L’Archivio

L’archivio definitivo delle notizie

Archivio per Ottobre 2005

Rapine

Pubblicato da Jake su 31 Ottobre 2005

Quattro albanesi sono stati arrestati dalla polizia di Vicenza nell’ambito delle indagini su rapine in villa. La squadra mobile vicentina ha individuato i malviventi che, lo scorso 24 aprile, avevano rapinato la villa di un’anziana di Vicenza, dopo averla rinchiusa all’interno della propria camera da letto. Il bottino fu di tremila euro in contanti e di vari gioielli.

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Il furto di bambini paga.

Pubblicato da Jake su 30 Ottobre 2005

Il gip di Firenze, Anna Sacco, ha disposto la scarcerazione della nomade romena di 34 anni, bloccata martedì scorso dai carabinieri con l’accusa di aver cercato di rapire un neonato in via Calzaiuoli, come riferito dalla madre ai militari. L’arresto, per il reato di tentato sequestro di persona, è stato nel contempo convalidato.
Il magistrato ha ritenuto credibile il racconto della mamma del piccolo: ma trattandosi di un tentativo di reato, con un’azione in pratica fulminea, il racconto della donna, che ha riferito ciò che ha percepito circa le intenzioni della romena, aveva bisogno di ulteriori accertamenti, non conclusi allo stato delle indagini, che proseguono.
Per il gip, nel caso specifico non sono stati finora accertati gravi indizi e la pericolosità del soggetto. In particolare si è sostenuto che se la nomade voleva rapire il bimbo certo avrebbe avuto bisogno dell’appoggio di un gruppo, ma gli accertamenti disposti non hanno finora rilevato l’esistenza di un’organizzazione. Riguardo alla relazione presentata giovedì dai vigili urbani al pm, in cui si riferisce che la madre aveva parlato loro in un primo momento del tentativo di rapina del braccialetto del figlio, essa è stata consegnata al gip assieme agli altri atti. In sostanza la relazione oggi, nell’udienza di convalida, sarebbe servita a modificare la qualificazione del reato, ma ciò attiene allo sviluppo delle indagini.

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Cofferati ed i no-global ai ferri cortissimi

Pubblicato da Jake su 30 Ottobre 2005

«Dopo l’attacco ai privilegi dei romeni e al monopolio dei lavavetri ora tocca ai centri sociali». Usano il sarcasmo i no global del Tpo, teatro polivalente occupato di Bologna, per rispondere alla linea dura che il sindaco Cofferati sta mettendo in atto nei confronti di alcuni dei centri sociali con i quali il Comune aveva conti in sospeso. Tra questi, lo storico Livello 57, che gestisce un capannone nella periferica zona artigianale della città e per cui è stata annunciata da parte del Comune la disdetta della convenzione. Anzi, se la struttura resterà occupata illegalmente sarà avvisata la magistratura, ha fatto sapere l’assessore all’Urbanistica, il diessino Virginio Merola, ricordando che, dopo sei mesi di trattativa, il Livello 57 ha rifiutato la proposta del Comune di spostare la sede in un’ altra zona della città.
Cofferati ha assicurato che «ci interessa molto la produzione culturale per i giovani, ma dobbiamo farlo cercando un equilibrio nei rapporti. È anche questo un aspetto della battaglia sulla legalità. Sui centri sociali – ha spiegato – non può esserci una condizione di mercato per alcuni e di privilegio o monopolio per altri. Il nostro obiettivo è promuovere condizioni uniformi. C’è un problema di equità che vale per tutti. Vogliamo garantire spazi a chi svolge attività culturali nel rispetto delle condizioni generali: i rapporti con i quartieri e i cittadini che vivono intorno e le condizioni di gestione. Tutti devono pagare l’affitto e le utenze, non può esserci una disparità di trattamento. E in alcuni casi è necessaria una diversa dislocazione per rispetto verso i cittadini residenti».
Il sindaco non ha parlato di sgomberi: «Abbiamo fatto a tutti una proposta, i tempi possono consentire, se c’è una volontà di una sistemazione condivisa, una soluzione. Quello che non è possibile è che esistano condizioni di privilegio per alcuni». Cofferati ha pure criticato, senza nominarlo, il predecessore Giorgio Guazzaloca: «abbiamo ereditato dalla precedente amministrazione una situazione che non voglio nemmeno commentare. Ci sono convenzioni firmate da 250 persone, nemmeno bolognesi, molte delle quali non ci sono nemmeno più». Il Livello 57 respinge le accuse di inadempienza e di morosità e spiega che l’interruzione della trattativa «è dovuta al fatto che la proposta avanzata non ci coinvolgeva nella progettazione dello spazio. Alla richiesta di maggiori spazi pubblici autogestiti, l’amministrazione risponde cercando di chiuderne uno dei pochi esistenti in città e da sempre punto d’incontro di migliaia di giovani di tutta Italia e di tutta Europa. Non ci piegheremo a nessun diktat, a nessun aut aut».
Intanto, i Verdi di Bologna hanno auspicato la ripresa della trattativa («i centri sociali sono una risorsa di creatività»), mentre Rifondazione Comunista si è schierata con il Livello 57. Come nei casi dei lavavetri e dei nomadi romeni sgomberati.

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Droga

Pubblicato da Jake su 30 Ottobre 2005

Blitz antidroga dei carabinieri della compagnia di Mestre che hanno arrestato due pregiudicati albanesi con tre chili di cocaina purissima. L’operazione e’ scattata dopo un’intera giornata di appostamenti nella campagna del veneziano, a Scorze’. I due indagati, sono stati sorpresi mentre disotterravano un vaso in vetro con 6 pani di cocaina. Gli albanesi hanno tentato la fuga ma sono raggiunti dai carabinieri che li hanno ammanettati. La droga avrebbe fruttato circa un milione di euro.

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Prodi non gradisce la domanda e caccia il giornalista della Rai

Pubblicato da Jake su 29 Ottobre 2005

(…)Prodi, sempre più nervoso: «No, guardi, se dobbiamo fare domande su temi regionali specifici, sui quali io non ho alcuna conoscenza, l’intervista non si fa».

Il giornalista passa così all’argomento successivo: «Parliamo di devolution…».

A quel punto gli piombano addosso i due uomini della scorta. Uno l’afferra per il braccio destro, quello col microfono, e lo allontana dalla bocca del Professore. L’altro gli si para davanti, fa muro col suo corpo. Prima stavano alle spalle del candidato premier dell’Ulivo, si erano avvicinati all’inviato lentamente. I testimoni non sanno dire se sono intervenuti spontaneamente o su cenno di qualcuno dello staff di Prodi. A questo punto il giornalista denuncia «l’aggressione », un body guard risponde: «Lei è pazzo!». Ma quando realizza che la scena è ripresa da ben due telecamere, fa qualche passo indietro.

A quel punto interviene il Professore: «È che lei non mi può porre queste domande tipicamente siciliane, regionali» (…)

Vedi tutto l’episodio su orpheus

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Furto di bambini

Pubblicato da Jake su 26 Ottobre 2005

Due donne nomadi hanno tentato di rapire un neonato a una coppia di turisti di Sanremo, cercando di sfilarlo da un passeggino. È accaduto ieri pomeriggio in pieno centro a Firenze. Soltanto la pronta reazione dei genitori ha permesso di evitare il peggio; il padre, che si trovava vicino al passeggino, si è lanciato sul bambino, mentre la madre che era poco distante, si è messa ad urlare richiamando l’attenzione di una pattuglia del nucleo radiomobile dei carabinieri che si è immediatamente precipitata all’inseguimento delle nomadi. Una delle due è riuscita a fuggire, mentre l’altra, una romena di 34 anni, si è gettata a terra fingendo di svenire tra la folla, ma è stata arrestata.

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Cofferati come Silvio

Pubblicato da Jake su 26 Ottobre 2005

Non lo ammetterà mai ma, almeno per un giorno, si dev’essere sentito come Silvio Berlusconi. Artefice dell’impresa di avere sostituito il premier nel mirino dell’artigliera mediatica della sinistra è Sergio Cofferati. L’ex segretario della Cgil, un tempo osannato dalle piazze girotondiste e lusingato da una parte dell’apparato diessino che aveva visto in lui la determinazione e il carisma di un possibile leader, si è messo nei guai esercitando, secondo l’accusa in modo troppo radicale, la propria carica di Sindaco. Ben prima dei tafferugli di lunedì, il Cinese era finito sotto la lente d’ingrandimento dell’intellighenzia comunista e post-comunista perchè reo di aver sventolato la bandiera sbagliata: quella della legalità. L’allerta si è poi trasformata in sgomento allorchè alle parole sono seguiti i fatti: lo sgombero della Fabbrica di Prodi, la questione dei lavavetri e, infine, le ruspe sulle baracche del lungo Reno. Azioni che il pensiero ortodosso della sinistra non riconosce e semmai classifica come volgari espressioni di una politica di destra. E infatti il processo “al compagno che sbaglia” ha già invaso tutti i quotidiani dell’ampio spettro editoriale della sinistra: da ”Repubblica” a “Liberazione” passando per “l’Unità”. Il titolo indiscutibilmente più duro è del “Manifesto” che, per descrivere l’ultima tappa di un viaggio senza ritorno dall’estrema sinistra all’estrema destra, ha trasformato il Cinese nel Cileno alludendo ai metodi del dittatore Pinochet. È andata sul pesante anche “Liberazione” che ha accusato Cofferati di applicare la politica stalinista del potere finalizzato al potere ed è assai curioso notare come nelle sue lotte intestine la sinistra ricorra a frasari e armamentari retorici tipici della destra. Insomma, nella parte di chi dà dello stalinista a Cofferati ci immagineremmo un Berlusconi o un La Russa, non certo il quotidiano del Partito della Rifondazione Comunista. D’altra parte, però, è noto che tra l’attuale sindaco di Bologna e Fausto Bertinotti non corrano rapporti idilliaci. Le vecchie ferite, a sinistra, non rimarginano mai.
Più sfumata ma egualmente significativa è la pagina de “l’Unità”. Sotto un pezzo di nuda cronaca, il quotidiano dei Ds si ipone l’inquietante dilemma:« La legalità è di destra o di sinistra?» aggiungendo, come se peraltro non fosse già abbastanza evidente, che «la linea dura divide gli intellettuali». “Repubblica” sceglie invece la via di mezzo dell’allusione, definendo quel che sta accadendo a Bologna come «la nemesi di un giacobino che punta sulla voglia d’ordine» e sottolineando gli imbarazzi che l’atteggiamento di Cofferati sta creando nel mondo cattolico cittadino. Chi invece rimane, abbastanza in solitudine, dalla parte del Cinese è il quotidiano di Antonio Polito. «L’Unione deve far suo lo stile Cofferati», perchè «senza sicurezza non c’è giustizia sociale». Sottotitolo: oggi tocca a lui, domani a Prodi.
Che altro dire: almeno uno, a sinistra, ha già capito come andrà a finire.

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L’informazione mediatica sull’aviaria è un’astuta trappola americana

Pubblicato da Jake su 26 Ottobre 2005

un mio amico che fa il medico in un ospedale italiano sostiene che gran parte del “terrorismo mediatico” che ci stanno inculcando sull’influenza aviaria (sembra che l’umanità stia per essere sterminata) possa essere creato dagli americani e dai governi occidentali che li sostengono (e dalle case farmaceutiche che probabilmente stanno disperatamente cercando il modo di far contagiare l’uomo, ieri ho visto in TV una strana pubblicità su Farmindustria…), per mascherare tutti i crimini che stanno perpetrando in giro per il mondo.

un tizio di sinistra sul blog di Daniele Luttazzi

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Cofferati e il caos a sinistra

Pubblicato da Jake su 26 Ottobre 2005

Vien quasi da ridere a vederlo così: attaccato dai suoi stessi alleati che non gli perdonano un uso distorto del potere. O meglio “improprio” perché a favore della legalità.
Lui, Sergio Cofferati, che da leader del più popoloso movimento sindacale del Paese (la Cgil) si innalzava a difensore dei diritti dei lavoratori, ora che è sindaco manda le ruspe per sgomberare una bidonville di rumeni irregolari alla periferia di Bologna; chiede di allontanare i lavavetri ai semafori della città e butta fuori dal centro gli studenti in protesta.
Eresie da far infuriare i compagni di Rifondazione Comunista e dei Verdi che vorrebbero tirargli un cazzotto sulla faccia. Se solo qualche giorno fa fossero riusciti ad avvicinarlo sotto il Municipio. E il Cinese, imbarazzato, a minimizzare le scorribande degli incappucciati e a parare i colpi dei colleghi di partito.
Eccola la sinistra delle poltrone. Ecco la classe politica dei seguaci di Prodi e Fassino che stenta persino a governare una città da poco più di 350 mila abitanti. Figuariamoci adesso che sognano addirittura di guidare il Paese. Se queste sono le premesse, chissà che cosa saprebbero regalarci in termini di caos.
Sì, va bene, dirà qualcuno: in fondo Bologna è un caso isolato. Tutto rientrerà nei giusti binari. E’ solo questione di settimane. Intanto la vita amministrativa della città bolognese stenta a decollare e i malumori tra gli stessi governanti crescono d’ora in ora.
Così il “lodo Cofferati” diventa un significativo spaccato dell’Unione di oggi. Dove le tanto pubblicizzate primarie hanno trasformato, legittimandoli, i movimenti spacca-tutto come i no global da strumenti di piazza a soggetti politici. Gli stessi personaggi che, spalleggiati da Bertinotti e Cento («Cofferati si prenda una pausa di riflessione»), violentano verbalmente le scelte dell’ex leader della Cigl su Bologna.
Come dire: in seno alla sinistra ci sono uomini e movimenti eccessivamente antagonisti tra loro per poter condividere decisioni comuni nel bene della comunità.
Ma Cofferati è solo l’ultima parabola in ordine di tempo di un centrosinistra incapace di governare; così nauseabondo, in perenne oscillazione tra due mari: ordine e legalità da una parte, silenzio e complicità agli incendiari di turno dall’altra.
Prima del sindaco di Bologna è toccato al collega di Venezia, Massimo Cacciari, fare i conti con la devastazione di un cantiere del Mose ad opera di un gruppo di no global, capitanati dal leader dei centri sociali, Luca Casarini.
«Un fatto di notevole gravità», un atto «di illegale idiozia», lo aveva definito il sindaco Cacciari. Per poi scoprire che uno dei vandali in azione, un certo Tommaso Cacciari, era suo nipote.
Capita. Ma non dovrebbe mai accadere che in una stessa colazione si debba litigare per il candidato sindaco. Come successo proprio in Laguna. Con l’ex pm Felice Casson, sponda Ds più Verdi e Rifondazione, a gareggiare con Cacciari (il cui fratello Paolo è leader dei comunisti locali), sospinto dalla Margherita in una sfida tutta interna e piena di colpi proibiti.
E come dimenticare il sindaco di Torino Sergio Chiamparino. Non ha condannato gli atti vandalici alla chiesa del Carmine. Sputi e insulti a chi si trovava nei dintorni.
Il diessino è rimasto in disparte. Bello silenzioso. Perché era stato lui, pochi giorni prima, a consentire un corteo che già puzzava di rabbia. Meglio contro la chiesa che sotto il balcone del suo studio in Municipio, avrà pensato il primo cittadino torinese.
Va bene così. Anzi va male, malissimo. Perché se per i governanti della sinistra la legalità è un optional, allora siamo proprio spacciati. Veneziani o torinesi: la musica non cambia.
E i napoletani non stanno certo meglio con la Rosa Russo Iervolino. Da quelle parti impazzano sparatorie e sporcizia ad ogni angolo della strada. Mentre nelle piazze è concesso sfilare al disobbediente Caruso, giusto per vedere che effetto fa scoperchiare un quartiere a suon di bottiglie e bastoni. Adesso il sindaco Iervolino ha pure il fiato sul collo del governatore Antonio Bassolino, pronto a farle le scarpe per quella poltrona. Altra grana di sinistra. Mentre Regione e città vanno a farsi benedire, lasciate al loro incivile destino.
Pessimi amministratori i signori e le signore di sinistra. Gente che confonde la legalità con le molotov.
Come a Genova dove il rieletto sindaco Giuseppe Pericu , ha visto la sua città stuprata dagli anarchici e dagli squatter. Non solo in quelle calde giornate del G8.
Facciamo fatica a ricordare una sua parola di condanna in quei giorni per lo scempio di viuzze e piazze organizzato dai black bloc.
Poi, ravveduto, qualche mese dopo aveva chiesto alla Giunta di dare il via libera perché il Comune di Genova potesse costituirsi parte civile al processo per i fatti relativi al G8. Un gesto di responsabilità contro cui Rifondazione Comunista alzò le barricate finendo per affossare il provvedimento.
Ma come! Stiamo scherzando! Il sindaco di sinistra contro i movimenti no global? Pericu non penserà forse che le vetrine in frantumi e i cassonetti incendiati erano dovuti alle scorribande degli anarchici? E dai, sono state le forze dell’ordine a provocare. Tanto da arrivare all’assurda morte del giovane Carlo Giuliani.
Triste vicenda, come è drammatica la situazione in quelle città governate dalla sinistra. Da Venezia a Bologna, da Torino a Genova, dove è una giunta di centrosinistra a dettare le regole è il caos totale. Una Unione in piena sofferenza tra le rare spinte di legalità di qualche suo esponente e le vibranti illegalità di molti suoi movimenti.
A sinistra sono certi che vinceranno alle prossime elezioni politiche. Anche se tra gli alleati non c’è uno straccio di programma, a dire il vero impossibile da scrivere insieme quando al tuo interno ci sono anime così contrapposte tra loro. Perfino se l’attenzione ricade su un tema delicato e improcrastinabile come la sicurezza dei cittadini. Eppure il rispetto della legalità non dovrebbe essere nè di destra nè di sinistra. Già, è vero: a sinistra quella “parolina” non l’hanno mai sentita nemmeno nominare.
Senza se e senza ma…

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La legalità e la sinistra

Pubblicato da Jake su 26 Ottobre 2005

Gratta gratta, alla sinistra, la legalità non piace. Gli ricorda la stella dello sceriffo e quel fascista di John Wayne. Per un po’ va bene, ma poi non si può fingere tutta la vita. E così se Cofferati sceglie la via del law and order, giù botte. Non in senso metaforico.
Chi guida la rivolta viene in parte dai centri sociali, dai punkabbestia e dagli okkupanti di case e dal mondo dei no global. Ma una buona parte viene dalle aree comuniste non soltanto extraparlamentari. In giunta con Cofferati, c’è Rifondazione Comunista che dai banchi del Consiglio comunale lancia accuse di fascismo all’ex Cinese ridotto a “Cileno” (Pinochet…) sulle colonne del Manifesto.
La stessa scena si ripete a Roma, dove il corteo di protesta contro la riforma Moratti degenera in rissa con tanto di cariche della polizia per frenare le scalmane dei manifestanti. Protagonisti i soliti studenti fuori corso perenne, qualche finto ricercatore, tanti fancazzisti e, soprattutto, gli scioperanti e i manifestanti di professione. Insomma, tutta gente che con la riforma Moratti non c’entrava niente perché la riforma in discussione è rivolta ai docenti e non agli studenti universitari.
Ne ha fatto le spese anche una giornalista di Skytg24 alla quale i “pacifisti” che lottano sempre per i diritti di tutti, che si battono sempre per i più deboli (ma se, poi, non sei d’accordo con loro ti sputano addosso) hanno impedito di lavorare.
A proposito: complimenti al “regime” televisivo tanto sbraitato dalla sinistra, che ha liquidato gli incidenti come se nulla fosse accaduto o come se si trattasse di due-tre pierini. Per non dire delle immagini a corredo dei servizi dove sembrava che fosse colpa della polizia. Skytg24 ha coperto meglio la notizia, bravi.
Ora, la domanda è questa: la sinistra dell’Unione da che parte sta, con le forze dell’ordine o con gli occupanti, i manifestanti, i girotondini? Con chi stanno: con l’ordine o il disordine? Non vale tergiversare: prego, rispondere senza se e senza ma, come siete abituati a dire quando vi fa comodo.
Prodi, Bertinotti, Pecoraro Scanio, Cento, Fassino: da che parte state? Se state con l’ordine, allora certa gente va isolata senza tanti sofismi e distinguo. E diteci chi dà i soldi che vengono girati per finanziare queste “pacifiche” manifestazioni.
Una parola chiara non guasterebbe. Non arriverà, statene certi… L’Ulivo infatti è ostaggio di alcune sue stesse componenti. Nella sinistra di oggi ci sono ancora i germi di chi considerava i brigatisti “compagni che sbagliano”, di chi rifiuterà sempre il concetto di law and order perché all’egualitarismo proletario ci si deve arrivare anche con la violenza.
Del resto è l’Ulivo che ha legittimato, con le primarie, la candidatura dei no global, degli incappucciati, cioè di chi istituzionalizza il mascherarsi per non farsi vedere, per non farsi individuare.
Ma non sono certo gli incappucciati a creare gli imbarazzi più grossi a Romano Prodi: c’è tutta una sinistra che va da Rifondazione ai girotondini, passando per i Verdi, che rigetta la cultura della legalità perché ne dà un’accezione fascista e poliziesca. Lo conferma Bologna dove Cofferati è Tex Willer e «fascista», lo conferma Genova dove il sindaco Pericu si vede costretto a costituirsi parte civile nel processo sugli scontri del G8; Roma, dove Veltroni si ritrova un consigliere di maggioranza che lurida la porta di casa Berlusconi di letame; Napoli, dove il sindaco Jervolino è già stata scaricata dal centrosinistra.
Sicurezza, ordine, rispetto per le regole: a sinistra diventano slogan. Nel centrodestra sono punti fermi. Sia per i connazionali e sia – a maggior ragione – per gli stranieri. Più oltre, sulla Padania, troverete una interessante inchiesta del bravo Andrea Accorsi il quale racconta della penetrazione della ’ndrangheta nel Nord, terra dove venticinque, trenta anni fa non c’era l’incubo della criminalità organizzata. Allora la risposta dello Stato non fu ferma come doveva essere. Oggi il problema si ripropone negli stessi termini con la malavita cinese, con quella albanese, con quella africana che gestisce la prostituzione e con le cellule terroristiche colluse con il fanatismo islamico.
La sinistra non è in grado di dare risposte rigorose e ferme. E quando parla di sicurezza lo fa per motivi di propaganda. Non a caso, a sinistra mal sopportano uno come Antonio Di Pietro unico che convintamente parla di ordine e legalità sapendo tra l’altro quello che dice. Eppure Tonino, per la sinistra, è «uno sbirro», epiteto che, forse, dovrebbe risultare offensivo nei suoi confronti.
Nei prossimi anni, le minacce che arriveranno dalle diverse criminalità obbligheranno il governo centrale a usare il pugno duro contro il riorganizzarsi di bande malavitose sul traffico di interessi illeciti. Si porrà il tema del controllo del territorio, concetto militare che nell’Unione dà fastidio. Così come danno fastidio le cariche della polizia quando queste servono per disinnescare le azioni violente dei manifestanti.
Prodi, per vincere le elezioni, chiederà il voto di chi occupa le case, di chi manifesta menando, di chi rompe le vetrine, di chi infrange l’ordine sociale e la sicurezza delle persone perbene. Ecco perché sarà anch’egli ostaggio dei massimalisti come lo è Cofferati a Bologna
La sinistra ciurla nel manico, ragiona come la canzone di De Gregori: tu da che parte stai, dalla parte di chi ruba nei supermercati o dalla parte di chi li costruisce rubando? Sono fuori dalle regole entrambi. Noi stiamo con la legalità e l’ordine. A sinistra, evidentemente, pur di non stare con la polizia si preferisce stare con il ladro minore.

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E’ esportata, ma è democrazia

Pubblicato da Jake su 26 Ottobre 2005

(…) A quasi tre anni dall’inizio della guerra, è necessario per il centrosinistra italiano un nuovo sguardo sul Medio Oriente e sul mondo arabo: oggi, che lo si voglia o no, quel mondo sta cambiando perché la guerra in Irak inaugura comunque quello che è stato chiamato il “momento americano”, e mette in luce l’assenza di un progetto politico europeo sulle grandi questioni che attraversano quelle società. Certo, si tratta di una “democratizzazione imperiale”, su cui pesano palesi errori: destrutturazione della società irachena attraverso la totale cancellazione del vecchio apparato dello stato legato al partito Baath; percezione comunitarista di quella nazione, per cui la building policy è partita dal presupposto di una società etno-confessionale divisa. (…) Le pressioni esercitate dagli Stati Uniti sulla Siria hanno già ottenuto l’abbandono del protettorato siriano sul Libano; e questo non va separato da quanto è avvenuto in Irak. (…) I radicali, ora prossimi a ricongiungersi al centrosinistra unendosi ai socialisti di Boselli, sono stati i primi in Europa a sollevare il problema della democratizzazione del mondo arabo, come pure in molte altra aree extraeuropee.La Margherita, in un recente convegno su “Islam e Democrazia”, ha iscritto la questione democratica tra le questioni più importanti della politica internazionale del centrosinistra.(…) Mentre la “democratizzazione imperiale” americana ha bruscamente inaugurato una nuova era per i popoli del Medio Oriente, il centrosinistra italiano deve promuovere uno sguardo autentico sulle società civili del mondo arabo, tenendo conto che non si tratta di quelle dei paesi dell’Est: il Libano non è l’Ucraina, e quel mondo oppresso da dittature e regimi autoritari per oltre cinquant’ani – e, prima dai regimi coloniali – non ha avuto il suo Solgenitzin, non ha avuto il suo “Arcipelago Gulag”, non ha saputo denunciare al mondo la barbarie che stava subendo. Certo, non vi è stato un universo concentrazionario come nell’URSS; ma molti hanno pagato personalmente la denuncia dell’assenza di libertà. Inoltre si deve sottolineare che l’Europa raramente ha ascoltato le voci di dissidenza da quel mondo, voci che gridavano l’assenza di libertà.(…) In quest’ottica la questione turca è di fondamentale importanza, perché anch’essa porta a rovesciare tutte le precedenti prospettive; se entrerà nell’Unione Europea, quella della Turchia non sarà una storia a parte ma parte di una storia, la storia ‘Europa.(…)

titolo originale di “La Repubblica”

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Dedicato a chi considera Saddam Hussein un perseguitato e un laico.

Pubblicato da Jake su 25 Ottobre 2005

Trentasette anni fa Haviva Hanuka se ne stava chiusa in casa col televisore spento mentre decine di migliaia di iracheni affollavano esultanti Piazza Liberazione, a Baghdad, per assistere all’impiccagione di suo fratello Naim.
Naim, insieme ad altri tredici iracheni, di cui nove ebrei, era stato dichiarato colpevole di alto tradimento da un tribunale a porte chiuse che li aveva accusati di spionaggio per conto di Israele e Stati Uniti.
Mercoledì scorso Hanuka ha acceso il televisore, nella sua casa di Givatayim (Israele), per vedere l’uomo che ha messo a morte suo fratello seduto alla sbarra, davanti a una corte che potrebbe condannarlo a morte. (…) Il dolore iniziò nel 1967. All’indomani della devastante sconfitta degli eserciti arabi nella guerra dei sei giorni, i cinquemila ebrei che ancora vivevano in Iraq patirono crescenti forme di oppressione da parte di un governo che li accusava di doppia lealtà. Alla famiglia di Hanuka e agli altri ebrei venne proibito di lasciare il paese. La situazione divenne molto peggiore l’anno seguente quando, con un colpo di stato militare incruento, salirono al potere i ba’athisti guidati da Ahmed Hassan al-Bakr e Saddam Hussein. Nel giro di pochi mesi le forze di sicurezza al comando di Saddam rastrellarono una quantità di persone con l’accusa di spionaggio. Quattordici di queste vennero condannate a morte . La loro pubblica esecuzione per impiccagione venne trasformata in una festa popolare, con autobus e treni gratuiti. (…) Fino alla metà del XX secolo, l’Iraq aveva una grande e benestante comunità ebraica. Tuttavia, dopo la guerra d’indipendenza di Israele, la maggior parte degli ebrei iracheni – circa 120mila – lasciò il paese, sia per convinzione sionista sia per paura di rappresaglie. I genitori di Hanuka scelsero di restare e vi rimasero intrappolati per lunghi anni. (…) La morte dei nove ebrei marcò l’inizio di un regime di assoluto terrore che successivamente, nel giro di pochi anni, avrebbe visto la scomparsa di decine di ebrei. Alcuni sarebbero ricomprarsi solo dentro a delle scatole, col corpo fatto a pezzi. Altri vennero trovati dai famigliari all’obitorio. Di altri ancora non si seppe più nulla. “E’ spaventoso pensare a che mostro sia Saddam – dice Hanuka – Hanno così tanto da giudicare sul suo conto. Ma pensare che mio fratello era nelle sue mani e dovette subire le sue torture è ancora una tortura per me”. (…) Fonte: Jerusalem Post

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Abusi sessuali made by ONU

Pubblicato da Jake su 25 Ottobre 2005

“…lungi dall’essere cancellato il problema si e’ addirittura ingigantito. L’estensione del documento era stata affidata ad un organismo esterno e indipendente, Refugees International, le cui conclusioni affermano che lo scandalo degli abusi sessuali su donne locali da parte delle stesse forze di pace inviate a proteggere i cittadini nelle situazioni di conflitto si sta allargando a dismisura.”

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Giù le mani dalla Lega: sono loro i barbari che ci stanno incivilendo

Pubblicato da Jake su 25 Ottobre 2005

La polemica astiosa contro la riforma costituzionale in dirittura d’arrivo, una ferita alla democrazia, la carta calpestata, è segno di svalutazione del linguaggio politico, con le parole che ballano il ballo di San Vito e non significano più alcunché. I critici della riforma puntano prima di tutto sul metodo: bisognava procedere d’intesa tra maggioranza e opposizione. Argomento debole, non solo perché nella scorsa legislatura una diversa maggioranza fece la sua piccola ma ingombrante riforma con lo stesso identico unilateralismo, e se possibile anche più alla svelta. Non è solo questione di precedenti. I tentativi di riformare consociativamente la Costituzione sono tutti falliti, sempre. Commissione Bozzi, nella notte dei tempi, poi commissione De Mita, commissione Iotti, commissione D’Alema: produzione di carte a mezzo di carte, decisione nessuna. E allora? Oltre tutto, c’è un referendum che taglia netto e consente di scegliere, una sorta di appello al cielo che garantisce tutti. E allora?
Nel merito delle scelte fatte. Abbiamo tutti ascoltato tutti i più autorevoli leader di questa scombiccherata ma ormai radicata democrazia politica dire esplicitamente che è meglio se il premier ha la facoltà di revocare i ministri e di sciogliere le Camere. Quest’ultimo è un potere sostanziale già virtualmente in esercizio per consenso unanime, un potere nato nella costituzione materiale con il bipolarismo, specie dopo l’esercizio di una funzione di garanzia da parte di Carlo Azeglio Ciampi, che non ha mai messo in discussione il risultato del voto del 2001 e in ogni momento avrebbe trasformato una crisi di quella o di qualsiasi altra maggioranza formata nelle urne in un rinnovo semi-automatico delle Camere. È il contenuto saliente della riforma costituzionale Bossi-Berlusconi, questa accoppiata di poteri (revoca, scioglimento) di cui potrà godere chiunque governi domani. E allora? È un golpe? Non si potrebbe avanzare qualche argomento più serio?
Bicameralismo. Pare che gli esperti, che di pasticci se ne intendono perché sanno anche come farli in proprio, siano certi che il Senato delle regioni nasce male. Però la fiducia la dà una sola Camera, e una sola Camera fa le leggi, salvo eccezioni e verifiche di interesse regionale. Non è un progresso? Non si andrà avanti in modo più lineare e spedito? Non è un vantaggio per il Paese? Più potere al premier e più potere alle regioni: non è logico bilanciamento, non è un modello politico e istituzionale imperfetto come tutti, ma ragionevole e rispettabile? Organizzazione scolastica, sanità e sicurezza locale in mano alle Regioni: e che è, è la Rivoluzione francese, è la metanoia dello stato, il cambiamento di pelle che fa sanguinare la Repubblica? Via, troviamone un’altra per litigare.
La questione della Lega. È vero, la Lega è spesso impresentabile. Peccato che sia un partito che pensa, e tra i pochi che pensa. Grida, certo, racconta barzellette che non fanno ridere, dà sul teatrino della xenofobia di quartiere, talvolta, e perde spesso l’equilibrio nelle battaglie sui valori, nel linguaggio che usa, in certe scelte ribalde. Ma da quindici anni sono stati loro a individuare il problema, uno stato e una burocrazia e un fisco accentrati e disfunzionali e ingiusti, che penalizzano sia il Nord che il Sud, e a imporre il tema a tutti, a battersi contro quello che è sempre il partito più forte, l’alleanza dei tecnici e dei giuristi e dei burocrati di ogni livello. E tutti hanno accettato che questi barbari ci incivilissero, captando questioni di livello europeo, legate all’evoluzione storica dei sistemi politici, e traducendole in bergamasco. Todos federalistas, si sa. Ma se gli altri, con i congiuntivi a posto, hanno perso fantasia, creatività politica e biascicano formule dell’altro secolo, la Lega non ne ha colpa: quanto alla devoluzione di poteri e alla riforma costituzionale la Lega ha dei meriti, punto e basta, e non riconoscerglielo significa essere molto più cafoni di lei.

Giuliano Ferrara

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L’Iraq ha una Costituzione votata da tre iracheni su quattro. Un trionfo della democrazia e di George W. Bush.

Pubblicato da Jake su 25 Ottobre 2005

Commento a questa notizia:

Il terrorismo continua a colpire l’Iraq, ma la democrazia non cede. Anzi. La partecipazione al voto, nonostante le minacce dei tagliatori di gole, è stata ancora maggiore di quella del primo voto democratico. Ben il 63% della popolazione irachena si è espressa. La Costituzione è stata votata dal 75% dei votanti, un altro schiaffo morale ai terroristi. Emerge sempre più chiaro come sia stato giusto scommettere sul popolo iracheno e la sua capacità di gestirsi democraticamente. Tanto di cappello al “texano ignorante” George W. Bush, che sta perdendo consensi in tutti i sondaggi pur di portare a termine la “missione irachena”. Contro tutto e tutti (non senza commettere errori, per carità) sta vincendo la scommessa irachena: mantenere gli impegni e le scadenze fissate dopo la guerra. Governo provvisorio USA, passaggio di poteri a un governo iracheno provvisorio, elezioni, passaggio di poteri al primo governo democraticamente eletto, stesura Costituzione, approvazione della stessa da parte del popolo e, tra un mese e mezzo, nuove elezioni. Il tutto nonostante il bagno di sangue che coinvolge l’Iraq. Capiamo bene come e perchè i terroristi in Iraq siano scatenati. Probabilmente avevano capito prima di noi che Bush voleva fare le cose sul serio e portare in Iraq cio’ che loro odiano di più: la democrazia.

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Costituzione irachena approvata

Pubblicato da Jake su 25 Ottobre 2005

Il progetto di costituzione irachena è stato approvato con il 75 per cento di sì e il 21 per cento di voti contrari. Lo ha precisato la Commissione elettorale irachena, che ha comunicato oggi i risultati definitivi del referendum sulla costitutione tenuto il 15 ottobre. Il tasso di partecipazione voto è stato del 63 per cento.

Per bloccare la costituzione era necessario che tre province bocciassero il testo con una maggioranza di due terzi. Secondo i risultati, due province sunnite hanno detto no al testo con una percentuale superiore al 66%, mentre quella di Ninive, il cui risultato è giunto oggi, ha bocciato il testo solo con il 55 per cento dei voti.

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Accoltellata per strada

Pubblicato da Jake su 25 Ottobre 2005

Una ragazza marocchina di 20 anni, Fatima Ksis, e’ stata uccisa da un suo connazionale, stamattina, per strada, a Torino. Tra le ipotesi piu’ accreditate dagli investigatori, potrebbe esserci la vendetta perche’ la donna, tempo fa, lo aveva denunciato per violenza sessuale. L’omicida, Noureddine Kahalil, 30 anni, e’ stato arrestato.Dalle prime informazioni, la ragazza e’ stata aggredita mentre camminava. L’uomo l’avrebbe tirata per i capelli e poi accoltellata a morte.

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l’Onu decide di far pressione sulla Siria

Pubblicato da Jake su 24 Ottobre 2005

Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite punta il dito contro Damasco, stando a quanto rivela oggi il quotidiano israeliano ”Ha’aretz” sul suo sito: si tratta del documento messo a punto dall’inviato speciale dell’Onu Terje Roed-Larsen, incaricato di verificare il grado di rispetto da parte della Siria della risoluzione 1559 con cui il Consiglio di Sicurezza chiedeva il ritiro dal Libano. Il rapporto ottenuto dal quotidiano israeliano e che verra’ presentato la settimana prossima al segretariato e al Consiglio di Sicurezza Onu sostiene che Damasco, pur avendo proceduto al ritiro dell’esercito dal Libano, non ha sospeso il proprio intervento militare indiretto e quello, diretto, di intelligence in Libano e rifornisce di armi varie milizie.

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Accattonaggio con minori

Pubblicato da Jake su 24 Ottobre 2005

Utilizzava la figlia di 11 anni per chiedere l’elemosina ai passanti, controllando ‘a distanza’ l’operato della bambina. La donna, D.N., una cittadina romena di 31 anni, e’ stata denunciata dai carabinieri, durante un controllo nei pressi del supermercato Conad di San Lazzaro di Savena, nel bolognese. La donna e’ stata denunciata per impiego di minore in attivita’ di accattonaggio.

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Due milioni di italiani dimenticati per amor di Chavez

Pubblicato da Jake su 21 Ottobre 2005

Hugo Chavez è arrivato a Milano, ha fatto il brillante con Berlusconi, si è incontrato con un’altra figura simbolo della “capitale morale” italiana, cioè Massimo Moratti, presidente dell’Inter e si è incontrato con i compagni alla Camera del Lavoro. Una visita da vip, insomma, degna di cronache rosa. Ma intanto a Milano si respirava un’aria da rivoluzione bolscevica, un po’ come quando i rappresentanti del regime di Lenin andavano ad ammaestrare le masse in Italia, in Francia, in Inghilterra, per chiedere appoggio all’esportazione della rivoluzione in Europa.(…)
A rimproverare la cortesia estrema con cui il leader bolivarista è stato accolto, è stato soprattutto Leonardo Facco, piccolo editore e leader del Movimento Libertario. Distributore del documentario “Cual Revolucion” sulla violenza del movimento bolivarista in Venezuela e la miseria crescente nel Paese, Leonardo Facco commenta: “Di fronte al fallimento del comunismo, del collettivismo, del socialismo e di ogni sua degenerazione politica si sono levate solo poche critiche da parte degli opinionisti e dei media. Chavez è una disgrazia e non a caso è l’idolo dei no-global e dei bertinottiani”

Cosa ne è degli imprenditori che sono andati in Venezuela a investire?
Moltissimi se ne sono andati dal Venezuela dopo che sono stati costretti a chiudere la loro attività. O sono tornati in Italia, o sono andati a vivere in un Paese terzo. Altri rimangono in Venezuela, ma continuano ad avere problemi. Mio padre e mia madre avevano un’impresa con 35 dipendenti e sono stati costretti a chiudere. La compagnia di assicurazione statale (che fa capo alla famiglia di Hugo Chavez), passando sopra tutti i diritti di prelazione per l’acquisto dell’immobile in cui avevano aperto il ristorante, ha acquistato tutto e li ha sfrattati. Ma poi ci sono tantissimi casi di espropri proletari. C’è gente che ha comprato aree agricole anni fa e si è ritrovata con i terreni occupati dai bolivaristi, aizzati da Chavez. E questo accade continuamente anche con le proprietà di immobili nella stessa Caracas. (…)In Venezuela si sta instaurando un regime dittatoriale filo-castrista, con tutte le conseguenze del caso, quindi perdita completa della libertà individuale, economica, personale, religiosa e di parola. Si doveva alzare la voce su queste cose, non vedere Berlusconi che abbraccia Chavez e Moratti che, per i suoi interessi petroliferi, fa l’amico del Venezuela. Non si capisce perché, quando era scoppiata la crisi in Argentina, non si parlava d’altro, mentre con il Venezuela se ne parla solo occasionalmente. In quel Paese ci sono due milioni di Italiani, di prima o seconda generazione. Non contano niente?

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L’Europa presenta il conto alla Turchia

Pubblicato da Jake su 21 Ottobre 2005

Il Partito popolare europeo (Ppe) ha chiesto alla Turchia riconosca lo status giuridico delle altre religioni nel paese. Il Ppe richiede inoltre di promuovere una riforma del pensiero islamico che escluda il conflitto tra le civilta’. I partecipanti al dialogo tra chiesa ortodossa e Ppe sostengono che ‘la prova che la liberta’ religiosa sia divenuta parte integrante della societa’ esige che il governo di Ankara riconosca lo status giuridico delle chiese in Turchia’.

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Operazioni efficaci e mano ferma

Pubblicato da Jake su 21 Ottobre 2005

Pattugliamenti congiunti Italia-Libia in mare e in porti italiani e esteri hanno portato a 612 clandestini fermati e a 5 imbarcazioni sequestrate. E’ questo il bilancio dell’ operazione ‘Nettuno IV’ realizzata dal Ministero dell’Interno finalizzata al pattugliamento aeronavale del tratto di mare che separa l’Italia dalla Libia. All’iniziativa, hanno aderito Cipro, Francia, Germania, Malta, Spagna, Regno Unito, Libia ed Europol.

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Cofferati poliziotto fa arrabbiare i comunisti

Pubblicato da Jake su 20 Ottobre 2005

Sergio Cofferati ha fatto arrabbiare ancora Rifondazione comunista con un nuovo blitz anti-abusivi. Nelle prime ore della mattina sono state sgomberate alcune baracche sul Lungoreno di Bologna, poi abbattute, che erano occupate da zingari.
Si è trattato di un’azione congiunta fra amministrazione comunale, polizia e carabinieri. In tutto sono state allontanate dall’area circa venti persone identificate e messe a disposizione dell’ufficio immigrazione della Questura. Un’azione analoga allo sgombero disposto dallo stesso Cofferati nella primavera scorsa in un’altra area della città, in via Roveretolo: decisione che anche allora provocò critiche all’interno della stessa giunta rossa a partire dalle sue componenti più estremiste. Reazioni che non si sono fatte attendere neppure ieri.
«Da oggi in poi, sulle politiche sociali per gli immigrati, ci sentiamo liberi, di fronte a scelte non discusse e non condivise, di agire autonomamente con nostre proposte rispetto alle azioni da “prefetto” e da “questore” di Sergio Cofferati»: ha il sapore dell’ultimatum il comunicato diffuso da Rifondazione, Comunisti Italiani, Verdi e “Il Cantiere” dopo lo sgombero. E Franco Giordano, capogruppo di Rifondazione comunista alla Camera ha detto di avvertire «un grande senso di amarezza a tristezza», per la decisione di Cofferati.
Di ben altro tenore i commenti leghisti: «Cofferati è meglio di Guazzaloca – ha ironizzato Simone Albertini, segretario cittadino del Carroccio -. Però – ha aggiunto – qualche sgombero non basta. Si tratta di azioni sporadiche che naturalmente condividiamo ma che da sole non servono a risolvere una complessiva realtà di degrado che vede situazioni come quella di piazza Verdi: il problema sicurezza va trattato in maniera organica». E resta il dubbio che Cofferati prenda certe decisioni solo per ragioni di consenso. «È da vedere – ha concluso Albertini – se si tratta di una svolta o se Cofferati si muove solo per tenere buoni gli elettori dei Ds che chiedono sicurezza perchè davvero non se ne può più. L’impressione è che poi il sindaco torni sempre sui suoi passi, anche perchè Rifondazione minaccia di uscire dalla maggioranza».

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Furti con uso di minori

Pubblicato da Jake su 20 Ottobre 2005

Rubavano nei negozi napoletani usando i figli di 5 e 6 anni come “diversivo”: le tre donne sono state arrestate dalla Polizia di Napoli per furto aggravato e l’episodio denunciato dalla questura al tribunale minorile. Le ladre, Rosaria e Filomena Giordano, 41 e 43 anni, e Assunta Castiglione, 28 anni, tutte e tre napoletane e con precedenti penali, erano da tempo ricercate dalla Polizia per una serie di furti avvenuti dal 2004 ad oggi, tutti con la stessa tecnica. Le sorelle Giordano si introducevano nei negozi e, coperte dall’azione di disturbo creata dai figli della Castiglione si impossessavano di tutto quello che potevano. Un’agente fuori servizio del commissariato S. Paolo ha riconosciuto le tre donne e ha deciso di pedinarle, sorprendendole poco dopo a rubare in una ludoteca.

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Negli scontri viene fuori il morto

Pubblicato da Jake su 20 Ottobre 2005

Cinque attivisti del centro sociale Pedro di Padova sono stati condannati in appello a pene varianti dai quattro ai cinque mesi di reclusione in relazione alla morte di Vittorio Petiti, un settantacinquenne deceduto quattro giorni dopo essere stato ferito durante i tafferugli avvenuti in Piazza delle Erbe a Padova tra i disobbedienti e le forze dell’ordine, il 9 marzo 2000. Gli agenti della questura di Padova denunciarono Duccio Bonechi, 32 anni, con l’accusa di omicidio colposo: sarebbe stato lui a travolgere l’anziano, facendolo cadere rovinosamente a terra. I giudici della Corte d’appello di Venezia gli hanno inflitto quattro mesi di reclusione, convertiti in un pena pecuniaria di 4.560 euro, a cui vanno aggiunti i seimila euro per le spese processuali. I giudici hanno fissato in 60 mila euro la provvisionale che Bonechi dovrà corrispondere alla vedova di Vittorio Petiti. Il capo del centro sociale Pedro Massimiliano Gallob è stato invece condannato a cinque mesi di reclusione assieme ad altri tre compagni del centro sociale, Fabio Ninù, Manuel Valerio e Salvatore Pappalardo, per il reato di resistenza a pubblico ufficiale.

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(No) TAV: No telecamere, no party.

Pubblicato da Jake su 12 Ottobre 2005

Cos’è un no global senza le telecamere, senza i taccuini di giornalisti troppo spesso plaudenti e i flash dei fotografi pronti a catturare la manganellata della polizia?
Cos’è Vittorio Agnoletto – tanto per dirne uno, non ce ne voglia – senza un microfono dove poter sfogare tutta la propria frustrazione di martire mancato, di aspirante vittima da sempre incapace di trovare un qualche credibile carnefice?
Sono drammi umani, quelli che mostra in queste ore la Val di Susa dalle parti di Venaus. Ora, saremo anche molto perfidi, ma l’andreottismo che è in noi s’impone: ieri, primo giorno di sciopero dei giornalisti, con inviati e corrispondenti per lo più a riposo, anche gli estremisti del “resistere, resistere, resistere“, quelli che “noi da qui non ce ne andiamo“, i massimalisti del “non abbiamo paura” si sono volatilizzati come neve al sole.
L’annotazione meteorologica non è casuale, perché era davvero una splendida giornata in valle, il cielo terso invitava tutti – tanto più i forestieri anarco-insurrezionalisti in visita pastorale nella zona – a dedicarsi ad allegre scampagnate tra le montagne, a cercar funghi più che lo scontro con la polizia. Eppoi, diciamocela tutta: la galassia no-global aveva ben diritto a un giorno libero (oggi si replicherà?) vista l’ingraditudine degli ottusi valligiani, scioccamente allergici agli atti di becero vandalismo che i “rinforzi” giunti da ogni angolo d’Italia proponevano loro come arma per sostenere le buone ragioni contro l’Alta Velocità.
Così, veniva quasi malinconia a visitare quello che solo qualche ora prima era stato un vero e proprio campo di battaglia: scritte su muri e cartelli, quelle sì testimoniavano il passaggio dell’orda oltranzista, ma per il resto a Venaus era tutto un paesaggio da “Heidi, il tuo nido è sui monti“, disturbato solo da quelle decine di poliziotti impossibilitati ad unirsi alla scampagnata generale e quindi rimasti disoccupati e annoiati a presidio del nulla – al limite di qualche mucca.
Con loro, anzi di fronte a loro, i “resistenti“: ossia una rappresentanza di pericolose massaie locali, di famigerati pensionati e terribili ragionieri, che poi costituisce la nerbatura sana del comitato no-Tav e che, tranquillamente, vuol portare avanti le proprie argomentazioni senza per questo ricorrere alle sassaiole, strumento dialettico invero assai discutibile. Una ventina di persone in tutto, da una parte della strada; quattro volte tanti i poliziotti dall’altra parte: questo era il quadro, rasserenante.
Insomma: cessata la visibilità, chi strumentalizza cerca altre “vittime”a se ne va, a rimanere sono solo i problemi (che in genere la presenza di autonomi & affini ha nel frattempo contribuito ad aggravare). E proprio coi problemi concreti vorrà confrontarsi la delegazione che dalla Val Susa questa mattina partirà per Roma. «Crediamo, speriamo che l’incontro col governo non sia una pura formalità. Vogliamo aprire un tavolo tecnico dove confrontare le posizioni; nel frattempo, non sarà un dramma se al cantiere di Venaus i lavori saranno sospesi, perché la consideriamo una condizione indispensabile, non si può da una parte discutere su come cambiare le cose, mentre dall’altra si prosegue sulla strada sbagliata», spiega Mauro Carena, leader no-Tav. Che ha una dote, a differenza dei massimalisti: ha buon senso e pragmatismo. Il che non vuol dire essere inclini al compromesso, anzi, mantiene le posizioni senza indietreggiare di un passo: «Andiamo a valutare le singole questioni. Siamo certi si possa ottenere lo stesso risultato dell’Alta Velocità in modo diverso; siamo i primi a non volere i tir nella nostra valle e a riconoscere la necessità del transito di merci su rotaia. Ma crediamo si debbano valutare con attenzione le proiezioni sui flussi dei prossimi anni e si debba lavorare per il bene del nostro Paese, non per consentire ai prodotti rumeni di essere più facilmente reperibili…». In altre parole, questa sarà la posizione dei no-Tav: sui principi siamo d’accordo, analizziamo insieme come uscire dall’impasse tenendo conto che non si può chiedere alla Val di Susa d’assorbire tutto il traffico trans-frontaliero dell’arco alpino. Il Carroccio, con Carena, avrà un’importante ruolo nella trattativa.
Un compromesso sarà alla fine possibile? Noi lo speriamo; certo è difficile, ma a Susa e dintorni ci credono davvero.

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La sinistra, l’UCOII e gli immigrati

Pubblicato da Jake su 4 Ottobre 2005

Tutti a votare per le primarie dell’Unione. E’ questo l’appello che Mohamed Dachan, presidente dell’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche associazione vicina ai Fratelli Musulmani egiziani, ha lanciato dal sito internet dello schieramento con a capo proprio Romano Prodi.
Del resto è un’operazione naturale visto l’Unione ha deciso di far votare per le sue primarie «gli immigrati che abbiano compiuto i 18 anni e che siano residenti in Italia da almeno tre anni (dato desumibile dal permesso di soggiorno)». Non solo: spazio anche ai più piccoli. Infatti possono mettere la scheda nell’urna anche «Gli stranieri minorenni residenti in Italia da almeno tre anni che compiranno il 18 esimo anno di età entro il prossimo 13 maggio del 2006» (scadenza naturale della 14 esima legislatura).
L’appello dell’uomo che guida un movimento, considerato in Egitto vicino ai fondamentalisti islamici, lo si trova nel sito della gioiosa macchina da guerra del centro sinistra e in alcuni dei siti arabi che si rivolgono al popolo degli immigrati come www.arab.it che ha messo nella sua home page proprio il link che porta direttamente alle pagine dell’Unione. Ma se nei siti arabi moderati il richiamo è ben presente e ben visibile, il sito dell’Ucoii, stranamente lo ha ignorato, riempiendo invece le sue pagine con le preghiere in vista del sacro mese del Ramadam che tra oggi e domani partirà in tutto il mondo. E così il leader del movimento più duro si dichiara apertamente con Prodi. In realtà l’intervento che si può ascoltare sia in arabo che in Italiano, si avvia con il solito buonismo bipartisan.
«Chi vota a sinistra – dice Dacham – è giusto che vada a votare per le primarie». E’ un opportunità – spiega ancora l’islamico – che «il centro sinistra e l’Unione ci dà anche per imparare la democrazia».
E andar man forte a Dachan c’ è anche la dichiarazione di Khalid Chaouki, marocchino e rappresentante dei musulmani d’Italia.
La dichiarazione è illuminate. «Fratelli migranti, finalmente si vota. E non per scegliere il proprio rappresentante nei consigli comunali senza diritto di voto, ma il candidato premier dell’Unione. Le primarie all’interno dello schieramento di centro sinistra per la scelta del proprio leader ha aperto le porte anche al voto dei residenti da almeno tre anni in Italia senza cittadinanza italiana».
Un’iniziativa apprezzabile – dice ancora Kalid – e «fondamentale per abituare i cittadini e soprattutto la classe politica italiana alla presenza di un nuovo importante target, quello dei migranti». E ancora: «Ora se gli immigrati andranno a votare alle primarie in massa, potranno sicuramente chiedere in cambio maggiori garanzie per una riforma in tempi brevi della legge sull’immigrazione. Livia Turco alcune settimane fa – ha appuntato il marocchino – ha promesso durante un incontro nella grande moschea di Roma, che cambierà la legge entro i primi 100 giorni. In questi giorni è nato un Comitato dei migranti per Romano Prodi, un’iniziativa promossa dal Forum Fratelli d’Italia dei Democratici di Sinistra. Il Forum in ogni città promuoverà il voto dei migranti alle primarie, sarebbe una bella cosa se anche su questo fronte ci sia pluralismo. Da questo punto di vista ben venga un comitato dei migranti per Bertinotti, Mastella, Scanio, Di Pietro e Scalfarotto». Ma se i vertici dell’islam più o meno moderato parlano così, ecco cosa ne pensano in realtà gli immigrati delle primarie dell’Unione nel commento agli appelli. Nour scrive «non ti sempre una vergogna che non c’ è una donna nelle primarie? E criticano noi arabi, altro che Afganistan». E Amal gli fa da eco. «Abito a Rieti come devo fare, alcuni amici mi hanno detto Caro Khalid che è una presa in giro e vero? che non sono validi , che solo una prova in poche parole una bufala».

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San Vittore, la parola alla direttrice

Pubblicato da Jake su 4 Ottobre 2005

Direttrice Gloria Manzelli, in questi giorni il carcere di San Vittore di Milano si trova al centro di vivaci polemiche.
«Ogni tanto, tornano a galla i soliti demoni. Ma non ci meravigliamo: sono sempre esistiti. Non è assolutamente una novità che gli spazi siano insufficienti. Ospitiamo 1389 detenuti, quando la capienza massima del carcere, in condizioni normali, è di 900 posti letto. Sottolineo “in condizioni normali” perché abbiamo un reparto e mezzo chiuso per lavori e i posti si riducono di 150 unità. Poi ci sono le detenute: ne abbiamo circa 130 in custodia quando, invece, i posti a disposizione sono un centinaio scarso. Questi sono i numeri, ma non possiamo fare più di tanto: ogni giorno ci arrivano circa 35-40 detenuti.»
Come li sistemate?
«Bisogna arrangiarsi. Alcuni dormono su brandine di fortuna, altri sono costretti a farlo per terra. In alcuni casi, ci troviamo in situazioni al limite: otto detenuti in celle da due. Poi, dobbiamo stare molto attenti nel combinarli, la convivenza etnica può diventare un problema molto serio. Ci sono alcuni soggetti portatori di malattie infettive, fattore che ci obbliga ad allontanarli dagli altri detenuti. Soprattutto tra i nordafricani c’è la consuetudine di tagliarsi le braccia per esprimere il loro disagio…»
Mi dà l’occasione per introdurre altri due problemi, l’alta percentuale di extracomunitari e le difficili condizioni igieniche.
«San Vittore nasce come istituto deputato a ricevere gli arrestati dalle forze dell’ordine e a gestire tutto l’iter processuale fino alla sentenza. Per questo, la movimentazione giornaliera è altissima e il turn over pesantissimo. Non deve dunque stupire che il 60-70 per cento dei detenuti sia composto da immigrati che vengono arrestati per furto, prostituzione, spaccio di stupefacienti o violenze: la situazione carceraria è lo specchio della nostra società, tanto che l’aumento della malavita in ambienti extracomunitari diventa un problema anche per noi. Algerini, tunisini e marocchini da una parte, slavi e albanesi dall’altra. Ci sono poi i cinesi che, nella maggior parte dei casi non parlano italiano e diventa impossibile comunicare con loro. Non c’è che dire, la situazione non è per niente facile.»
E per quanto riguarda le condizioni igieniche?
«Non si possono lanciare accuse generiche: la sinistra ci gioca su questo. Lamentare genericamente le condizioni igienico-sanitarie è troppo vago: in questo, l’amministrazione è stata molto sensibile e sono state attivate da anni diverse convenzioni con la Regione Lombardia per l’assistenza medico-sanitaria. Accanto ai medici coordinatori, i detenuti possono usufruire di servizi più efficienti di quelli che potrebbe chiedere un libero cittadino. Non sto dicendo che sia tutto rose e fiori: questo carcere risente di una concezione architettonica ottocentesca, troppo diversa da quella odierna. È questo il male di San Vittore».
Per questo si era parlato di chiuderlo e sestituirlo con più istituti fuori Milano. Ma la sinistra ha bocciato questa proposta. Perché?
«Sinceramente non saprei, non ne vedo alcun motivo a sfavore. È anche vero che San Vittore ha un ruolo importante per la sua posizione centrale e vicina al Tribunale. Tuttavia, proprio questa posizione pesa sulla struttura stessa. Bisognerebbe trovare una soluzione, ma (come capita spesso) è più facile criticare e fare presidi piuttosto che costruire qualcosa di nuovo.»
E voi cosa fate nel frattempo?
«Nonostante i problemi, sono soddisfatta di questa struttura. Lavoriamo molto sulla prima accoglienza e sulla riabilitazione: cerchiamo di dare lavoro ai detenuti creando cooperative, corsi di formazione e stage operativi. A questo si aggiungono le attività sportive, il nuovo asilo nido e il “kit di sopravvivenza per i primi giorni che seguono la scarcerazione” che contiene biancheria, materiale igienico, biglietti della metro, alcuni buoni mensa e una scheda telefonica. La sinistra, anziché fare presidi e manifestazioni, dovrebbe accorgersi che San Vittore è anche questo e non solo suicidi e cattive condizioni igienico-sanitarie, problemi che vengono utilizzati solo a fine propagandistico ma che non vogliono essere risolti».

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Magdi Allam: attenzione all’integralismo

Pubblicato da Jake su 4 Ottobre 2005

Dall’Indonesia alla Gran Bretagna, dall’Iraq a Israele, dall’Algeria alla Turchia, è l’apostasia il male dell’islam che scatena il terrore. La radice dell’odio che trasforma una persona in robot della morte risiede nella condanna di tutti coloro che non sarebbero dei «veri musulmani», finendo per legittimarne il massacro. Un male e un odio che hanno messo radici anche in Italia.
Solo all’indomani delle nuovi stragi di Bali si è compresa la gravità di ben 11 fatwe, responsi giuridici islamici, emessi dal «Consiglio degli ulema d’Indonesia» il 29 luglio scorso, in cui si condannano di apostasia i predicatori religiosi «influenzati dal pluralismo, liberalismo e secolarismo», i musulmani che «non considerano le altre religioni come deviate», i musulmani «che sposano gente di altre fedi», le donne che officiano come «imam alla preghiera collettiva», i musulmani che partecipano «a preghiere in comune con fedeli di altre religioni». Una valanga di condanne di apostasia che hanno scatenato sia la caccia ai musulmani riformatori e laici sia una recrudescenza nella repressione della comunità cristiana. (…) Ebbene è un dato di fatto che l’ideologia dello scontro e della violenza religiosa hanno puntualmente fatto seguito all’entrata nella scena politica di forze integraliste islamiche che affermano di incarnare il «vero islam».
Una realtà che ci riguarda assai da vicino. Il sottoscritto è in cima a un elenco di musulmani condannati di apostasia in Italia perché «non è un musulmano», «è un nemico dell’islam». Una condanna che si è abbattuta anche su Omar Camiletti, funzionario della grande moschea di Roma, i cui scritti sono stati esposti nell’ingresso della moschea El Houda di Centocelle, in modo tale che «chiunque entrava, leggendoli, poteva maledirmi». Altro condannato eccellente è Khalid Chaouki, direttore del sito www.musulmaniditalia.com, il cui nome è stato additato al pubblico ludibrio nei sermoni letti nelle moschee di Reggio Emilia e di Trento. Ebbene gli esponenti di questo «partito italiano del takfir », dell’apostasia, sono dell’Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia).
Chiedo a tutte le forze politiche italiane di non sottovalutare queste condanne, a non confonderle con una banale diffamazione. Chiedo che si segua l’esempio degli iracheni che
, dopo aver sperimentato sulla propria pelle le stragi legittimate dalla condanna di apostasia degli sciiti e dei «traditori» dell’islam, hanno introdotto nella nuova bozza di Costituzione un bando esplicito dell’apostasia. Chiedo che si adotti al più presto una norma penale che vieti e sanzioni anche in Italia l’apostasia considerandola l’anticamera ideologica dell’orrore del terrorismo.

Magdi Allam

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La bandiera della pace crea una guerra

Pubblicato da Jake su 4 Ottobre 2005

Rifondazione non guarda in faccia nessuno. Nemmeno la legge e le istanze del prefetto. È battaglia aperta, a Castel Verde, tra il sindaco di Rifondazione, Carmine Lazzarini, e i consiglieri del Carroccio. La disputa sull’esposizione, in Comune, della bandiera della pace sta andando avanti da troppo tempo.
Tutto sarebbe già finito e dimenticato se Lazzarini si attenesse alle disposizioni del prefetto di Cremona, Giuseppe Badalamenti. «Non bisogna meravigliarsi – spiega il capogruppo della Lega Nord, Giancarlo Smerrieri -: d’altra parte Lazzarini è o non è un disobbediente? Ci troviamo davanti a un ideologo portato alle estreme conseguenze».
Il dissidio nasce per la bandiera della pace che da tempo il sindaco espone in Comune. All’interrogazione rivolta al sindaco perché venisse tolta la bandiera, Lazzarini ha ironizzato dicendo che «non si trattava di una bandiera, ma di un drappo». Ironia che qualsiasi vocabolario smentisce dando la definizione di bandiera con (guarda caso) «drappo». «A questo punto – continua Smerrieri – siamo stati costretti a rivolgerci al prefetto di Cremona che ha inviato una lettera al sindaco che sanciva l’impossibilità a esporre la bandiera». Di tutta risposta, Lazzarini ha risposto se intendesse solo negli ambienti esterni o anche in quelli interni. Altra ironia che cela l’intenzione di non voler togliere assolutamente il Drappo della Pace.

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Integrazione si, ma uscire con un italiano no!

Pubblicato da Jake su 4 Ottobre 2005

Ha picchiato la figlia 23 enne perché frequenta un ragazzo italiano. Sarebbe questa, secondo le forze dell’ordine, la motivazione che ha spinto un marocchino, di 46 anni, residente a Cremona da tempo, ad aggredire con schiaffi e calci la figlia davanti alla madre. La giovane è rimasta a terra per molti minuti ed è stata soccorsa sia dai sanitari del 118 che dagli agenti della squadra volante. Anche la mamma della 23 enne ha dovuto ricorrere alle cure dei medici per lo spavento. Per l’uomo scatterà la denuncia davanti alla procura della repubblica.
I fatti sono accaduti nel corso della notte tra sabato e domenica nei centralissimi giardini pubblici di piazza Roma ormai punto d’incontro fisso degli immigrati e, un tempo, invece, punto di ritrovo per anziani e per i bambini cremonesi. Madre e figlia stavano passeggiando in pieno centro e si stavano avvicinando ad un call center frequentato abitualmente da extra comunitari. Arrivate nelle vicinanze del negozio hanno incrociato il marocchino che, molto probabilmente, si era messo sulle loro tracce e che impediva loro di proseguire. L’extra comunitario rimproverava alla figlia 23 enne di intrattenere, oramai da troppo tempo, rapporti sentimentali con un italiano, anzi un cremonese, certamente non vicino alla fede musulmana e con abitudini diverse dalla cultura marocchina. La giovane ha cercato, per l’ennesima volta, di giustificarsi spiegando le sue ragioni al genitori e confermando il comportamento, sempre corretto da parte del ragazzo, nei suoi confronti. L’uomo, invece di ritornare alla calma, ha cominciato ad agitarsi sempre di più e passando dalle parole ai fatti. Ha spinto la figlia e, prima di andarsene, l’ha colpita, in pieno volto, con un pugno. La ragazza è finita così a terra davanti ai tavolini di un bar che si affaccia sulla piazza. Gli avventori hanno immediatamente allertato la polizia di stato e i sanitari del 118. Per qualche istante la ragazza è rimasta a terra dolorante. Anche la madre è stata colpita da malore a causa della violenza dimostrata dal marito. Dopo la reticenza iniziale, la ragazza ha raccontato agli inquirenti i motivi della reazione del padre.

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Droga

Pubblicato da Jake su 4 Ottobre 2005

Disposti in Lombardia 35 arresti di extracomunitari di etnia Rom accusati di traffico internazionale di droga. L’operazione e’ condotta dai carabinieri del comando di Sondrio nell’ambito di un’inchiesta della Procura distrettuale antimafia di Milano. Gli extracomunitari sono residenti in prevalenza a Milano e nel suo hinterland. Sembra che la banda avesse abbandonato altre attivita’ illegali per specializzarsi nel traffico di droga e in particolare di cocaina.

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