se le trasmissioni della Guzzanti -forse è meglio stendere un velo sull’ultimo Raiot – lasciano allibiti per il livore dell’autrice nei confronti del «Berlusca», oppure se Luttazzi scarica una raffica di insulti al Cavaliere, giù risate a crepapelle. Non fa nulla se quegli spettacoli anziché di satira grondano di livore personale e aprono la strada a brutte campagne elettorali cariche di rabbia. Naturale poi che non pochi si indignino perché pagano il canone della Rai e si ritrovano inondati di una satira di regime zeppa di turpiloqui catodici.
Ma qui si apre un altro capitolo, quello che punta a scoprire dov’è finita la satira di destra, da contrapporre a quella straripante della sinistra. L’interrogativo se lo era posto addirittura il direttore de l’Unità Antonio Padellaro qualche tempo fa: «L’Unione, quando sarà al governo, si sottragga alla tentazione di promuovere direttori, giornalisti e programmi suoi. Promuova anzi la satira di destra; e se la destra non ce la fa si sottoponga volentieri alla satira di sinistra più corrosiva».
Ma Pietrangelo Buttafuoco la vede male: «La destra», accusa Buttafuoco, «si è chiusa nei confronti del nuovo. Ma se hanno persino cacciato Massimo Fini, che è venerato dal pubblico di destra… Pensare che la satira l’ha inventata la destra. Basta ricordare il settimanale Lo Specchio di Nelson Page; oppure Giò Staiano, cui si ispirò Federico Fellini per la Dolce Vita». In concreto, rimane il fatto che quando a far ridere è la sinistra ci si sbellica di risate, ma quando la comicità arriva da altra parte, allora tutti alle armi. È’ questione di democrazia e di censura, anche con la satira. Ma forse più semplicemente, a chi li critica per essere stati alla festa di Miss Padania, i due Fichi d’India risponderebbero con un salutare “ma va a dà via i ciapp”.
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Vignette: Fini parla chiaro
Pubblicato da Jake su 7 Febbraio 2006
(…) in serata il titolare degli Esteri Gianfranco Fini afferma: «Sto per fare un’accusa grave, ma è a ragione veduta: credo che la Siria oggi rappresenti oggettivamente un pericolo. Mi rifiuto di pensare che in un Paese come la Siria manifestazioni che sfociano in assalti armati a consolati e ambasciate non siano tollerati, o almeno non ostacolati, dalle autorità. Bisogna fare attenzione perché siamo su una polveriera». Non solo. «Stiamo pensando – aggiunge – ad un embargo politico contro l’Iran. Sulla questione dell’armamento atomico non si può transigere. Sarebbe molto grave che un Paese integralista costruisse armi atomiche dopo aver minacciato di distruzione Israele. In questo c’è il dovere all’impegno di tutta la comunità internazionale». (…)
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Le scelte dell’Occidente sulla democrazia e l’odio per se stessi
Pubblicato da Jake su 2 Febbraio 2006
L’Occidente può adottare diverse strategie per affrontare i suoi avversari. Una consiste nel rinunciare a proporre giustizia e libertà come valori universali e concentrarsi sull’obiettivo di garantire la propria sicurezza. (…)Per salvaguardare la propria civiltà, l’Occidente sceglie in sostanza di applicare regole diverse nel resto del pianeta e, rinunciando a estendere ovunque il suo modello, i suoi ideali democratici, la sua capacità produttiva, sull’altro lato del limes deve accettare violenza, miseria e flagelli criminali; (…)L’alternativa, seguita da chi ritiene che nessuna sicurezza valga il sacrificio della giustizia e della libertà e che, comunque, non esista sicurezza reale e duratura senza giustizia e libertà universali, è cercare invece di diffondere nel mondo il proprio modello di civiltà, il che presuppone fiducia nei suoi valori e nelle istituzioni che li tutelano e la convinzione che siano esportabili e condivisibili.(…)Entrambe le strategie condividono l’identico obiettivo di tutelare l’integrità dell’Occidente. Chi ha il compito di decidere come agire, quale delle due scegliere, deve farlo anche alla luce della consapevolezza che esiste un fronte interno antioccidentale dal quale nessun limes può proteggerci: nelle sue varie articolazioni questo fronte, ideologicamente nutrito di analisi, rivendicazioni, e ormai soprattutto di slogan e luoghi comuni, terzomondisti, ecocatastrofisti e femministi, trasversali rispetto agli schieramenti politici, combatte per la destabilizzazione dell’Occidente convinto che il futuro dell’uomo, l’avventura, la libertà, l’ideale siano altrove (…)
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Le radici cristiane europee negate
Pubblicato da Jake su 2 Febbraio 2006
«Nel corso del dibattito sulla laicità, il liberale François Bayrou ha spiegato che lui è cristiano, praticante, e felice che i redattori del Trattato costituzionale europeo abbiano deciso di non menzionare le radici cristiane dell’Europa. Ebbene, io, che non sono né cristiano né credente, sono costernato di fronte a una simile negazione della Storia. […]Per me è un’evidenza da storico: l’Europa è divisa in culture, in lingue, ma poggia su un substrato di civiltà che non si trova altrove».
Aggiungiamo noi, perché il dettaglio è significativo, che la persona costernata è un ebreo. Si chiama Elie Barnavi, storico, come si è capito – insegna all’università di Tel-Aviv -, autore di diversi libri sulle guerre di religione del XV secolo, già ambasciatore d’Israele in Francia. Altro dettaglio interessante, è laburista.
Il paradosso, secondo lui, – qualcuno sentirà riecheggiare una tesi cara a un altro non cristiano, non credente e ebreo, Alain Finkielkraut – è che se da un lato gli Europei negano la Storia, dall’altro essi sono ossessionati dal loro passato. In occasione del sessantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz, i capi di Stato si sono riuniti davanti il campo di sterminio per dichiarare solennemente che l’identità europea è il ricordo di Auschwitz, il “mai più Auschwitz”. Ma il passato dell’Europa non può riassumersi ad Auschwitz, dice Barnavi, che così argomenta: « Bisognerebbe che gli Europei guardino alla loro civilizzazione con gli occhi di uno straniero. Quando si osserva il passato di questo continente, non si può non vedere che l’Europa si è formata per strati successivi di una civiltà condivisa. L’Europa è il frutto di un doppio ricordo: quello dell’Impero romano e quello della Cristianità. (…)
« Le frontiere dell’Europa sono state disegnate dagli ordini religiosi, ma anche dalle università, la grande invenzione interamente nuova dell’Europa. A questo vanno aggiunti i grandi movimenti artistici e un’istituzione sociale importantissima(…): il feudalesimo, che è un’altra istituzione unica che lega con un mutuo contratto uomini di status sociale molto diverso. Senza feudalesimo nel Medio Evo, niente democrazia parlamentare nell’età moderna. Se si sommano tutti questi elementi – il ricordo potente di Atene e di Roma, il cristianesimo latino, il feudalesimo – si ottengono i primi lineamenti di una civilizzazione europea cosciente di se stessa. L’identità europea si completa poi con la lunga nascita dello Stato moderno, a sua volta tributario di un’altra caratteristica di questa civiltà: la distinzione del potere spirituale e del potere temporale».
Elie Barnavi non fa il “cristianista” – alla Ferrara, per intenderci – ma è da europeista che insorge contro gli equivoci su cui si sta costruendo l’Europa. E infatti sa bene che il cristianesimo, di per sé, non sarebbe probabilmente riuscito a inventare la nostra era laica. Basti pensare al diverso esito – il cosiddetto cesaropapismo – che la stessa religione ha avuto nell’Impero d’Oriente, dove Cesare era il vero padrone della Chiesa.(…)
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I due D’Alema
Pubblicato da Jake su 1 Febbraio 2006
“Noi ci sentiamo, con l’Europa, a fianco degli Stati Uniti: non solo perché alleati in un’alleanza che si è cementata nel corso di una lunga storia durante la quale per ben due volte, nella prima e nella seconda guerra mondiale, gli americani hanno versato il loro sangue per la pace e la libertà del nostro continente, ma anche perché sentiamo minacciati ed offesi i valori comuni. Anche allora si disse che la forza non avrebbe aperto la strada alla pace, ma poi è venuta la pace e si è aperta la strada anche alla democrazia”.(…)
Sono (parole) di Massimo D’Alema, anno domini 1999, per giustificare le bombe sganciate dagli aerei italiani su una capitale europea senza alcuna autorizzazione dell’Onu.
(…)Il punto è che ci sono due D’Alema.(…) Il D’Alema western ha dialogato con Richard Perle e Michael Ledeen, ha riconosciuto “un certo fascino avventuroso nell’ideologia neoconservatrice” e ha perfino lodato Bush per aver ribaltato in favore della democrazia la tradizionale dottrina di politica estera della destra americana.(…) Forte dell’esperienza personale in Kosovo, D’Alema ha spiegato che “se si vuole perseguire con successo una strategia di espansione della democrazia e dei diritti umani, questo significa non escludere il tema del ricorso alla forza”.
Poi c’è un altro D’Alema, quello più eastern, più pioniere, più ex comunista.
E’ il D’Alema che con Veltroni e figli è sceso in Piazza San Pietro per opporsi alla prima guerra irachena, quella per liberare il Kuwait su mandato dell’Onu.
E’ il D’Alema che un paio d’anni fa ha detto che gli americani avrebbero portato in Iraq qualche fialetta per dimostrare al mondo che Saddam aveva le armi di sterminio.
E’ soprattutto il D’Alema che nello scorso weekend ha concesso due interviste, una a un blog e l’altra all’Unità, in cui ha spiegato che gli Stati Uniti “hanno pensato di combattere il terrorismo con la politica della guerra, delle torture, delle uccisioni dei civili”.(…)
Secondo D’Alema eastern, Hamas non è un’organizzazione terroristica e ciò che accade in Palestina è una conseguenza dell’occupazione dell’Iraq. (…)
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Tosti sospeso
Pubblicato da Jake su 1 Febbraio 2006
Il Csm ha sospeso dalle funzioni e dallo stipendio il giudice Luigi Tosti, che si rifiuta di tenere udienze dove e’ presente il crocifisso. Il ‘tribunale dei giudici’ ha accolto cosi’ la richiesta del procuratore generale della Cassazione Francesco Favara, che contro il magistrato ha avviato anche l’azione disciplinare. Per la stessa vicenda, il mese scorso Tosti era stato condannato dal tribunale dell’Aquila a sette mesi di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici per un anno.
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