L’Archivio

L’archivio definitivo delle notizie

Archivio per Settembre 2005

L’Aborto è un diritto. L’Intelligenza è un dovere

Pubblicato da Jake su 29 Settembre 2005

Tornare a parlare di Aborto mi fa ricordare quel maledetto referendum sulla legge 40. Allora scrissi un post in risposta ai referendari che pur di attaccare gli astensionisti agitavano lo spauracchio “Vogliono cancellare la legge sull’Aborto” per dimostrare che (come poi hanno dimostrato i fatti) Legge 40 e Legge 194 possono tranquillamente convivere.
Il risultato di quel referendum è noto a tutti: 75 Vs 25 ma i referendari non hanno metabolizzato. Invece di prendere atto che la stragrande maggioranza degli Italiani preferisce mantenere la Legge 40 così com’è, dando eventualmente al Parlamento il mandato a modificarla, si sentono vittime di un complotto ordito da barbari clericali baciapile che hanno formato eserciti di incostituzionali astensionisti al solo fine di negare agli Uomini il Sacro dono della Libertà.
Lo si vede oggi guardando il dibattito sulla pillola RU486 dove tornano gli slogan degli Integralisti Laici “Abbiano il coraggio di attaccare la 194 a viso aperto!”. Stessi Slogan …. Stessi concetti della libertà: “(Il feto…) Non ha alcun diritto quando vive, in modo fisicamente parassitario, dentro un altro corpo”

E’ proprio leggendo desolanti post come questo che ho deciso di raccontarvi quello che a stento ho tenuto dentro durante quella folle battaglia (che Dio o chiunque altro la maledica) sulla legge 40 rendendovi partecipi di come io ho vissuto l’aborto di un figlio mio.

Sono stato con questa ragazza (chi essa sia poco conta) per 5 anni. 5 anni travagliati in cui siamo cresciuti assieme e durante i quali io ancora guerreggiavo contro un “sistema” che non mi piaceva semplicemente non partecipandovi. Vivevo di notte lavorando per discoteche come PR e suonando nei locali notturni e negli Studi di registrazione. Non che facessi nulla di male, ma Lei questa cosa non l’accettò mai completamente perchè desiderava un fidanzato più “standard”: videocassetta e pantofole.
Il 1996 dopo uno dei mille tira-e-molla della nostra storia, lei rimase incinta.
Quando me lo comunicò, passato lo choc iniziale, ero l’Uomo più felice del mondo. Ho sempre amato i bambini e l’idea di diventare padre mi faceva toccare il cielo con un dito. Mi resi subito disponibile ad abbandonare la mia vita notturna a favore di un lavoro più tradizionale (non che non si possa essere padri vivendo di notte ma io volevo vivere mio figlio/figlia al 100%) e a diventare “un ragazzo a posto” (che già ero ma diciamo che ero pronto ad indossarne anche l’abito).

Fu con grande sorpresa che appresi dopo sole 4 ore che lei, ben motivata dai suoi genitori, aveva deciso di abortire. Le sue motivazioni erano stupende: “devo finire l’Università” (nel 2002 ancora non l’aveva finita ( n.d.robinik ) ma quelle dei suoi genitori erano pure meglio “Che cosa gli dai da mangiare? I biglietti della discoteca? Gli spartiti?” (da notare che ai tempi guadagnavo più di adesso che sono un direttore commerciale ( n.d.robinik)

Provai in tutti i modi a farle cambiare idea, arrivai a pregarla in ginocchio di portare a termine la gravidanza. Le promisi che una volta nato il figlio sarei sparito dalla sua vita e che mai ci avrebbe più visti. Del resto era anche figlio mio e se invece di essere nel suo utero fosse stato… nel mio ginocchio il problema non si sarebbe posto. Dov’erano finiti i miei diritti?
Niente.
Non ci fu verso di convincerla e quel che vidi e sopportai nei giorni a seguire fu un vero incubo.
Il suo ginecologo, che in quanto obiettore di coscienza non poteva praticare aborti, invece di provare a verificare se era possibile farle cambiare idea come suo dovere per legge, si adoperò nel peggior esempo di Ponziopilatismo “Io non posso, ti do il nome di un mio amico( .
Pochi giorni dopo (violando pressochè tutti i punti della legge 194 che purtroppo allora non conoscevo) assistetti inerme all’operazione che lei, tanto bene, mi aveva descritto “… sono solo poche cellule, l’ho visto nell’ecografia, dura un secondo: entrano con una cannetta aspirano tutto e… zac!” e di quel grigio giorno in clinica ricordo in particolare due cose: La ragazza nel letto vicino al suo che piangeva dopo aver abortito da sola, perchè era evidente che nessuno aveva perchè nessuno sapeva, mentre al mio fianco c’erano i compiaciuti genitori di lei ed un sacchetto giallo con scritto “rifiuti organici” con all’interno del sangue a cui diedi l’ultimo saluto recitando una preghiera che a stento ricordavo dai tempi delle elementari (vale la pena di ricordare che sono ateo).

Qualcuno potrebbe ancora pensare che però alla fine lei esercitò un suo diritto e che fece bene.
Lei non la pensa così.
Pochi mesi dopo, ogni luogo, ogni persona, rappresentava per lei un insopportabile ricordo e così decise di scappare, di andare a vivere a Roma, a 500 km di distanza dai suoi ricordi, lasciando per sempre i compiaciuti genitori (ora meno compiaciuti).
Ma i ricordi, si sa, non ti abbandonano. La rividi anni dopo, piangente, che mi confessò di aver pensato alle cose peggiori e di essere convinta che non si sarebbe mai perdonata. Il suo lavoro (aiuta i bimbi autistici) peggiorava le cose: “Vedo gente con un figlio autistico, che sebbene rischi di averne un’altro autistico, fa il secondo figlio. Ed è felice“… “che diritto ho io di fare un figlio? Io che ho ucciso il mio?“. Le dissi che era venuto il momento di perdonarsi, che nessuno si può condannare per sempre, che ognuno di noi ha diritto ad essere felice. Non la vidi mai più.
Un paio di anni fa mi telefono, annunciandomi felice che stava aspettando quella che ad oggi è sua figlia.

CONCLUDENDO:

Quello che è successo non mi ha reso antiabortista. Considero la legge 194 una perfetta extrema-ratio la cui esistenza è necessaria poichè la sua assenza produrrebbe di peggio. Considero il paragone Shoah/Aborto forzato e sbagliato ma credo che dell’aborto la gente chiaccheri senza sapere nulla.
Credo che l’errore sia stata la cultura generata dalla legge e non la legge. Credo che l’errore sia stato non trasferire consapevolezza e responsabilità… le due cose che con i doveri sono necessarie tutte le volte che si accede ad un diritto.

Vorrei quindi che la gente conoscesse realmente la legge 194 . Vorrei che sapesse che si chiama “Legge per la tutela della maternità” e non “Legge per abortire serene” (magari mi piacerebbe anche che la gente sapesse che non la dobbiamo ai radicali n.d.robinik”).

Vorrei che la gente iniziasse a considerare Diritto anche il diritto alla felicità, il diritto ad essere liberi, il diritto ad essere sufficientemente informati, consapevoli e responsabili dal non doversi trovare nelle condizioni di dover scegliere se accedere alla 194.

Un mondo libero è un mondo in cui il diritto ad abortire non viene esercitato perchè nessuno si trova nelle condizioni di doverlo fare. Questo è quello a cui si dovrebbe tendere, questo è quello che mi piacerebbe.

Ma soprattutto mi piacerebbe che la gente smettesse di dire stronzate

Buona Vita!

fonte

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Ancora attacco alla Spagna, nel silenzio generale sul muro

Pubblicato da Jake su 28 Settembre 2005

Quasi mille clandestini ieri notte hanno travolto il ‘muro’ che separa l’enclave spagnola di Melilla dal Marocco. Trenta i feriti. E’ la seconda volta in 24 ore che immigrati hanno dato l’assalto alla doppia barriera metallica dell’enclave spagnola, e quasi 200 sono riusciti a passare. La nuova valanga ha portato in due giorni ad almeno 300 gli immigrati entrati illegalmente in Spagna per questa via. Il nuovo assalto e’ stato realizzato in modo coordinato e grazie a centinaia di scale.

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Francia minacciata

Pubblicato da Jake su 28 Settembre 2005

Il Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (Gspc), braccio radicale dell’ integralismo armato algerino, ha definito la Francia «nemico n.1». In un comunicato diffuso via internet – secondo una fonte dei servizi francesi – il capo del Gspc, Abou Mussab Abdelouadoud, alias Abdelmalek Dourkdal, ha detto che «il solo mezzo per rendere la Francia disciplinata è la jihad e il martirio islamico. La Francia è il nostro nemico n. 1, il nemico della nostra religione, il nemico della nostra comunità». Nel testo, ostile anche nei confronti del potere algerino, si fa appello a «cacciare l’influenza francese dall’Algeria». Il comunicato è uno degli elementi di cui dispongono i servizi per parlare di rischio terrorismo in Francia, anche se non viene stabilito – dalla stessa fonte dei servizi d’ informazione – un legame con i nove arresti compiuti lunedì nell’ Eure e nelle Yvelines. Le nove persone arrestate – fra le quali due donne – sono tuttora in stato di fermo di polizia. Fra i possibili obiettivi – secondo i servizi – la metropolitana parigina e l’aeroporto di Orly.

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Merlo insulta bossi malato

Pubblicato da Jake su 27 Settembre 2005

Il giornalista chiude così il suo lungo pezzo: «Entrato in scena come un Mangiafuoco, Bossi sta uscendo come una Cenerentola, un povero diavolo che cerca di vendere la propria malattia come l’ultimo dei suoi tappeti».
Un attacco frontale e senza sconti a Bossi malato che in quel momento non può difendersi. Un attacco figlio di una rabbia e di un pressappochismo che esaspera anche il più antileghista italiano. «Non sorprende che Bossi, gran maestro pataccaro anche da impedito, voglia credere di avere optato per il Parlamento di Strasburgo, non come si sceglie una clinica o una casa di riposo, ma per punire Roma ladrona». E Merlo continua: «Il malessere fisico di un uomo, per giunta marginale culturalmente, politicamente e geograficamente, continuerà ad identificarsi con al politica del Paese, sarà il paravento di ambizioni inconfessabili, di inadeguatezze, mediocrità…». Quindi Bossi «diventa razzista» e oggi è «la versione incolta e settentrionale del moralismo anticapitalista di Leoluca Orlando e della sua Rete».

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“Bossi è una bestia”

Pubblicato da Jake su 27 Settembre 2005

Adriana Zarri, teologa del quotidiano il manifesto che domenica ha spiegato i motivi per cui Bossi appariva «in evidente decadimento fisico».
Colpa delle cure, secondo la donna di sinistra: «È stato curato da un medico. Serviva invece un veterinario».

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La Chiesa: “Nessuna ingerenza”

Pubblicato da Jake su 27 Settembre 2005

La Chiesa italiana, per bocca del segretario della Cei, Mons. Giuseppe Betori, rifiuta l’accusa di ‘ingerenza’ rivolta al cardinale Ruini. Anzi, nell’occasione, la Cei riafferma ‘il proprio diritto-dovere di intervenire su temi di grande rilevanza morale come la vita umana, la famiglia, la giustizia e la solidarieta’. Mons. Betori anticipa, in proposito, che i vescovi continueranno ‘a parlare serenamente, come ci chiede il Vangelo’.

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Terroristi in Francia

Pubblicato da Jake su 27 Settembre 2005

Preparavano attentati terroristici, anzi li stavano pianificando: questa la precisazione della procura di Parigi, che sospetta gli arrestati nella retata di ieri mattina in banlieue di Parigi di «volontà di commettere attentati in Francia». Fra loro c’è Safè Bourada, 35 anni, gli ultimi 10 trascorsi in carcere per terrorismo. Uscito, avrebbe contattato Al Qaeda.
L’inchiesta per associazione per delinquere a scopi terroristici, mette sotto accusa il “Gruppo salafista per la predicazione e la lotta” (Gspc), braccio radicale dell’integralismo armato algerino, ormai da molti sospettato di essersi legato ad Al Qaeda. La presenza di Safè Bourada fra gli uomini in stato di fermo accredita questa ipotesi dei magistrati.
Intanto il ministro degli Interni, Nicolas Sarkozy, giovedì renderà ufficiale il nuovo arsenale contro il terrore: pene raddoppiate (da 10 a 20 anni solo per associazione per delinquere), aumento del fermo da 4 a 6 giorni, videosorveglianza capillare, possibilità per i pm dell’antiterrorismo di accedere con più facilità ai dati conservati per le telefonate e i collegamenti a Internet

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Spagna sotto attacco,di nuovo

Pubblicato da Jake su 27 Settembre 2005

All’alba 500 clandestini provenienti dal Marocco hanno dato l’assalto al ”muro” che circonda l’enclave spagnola di Melilla. Un centinaio sono riusciti ad attraversare la doppia barriera metallica del muro ma sono stati comunque fermati e sottoposti alle procedure di identificazione. Gia’ prima dell’assalto erano stati avviati i lavori per raddoppiare l’altezza del muro.

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Iraq: ucciso il n.2 di Al-Quaida

Pubblicato da Jake su 27 Settembre 2005

Il numero due della rete terroristica al Qaida in Iraq, Abu Azzam, e’ stato ucciso nel corso di un’operazione congiunta irachena-americana: lo ha detto il consigliere della sicurezza nazionale Muaffak al Rubaie, precisando che la morte di Azzam e’ avvenuta ieri. ”Siamo riusciti ad uccidere il numero due di al Qaida in Iraq” ha detto Rubaie, secondo il quale l’operazione e’ stata resa possibile grazie alla collaborazione di un informatore. Il blitz, ha detto ancora il responsabile iracheno, e’ avvenuto con un’azione congiunta tra forze irachene e americane che hanno attaccato una casa nella capitale Baghdad. Abu Azzam, considerato il vice di Abu Musab al Zarqawi, e’ con ogni probabilita’ di origine palestinese

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Spagna: più libertà d’aborto = più incoscienza nell’aborto

Pubblicato da Jake su 27 Settembre 2005

Se tra il 1993 e il 2003 il numero di aborti e’ calato nella maggior parte degli stati europei, in Spagna e’ aumentato del 77,7%. Secondo i dati del Ministero della Sanita’ citati dall’Asociacion de Victimas des Abortos, in Spagna si calcolano 80.000 aborti dal 1993, di cui quasi 20.000 solo nella comunita’ di Madrid. Di questi 20.000, il 52% sono praticati a donne straniere: dato forte se si considera che le straniere rappresentano solo il 17,4% della popolazione in eta’ fertile.

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La Francia si pone il problema delle madrasse

Pubblicato da Jake su 23 Settembre 2005

Distinguere i musulmani moderati dai terroristi non è scontato né tantomeno evidente. La questione, sollevata in Italia dalla Lega Nord, sorge anche in Francia, dove il sindaco di Nizza, Jacques Peyrat, a fronte delle richieste di costruire moschee e scuole coraniche, si chiede: come possiamo fidarci dopo gli attentati compiuti dall’11 settembre a oggi?
Peyrat ammette il suo dilemma: secondo le procedure burocratiche il Comune non può rifiutarsi, in via di principio, di concedere un permesso di edificazione di un immobile; ma se quell’autorizzazione fosse poi usata per creare un luogo di incontro di pericolosi integralisti musulmani?
«Mi dicono che esistono due Islam, uno moderato e rispettoso delle leggi repubblicane, l’altro estremista, quello della jihad, che è in guerra» contro l’Occidente, dice il senatore delle Alpes-Maritimes al quotidiano francese “Nice Matin” – ma come facciamo a riconoscere un musulmano moderato da un estremista islamico?».
La distinzione non è immediata, continua Peyrat, «soprattutto quando, al di là delle moschee, si vogliono costruire scuole coraniche a tutti i costi».
«Che si tratti di un’immobile adibito ad abitazione oppure di una moschea, la procedura è la stessa» spiega il sindaco di Nizza che non nasconde la sua preoccupazione sottolineando l’inquietudine dell’«amministrazione comunale, che è anche responsabile della sicurezza pubblica».
«Mi pare rischioso, soprattutto dopo l’11 settembre – aggiunge Peyrat – moltiplicare le “chiese” musulmane. Finché non avremo a che fare con un interlocutore unico e identificato, e non con dozzine di associazioni o imam – conclude -, ritengo che sia urgente aspettare, o almeno avere pazienza».
In Francia sono presenti 1.700 luoghi di culto musulmani – soltanto il 50% sono moschee – e gli imam sono circa 1500. Lo scorso ottobre a Strasburgo è stata aperta una grande moschea mentre a Poitiers i musulmani hanno ottenuto il permesso di costruire una nuova moschea, con tanto di minareto, i cui lavori saranno ultimati il prossimo anno.

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La sinistra “anti-imperialista” invita in Italia i terroristi

Pubblicato da Jake su 21 Settembre 2005

È legato ad Al Qaeda Ahmad Al-Bagdadi: uno dei relatori che avrebbero dovuto intervenire al campo antimperialista organizzato a Chianciano per i primi due giorni di ottobre.
Ad Al-Bagdadi come ad altri personaggi “pericolosi” il ministro degli Esteri Gianfranco Fini ha negato, alla fine dello scorso agosto, il visto d’entrata suscitando un vespaio di polemiche. A conferma dei legami tra il giovane delfino dell’imam sciita Moqtada Al-Sadr: Al Bagdadi, e il netwoork del terrore internazionale ci ha pensato chi, in Iraq, rappresenta, in prima persona, lo sceicco Osama bin Laden; ovvero il feroce Abu Al Zarkawi. È stato lui il terrorista giordano a inviare, attraverso un sito internet utilizzato dai guerriglieri, un messaggio ai suoi plotoni della morte, per risparmiare gli uomini di Al-Baghdadi dalle vendette che lo stesso Al Zarkawi, sunnita, sta consumando contro gli sciiti. Del resto di questa unione tra l’uomo di Al Qaeda e il delfino di Moqtada al Al-Sadr era già assolutamente nota in Iraq, dove un altro sito legato alla guerriglia baathista dell’ex rais Saddam Hussein, aveva spiegato che Al-Baghdadi si era avvicinato velocemente alle posizioni del giordano. Ahmad aveva comunque dato prova di quanto odiasse gli americani nel corso della battaglia di Falluja dove era stato uno dei pochi a tenere in scacco, i contingenti occidentali che stavano cercando di placare la rivolta sciita. Tutto questo gli è valso così il merito di combattente agli occhi di Al Zarkawi. Forse proprio per questo che i Comitati per l’Iraq Libero lo avevano inserito nella seconda sessione dei lavori insieme ad altri uomini di Moqtada al Sadr. Ma della linea politica dell’uomo più vicino a quella del terrorista che non a quella del patriota, si erano accorti anche i 44 membri del Congresso Americano che a fine luglio avevano scritto all’ambasciatore Vento sottoponendo la delicata questione dei visti al ministero degli Esteri. E proprio la Farnesina il 28 agosto, confermando il blocco alla frontiera di Al Baghdad, scriveva che “quegli esponenti politici iracheni invitati a Chianciano sono notoriamente su posizioni radicali – estremiste e non inequivocabilmente ostili al terrorismo. Quattro domande di visto sono state presentate alla nostra ambasciata a Baghdad (precisamente da Jawad al Khalesi, cui fu già rifiutato un visto lo scorso maggio, Ahmed al Baghdadi, Ibrahim al Kubaysi, e da un interprete al seguito)”. “Le domande sono state respinte a tutela della sicurezza nazionale ed europea, in osservanza della normativa italiana e degli accordi di Schengen, in considerazione del fatto – concludeva la Farnesina – che gli attivisti iracheni avrebbero potuto realizzare in Italia attività a sostegno della lotta armata contro il governo di Baghdad, come espressamente paventato dallo stesso ambasciatore iracheno a Roma”.
Ma i comitati per l’Iraq Libero insistono nel voler far entrare in Italia tutti i personaggi già invitati. Nei giorni scorsi hanno chiesto un intervento di Romano Prodi: utile per pressare la Farnesina a ritornare sui propri passi e concedere il visto d’entrata. Ma il professore bolognese dopo aver ricevuto tutto il materiale, ha declinato l’invito. “L’Unione è spaccata su questo tema”, aveva fatto dire qualche ora prima dell’incontro con gli organizzatori dei Comitati.

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Rapine in villa

Pubblicato da Jake su 21 Settembre 2005

Scoperta dalla polizia una banda di albanesi, ritenuti responsabili di rapine in villa in diverse citta’ dell’Italia settentrionale. Eseguiti nella notte 23 ordinanze di custodia cautelare.In carcere anche alcuni italiani che si occupavano della ricettazione dei preziosi rubati. Le accuse sono:associazione per delinquere di stampo mafioso, associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, rapina, tentato omicidio, detenzione illegale di armi.

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ANP accetta aiuti americani, poi condanna l’america.

Pubblicato da Jake su 21 Settembre 2005

Un rapporto pubblicato dal Palestinian Media Watch rivela che, dopo la firma di un accordo con gli Stati Uniti che garantisce all’Autorità Palestinese 50 milioni di dollari di aiuti americani per case e infrastrutture (nella striscia di Gaza post-ritiro israeliano), funzionari della stessa Autorità Palestinese hanno invocato attentati contro i soldati americani, definendo gli Stati Uniti come “un nemico”.

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Via Quaranta: lezioni di arabo sul marciapiede

Pubblicato da Jake su 19 Settembre 2005

Una trentina di bambini fanno lezione di arabo sul marciapiede sotto gli occhi soddisfatti dei genitori: e’ successo oggi a Milano.
La scena si vede stamattina al numero 54 di via Quaranta, sede della scuola islamica del capoluogo lombardo, al centro delle ultime polemiche e ora chiusa.
E’ il tipo di manifestazione scelta dopo l’incontro di ieri con il direttore scolastico regionale e il rifiuto a iscrivere i bambini alla scuola statale.

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Italia e pomodori cinesi

Pubblicato da Jake su 19 Settembre 2005

Il nostro Paese è invaso dal pomodoro cinese. E ancor più dal suo concentrato.
La notizia non è certo nuova. Ma le conseguenze sono sempre più evidenti. Soprattutto in Italia dove la produzione dell’ortaggio rosso sta subendo l’aggressione del mercato cinese.
L’ultimo grido d’allarme arriva direttamente dal Piacentino, una delle aree più importanti del nostro paese nella raccolta di pomodori.
A denunciare una situazione oramai intollerabile è Marco Crotti, produttore piacentino da oltre 40 anni: «Sono quasi tre anni che dobbiamo fare i conti con la concorrenza cinese. Dalle loro campagne, nel solo 2004, sono arrivate qualcosa come 150 mila tonnellate di concentrato di pomodoro», per un valore di 62 milioni di euro entrati nelle casse del Paese asiatico. Numeri che parlano di una vera e propria «invasione». Con conseguenze devastanti per l’industria agroalimentare del Nord che da sola – ricorda Crotti – copre «oltre il 50 per cento della produzione industriale italiana».
In particolare, evidenzia l’imprenditore, i pericoli sono di avere in tavola scatolette di pomodoro con il marchio «made in Italy» mentre invece si tratta di prodotto proveniente dai campi di Pechino, semilavorato in Cina e poi trasportato in Italia e qui «rilavorato, diluito, etichettato e messo in vendita come prodotto nostrano». Il secondo problema è il rischio di perdita del raccolto. I dati parlano chiaro: circa il cinquanta per cento del pomodoro prodotto in Italia nel 2005 rimarrà “per terra” e non verrà raccolto a causa dell’invasione del prodotto semilavorato cinese che – attacca Crotti – ha abbattuto i prezzi, attualmente inferiori del 20%».
«Oggi come produttori italiani diamo vita ad una filiera rigorosa e trasparente per dare al consumatore un prodotto finale di alta qualità. Certificazioni, analisi, investimenti per la tutela dell’ambiente e della manodopera, tracciabilità del prodotto rappresentano un costo enorme per chi produce ma sono anche un sinonimo di salubrità per chi acquista».
Da qui la necessità di avere regole uguali per tutti ma soprattutto l’importanza di difendere e valorizzare il prodotto “made in Italy” attraverso controlli minuziosi e introducendo «l’etichettatura obbligatoria». Solo così – ribatte Crotti – si potranno fare scelte consapevoli e i consumatori premiare chi merita».

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Nucleare, Iran: noi non come Corea del Nord

Pubblicato da Jake su 19 Settembre 2005

La marcia indietro della Corea del Nord sul suo programma nucleare non ha nulla a che vedere con l’Iran, che non cambiera’ la sua linea.Lo ha detto oggi all’Ansa il portavoce della commissione politica estera e sicurezza nazionale del Parlamento di Teheran, Kazem Jalali. ‘Si tratta di casi molto diversi”, ha affermato il parlamentare. ‘Noi – ha sottolineato – assicuriamo che non intendiamo costruire ordigni atomici, loro hanno detto di averli’.

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Nucleare: Corea del Nord tratta

Pubblicato da Jake su 19 Settembre 2005

La Corea del Nord si e’ impegnata, in una dichiarazione congiunta adottata oggi a Pechino, ad abbandonare il nucleare al piu’ presto.
Pyongyang aderira’ anche al Trattato di non proliferazione nucleare.
Con una svolta inaspettata, le delegazioni di sei paesi (le due Coree, Cina, Russia, Usa e Giappone) hanno trovato un accordo a conclusione del quarto round di colloqui.
Inoltre la Corea del Nord e gli Usa hanno promesso di impegnarsi per una graduale normalizzazione delle loro relazioni.

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Rapine

Pubblicato da Jake su 19 Settembre 2005

Dopo i furti, si nascondevano nei boschi e dormivano in un accampamento di tende e sacchi a pelo. E in un bosco è stata scoperta e in parte sgominata dai carabinieri della Compagnia di Merate (Lecco) la banda di ladri che nelle ultime settimane avrebbe firmato diversi colpi in appartamenti e ville della Brianza.
L’altra notte i militari sono intervenuti a seguito della segnalazione del furto di un’auto a Lomagna (Lecco) e poco dopo hanno intercettato sei extracomunitari.
Ne è nato un parapiglia con i ladri armati di bastoni e tirapugni.
Alla fine un romeno di 22 anni, clandestino, è stato arrestato e un suo connazionale trovato poco lontano e già espulso, e sospettato di fare parte della banda.

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Imam e estremismo: al via le espulsioni

Pubblicato da Jake su 19 Settembre 2005

Con l’espulsione di Bouiriqui Bouchta, che da tempo si è autoproclamato imam di Torino, diventano cinque, dal 2003, le espulsioni volute dal ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, «per gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica», di imam sospettati di legami con ambienti di sostegno al terrorismo di matrice integralista islamica. Si tratta di provvedimenti di espulsione che hanno riguardato, tra gli altri, l’imam di Carmagnola, il cui rapporto proprio con Bouriqi Bouchta, era finito al centro delle indagini di intelligence, per il sospetto che, insieme, avessero avviato una campagna di proselitismo per avviare militanti in campi di addestramento siti in Afghanistan.

Il 17 novembre Fall Mamour, alias Abdulkadir Fadlallah, nato nel 1964 a Kaolak (Senegal), ex responsabile della Moschea di Via Baretti a Torino e poi imam della Moschea di Carmagnola, riceve un decreto di espulsione per «gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica». Fall Mamour, noto per le sue dichiarazioni sulla presenza in Italia di militanti islamisti e sui rischi per il nostro paese di attentati di matrice fondamentalista, lascia trasparire una sostanziale condivisione del progetto terroristico di Osama Bin Laden.
L’imam lascia l’Italia scortato dalla Polizia, ma a gennaio del 2004 telefona ad un’associazione che si occupa dei diritti delle minoranze etniche e annuncia che 9.000 africani sono pronti a morire e sono stati iniziati da lui stesso al «patto di fedelta» della Jihad islamica. Poco dopo ricorre al Tar contro il decreto d’espulsione e a dicembre ottiene anche una sentenza favorevole, ma continua con le minacce. L’ultima è del 12 luglio scorso: in un’intervista assicura che «entro sei mesi l’Italia subirà un attacco chimico. É il momento di colpire Berlusconi – dice – e succederà in poco tempo».

Il 22 aprile 2004 è stato espulso verso l’Algeria Hemmam Abdelkrim. Entrato in Italia nel 1994, era già noto quale appartenente al F.I.S (Fronte Islamico di Salvezza) ed era stato arrestato nel 1995 perchè sospettato di mantenere legami con organizzazioni terroristiche di matrice fondamentalista attive all’estero. Il 19 marzo 2004, al termine della consueta preghiera del venerdì officiata all’interno della Grande Moschea di Roma, l’Hemmam parlando dello sceicco Yassin, padre fondatore dell’ organizzazione di resistenza islamica palestinese Hamas, aveva incitato esplicitamente al ricorso alla violenza contro lo Stato di Israele.

Il 16 agosto 2004 vengono espulsi rispettivamente verso il Marocco e la Tunisia Bouhaddou Mohamed, alias Abou Ayoub, imam di Varese, e Snoussi Hassine Ben Mohammed, imam di Como. L’imam di Varese, in particolare, giunto in Italia nel 1989, era all’attenzione dell’intelligence dal ‘94 quando dalle indagini emerse che all’interno della moschea di Varese era in atto un processo di radicalizzazione della leadership, voluto, tra gli altri, proprio da Bouhaddou. E si scoprì così che nella moschea, dove Bouhaddou Mohamed svolgeva le funzioni di guida spirituale, si stava conducendo una mirata attività di proselitismo nel tentativo di reclutare volontari da inviare a combattere la jihad in Bosnia. L’imam di Como, invece, elemento di vertice della comunità islamica della città, finì al centro delle indagini nel ‘97, quando il suo numero di telefono venne trovato nella memoria del cellulare tedesco abitualmente usato da un estremista islamico di origine algerina. E, secondo l’intelligence, i due imam continuano ad avere contatti con ambienti integralisti internazionali.
Solo ieri si è poi appreso che poco più di una settimana, sempre a Como, il ministro Pisanu aveva autorizzato un’espulsione nei confronti di un tunisino, Litayem Amor Ben Chedli, rappresentante dell’associazione culturale islamica della città.
Ma questo potrebbe davvero essere solo l’inizio. Il Viminale, infatti, nella giornata di ieri ha fatto sapere che gli uffici ministeriali «stanno valutando le posizioni di altri cittadini stranieri, per l’eventuale adozione di analoghe misure».

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Rutelli contro i Pacs, zuffa (verbale) con Grillini

Pubblicato da Jake su 18 Settembre 2005

Com’era prevedibile, è scontro aperto, all’interno dell’Unione, sul problema delle unioni civili. Il botta-risposta è arrivato direttamente da Rutelli e Grillini.
Con un intervento sul sito margheritaonline.it, Francesco Rutelli illustra quella che definisce la sua “opinione personale” sulle unioni civili. E cioè niente unioni civili, ma solo assicuare “protezione dei diritti civili degli omosessuali”, offrire a chi vive insieme la possibilità di stipulare i contratti di convivenza solidale di natura privatistica, escludendo in ogni caso i matrimoni gay. Una soluzione che porterà l’Unione a dividersi ulteriormente.
«Il dibattito sulle unioni civili -premette Rutelli – deve servire a fronteggiare e migliorare alcune difficili situazioni sociali e umane, ma non deve diventare un tormentone estraneo alle attese fondamentali degli italiani, altrimenti, chi intendesse farne una bandiera della campagna elettorale si misurerebbe con un consenso ancora inferiore ai referendum sulla procreazione assistita, come confermano i risultati del sondaggio pubblicato (ieri, ndr) da “Repubblica”, secondo il quale 2 italiani su 3 sono favorevoli a regolamentare le convivenze, mentre 7 italiani su 10 sono contrari ad istituire forme matrimoniali o para-matrimoniali per le coppie omosessuali».
Il leader della Margherita, ammantando il suo ragionamento con le migliori intenzioni, riassume in tre punti la sua posizione:
1) Occorre assicurare la protezione dei diritti civili degli omosessuali, anche perché inaccettabili aree di discriminazione persistono nella società italiana.
2) Nella prossima legislatura sarò possibile definire una normativa che regoli i Contratti di convivenza solidale per tutte le persone che intendono vivere insieme, prestandosi mutua assistenza, con beni e abitazione in comune. Si possono codificare simili contratti di diritto privato nel codice civile, in modo da precisare diritti e doveri delle persone che convivono, a vario titolo, incluse le persone omosessuali.
3) È da escludere, per l’indicazione tassativa dell’art. 29 della Costituzione, il “matrimonio gay”, così come altre figure giuridiche che possano introdurre forme simil-matrimoniali.
«Su queste basi -prosegue Rutelli – credo si possa trovare una larga convergenza nell’Unione, e soprattutto presso l’opinione pubblica, risolvendo così alcuni problemi significativi. Oggi consiglierei di riportare subito l’attenzione di tutto il centrosinistra sulle questioni che vengono molto prima nella scala delle preoccupazioni del popolo italiano. Innanzitutto l’economia: ripresa della crescita e della competitività; difesa del potere d’acquisto, poichè milioni di persone faticano ad arrivare a fine mese; miglioramenti dei servizi pubblici; politiche per la famiglia, anche per contrastare la crisi delle nascite che minaccia il futuro del nostro Paese».
La risposta di Franco Grillini, presidente onorario di Arcigay, deputato Ds e autore della proposta di legge sui Patti di civile convivenza, comunemente detti “Pacs”, alla francese, non si è fatta attendere: «Non si cominci a giocare a ribasso. Il Pacs è già una mediazione, al di sotto non c’è la garanzia di diritti». Al leader della Margherita, intervenuto sul tema lanciando l’idea del “Ccs”, contratti privati di convivenza solidali, Grillini replica: «Non so se Rutelli si sia consultato con qualche giurista ma non credo sia possibile garantire diritti come una questione tra privati. Se si garantiscono si devono garantire pubblicamente. Se vado a trovare una persona cara in ospedale e non sono parente – conclude – un contratto privato non mi aiuta». Inoltre, «non è una questione di nome, anche se al nome “Pacs” siamo affezionati. È un acronimo coniato in Francia, dove funziona. Noi che non siamo nazionalisti non abbiamo nulla in contrario ad usarlo anche in italia. Il Pacs è già una mediazione della mediazione, al di sotto di questo c’è solo la rinuncia». E aggiunge: «Noi ci siamo battuti perchè quello dei Pacs sia non il tema, ma uno dei tanti temi di questa campagna elettorale, e perché ci sia una posizione chiara».
Nel campo della Cdl c’è invece chi propone un «registro unico di fatto”, una sorta di contratto matrimoniale, senza però lo scambio delle fedi a patto che si tratti di una coppia eterosessuale. È la proposta lanciata dal presidente della commissione Cultura alla Camera, Ferdinando Adornato. «Premetto -ha spiegato Adornato – che è sbagliato equiparare le unioni di fatto al matrimonio, così come è sbagliato equiparare le unioni di fatto alle convivenze omosessuali. Le unioni di fatto -ha detto – sono momenti di amore che corrispondono a un progetto di vita. Per questo credo che possa essere istituito un registro delle unioni di fatto eterosessuali. In altre parole, chi desidera dire alla comunità che c’è un rapporto quasi matrimoniale tra una coppia etero senza però che il matrimonio sia stato celebrato allora ci si potrebbe rivolgere al registro unico di fatto e firmare una sorta di contratto«. È lo stesso Adornato a sottolineare che si tratta solo di una proposta «che va approfondita ulteriormente».
Anche Francesco Cossiga ha detto la sua con un articolo pubblicato sul quotidiano Il Riformista. «Non sono rimasto sorpreso – scrive – della proposta formulata da Prodi in materia di riconoscimento giuridico delle coppie anche non eterosessuali. Essa -prosegue- è certo dettata anche dall’opportunità di rendere forti e certi i rapporti tra il leader e la sinistra radicale, per domani meglio fronteggiare il naturale “assedio” diessino e della Margherita cui sarà costretto, ed anche per raccattare voti nel mondo dei non eterosessuali, dei Verdi e dei contestatori globali, come troppo brutalmente gli è stato rimproverato dall’Osservatore Romano».

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A 14 anni guida in autostrada

Pubblicato da Jake su 18 Settembre 2005

Quattordici anni appena, una serie di piccoli furti alle spalle, e già in grado di guidare un’auto in autostrada: un ragazzino romeno è stato sorpreso venerdì pomeriggio da una pattuglia della sottosezione di polizia stradale di Porto San Giorgio al volante di una “Renault 19”, ferma nella piazzola di sosta Conero Est, a Numana. Gli agenti, impegnati in una serie di controlli contro i furti negli autogrill, non credevano ai loro occhi. L’automobilista baby era in compagnia di un sedicenne, probabilmente suo fratello o suo cugino, come lui senza documenti, e di un terzo connazionale di 25 anni, l’unico con un regolare permesso di soggiorno ma a quanto pare non un loro parente. Tutti vivono a Torino, e forse stavano tornando a casa. Che il ragazzo non fosse in età da patente di guida i poliziotti (coadiuvati poi dal Nucleo operativo autostradale) l’hanno capito subito. E del resto i precedenti dei due ragazzi, identificati grazie alla banca dei dati dattiloscopici, fanno ritenere che entrambi vivano già ai margini della legalità. Fra l’altro il tagliando dell’assicurazione dell’auto, regolarmente intestata ad un italiano residente a Verzolo (Cuneo), è risultato contraffatto. Adesso i due ragazzini sono stati affidati al sindaco di Numana e ai servizi sociali del Comune, mentre la procura dei minori dovrà occuparsi del loro stato di minorenni stranieri abbandonati in Italia. La Renault è stata posta sotto sequestro.
Erano romeni, tutti clandestini, anche gli 11 componenti di un commando, che è stato bloccato dai carabinieri mentre si accingeva a compiere furti e rapine in case e borghi isolati del Mugello. La banda era in possesso di coltelli di genere proibito ed arnesi atti allo scasso come tronchesi, scalpelli e mazze ferrate. I romeni erano a bordo di due Ape Piaggio e sono stati fermati l’altra notte intorno alle 3,30 nella zona di San Godenzo. I militari della compagnia di Pontassieve hanno individuato i clandestini mentre transitavano sulla statale 67. Insospettendosi per l’orario insolito, hanno fermato i due motocarri e hanno scoperto la banda. Controllando i mezzi, i carabinieri hanno trovato otto rumeni nascosti sotto coperte. Tre di loro, fra i 19 e i 21 anni, sono stati arrestati per non aver ottemperato a provvedimenti di espulsione dall’Italia. Tutti denunciati gli altri connazionali. Gli arrestati saranno giudicati con rito direttissimo.

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Le case popolari agli italiani,dice la Lega. Nel frattempo arriva la circoncisione di stato.

Pubblicato da Jake su 17 Settembre 2005

«La legge sulle case popolari non si tocca. Ridurre da tre ad appena un anno di residenza il requisito per poter accedere all’assegnazione degli alloggi di edilizia popolare per gli immigrati extracomunitari significa, di fatto, precludere ai piemontesi e agli italiani la possibilità di vedersi assegnato un alloggio. Come al solito, nella graduatoria delle priorità, per la sinistra i piemontesi vengono sempre ultimi»: è durissima la reazione del capogruppo della Lega Nord in Consiglio regionale, Oreste Rossi, alla proposta del vicepresidente del Consiglio regionale del Piemonte, il diessino Roberto Placido, di rendere più agevole l’accesso agli alloggi di edilizia popolare per i cittadini extracomunitari.
«La Lega – prosegue Rossi – ha fatto una dura battaglia nelle precedenti legislature per arrivare a una legge, quella attuale, che, pur non soddisfacendoci completamente, ha almeno posto dei paletti: possono accedere agli alloggi solo gli immigrati extracomunitari che risiedono in Italia e svolgono un’attività lavorativa da almeno tre anni, un tempo minimo che, per lo meno, possa dare garanzia che gli alloggi vengano destinati a immigrati che lavorano onestamente e pagano le tasse. Un anno non è sufficiente a fornire le stesse garanzie ed è troppo discriminante per i nostri cittadini. E meno male che Bresso voleva aprire un dialogo con l’opposizione: per noi della Lega, se va avanti questo provvedimento, non solo la porta è chiusa ma è l’inizio di una guerra».
«Per quanto riguarda gli zingari – prosegue Rossi – non mi pare un’idea tanto felice creare ghetti ristrutturando, a spese della Regione, cascine e aree dismesse. Se la vita degli zingari nelle case popolari non è conforme alle loro esigenze, non è un problema della Regione: si accomodino pure fuori. Quelle case verranno assegnate agli anziani che non arrivano a fine mese, o ai cassintegrati che non si ricollocano nel mercato del lavoro».
Un altro problema, oltre a quello delle case popolari, fa molto discutere in Piemonte. La Regione guidata dalla Bresso, infatti, dovrebbe inserire la circoncisione fra i servizi sanitari offerti dalle proprie strutture pubbliche. A chiederlo sono i Ds, e l’assessore regionale alla Sanità, Mario Valpreda (Prc), si è già dichiarato d’ accordo. A eseguire l’intervento sui circa mille bambini musulmani che si stima vi vengano sottoposti ogni anno in Piemonte, saranno i chirurghi dell’ospedale infantile Regina Margherita di Torino. I costi, che Valpreda sta sottoponendo a verifica, dovrebbero risultare contenuti perchè l’intervento viene eseguito ambulatorialmente. «Una Regione civile – ha sottolineato il consigliere regionale diessino Nino Boeti – non può permettere che una operazione chirurgica che fonda le proprie radici nelle credenze religiose di popoli che vivono in Piemonte venga lasciata alla clandestinità. Permettere agli immigrati di rivolgersi alla struttura sanitaria regionale anche per questo intervento è il modo migliore per favorire la loro integrazione. Ma soprattutto, così facendo si eviteranno fatti gravi come quello accaduto pochi giorni fa a Padova, dove una madre nigeriana ha seriamente ferito il figlio con un tentativo di circoncisione malamente eseguito».
La proposta dei Ds, ha commentato il presidente dell’Unione Araba di Torino Franco Trad, «è il segno di una vera volontà di dialogo. Gli immigrati arabi presenti in Italia – ha osservato – appartengono a ceti debolissimi, e non hanno i mezzi per rivolgersi ai medici privati. Il risultato è che i bambini vengono circoncisi nella clandestinità in condizioni igieniche precarie, a meno che i genitori possano permettersi di rientrare nel paese di origine per l’intervento. Inserire la circoncisione nei servizi della sanità pubblica – ha concluso – sarebbe un messaggio nella direzione dell’integrazione». La richiesta è appoggiata anche alla comunità ebraica torinese.

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Le imprese e gli immigrati

Pubblicato da Jake su 16 Settembre 2005

Anche le aziende si ribellano all’invasione. Secondo la Camera di Commercio di Milano, infatti, le imprese sarebbero poco favorevoli allo sviluppo di scuole dedicate e adatte agli immigrati (5,3%), ancora meno chi vorrebbe incoraggiare la costruzione dei luoghi di culto (2,3%). Poco più alte le preferenze di chi vorrebbe far accedere gli stranieri al voto a livello locale, (7,2%). Vince il pugno di ferro: combattere con misure severe e pene forti gli ingressi illegali (38,7%) ed esami di lingua e cultura a chi vuole stare nel nostro paese (24,5%). Emerge dall’indagine condotta sulle imprese italiane e europee nell’ambito del progetto “democrazia elettronica” della Camera di commercio di Milano su 1.200 imprese italiane e un centinaio di imprese di alcune capitali economiche europee in Francia, Germania, Regno Unito e Spagna.
Perché uno straniero? La maggior parte delle imprese italiane (57,6%) e europee (60,4%) annovera al proprio interno lavoratori stranieri, ma i motivi della scelta divergono. Nel Belpaese si assume un non italiano perché accetta lavori che qui non si vogliono più fare (24%) e perché garantisce disponibilità (13,5%). Sensibile anche la quota relativa al minor costo, 4,9% a fronte del 1,1% italiano. Per quando riguarda i servizi garantiti per favorire l’integrazione, le strade italiane e europee divergono nuovamente. Nel nostro Paese si aiuta per la ricerca di un’abitazione (8,8%) e sul riconoscimento delle feste (8,1%). Un dato inferiore al dato europeo, dove l’aiuto per la ricerca di un’abitazione sale al 11,1% e il riconoscimento delle feste scende al 4,9%.
I Paesi “più integrati”. Nel nostro Paese i sudamericani prevalgono per affinità di cultura/tradizioni (10,2%) e lingua (9,5%), ma anche di religione (6,7%). Dall’Europa dell’Est si apprezza l’affinità di cultura/tradizioni (13,5%) e la formazione professionale (8,3%), così come costanza ed efficienza (6,3% e 5,1%). Dall’Africa (8,2%) e dall’Asia (6% con la Cina al 7,3%) perché lavorano di più, dal Nord America per la formazione professionale (6,5%).
Per una maggiore integrazione. Per aiutare l’integrazione in Italia si punta prevalentemente a combattere gli ingressi illegali (38,7% contro il 27,2% in Europa). Significative anche le percentuali di chi propone esami di lingua e di cultura locale (24,5%)

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Immigrati e istruzione: si profila la crisi

Pubblicato da Jake su 16 Settembre 2005

Si allunga la lista delle scuole pubbliche “straniere”.
Se a Milano una madrassa islamica viene chiusa dal Comune, spuntano i casi di Rovigo e Vicenza. Ma a guardare le cronache di questi giorni l’invasione “scolastica” si allarga a macchia d’olio.
Questa volta è il turno di Prato, dove una classe è interamente composta da bambini stranieri.
Intanto basta guardare i numeri per capire che la situazione rischia di sfuggire di mano.
Per quanto riguarda il Veneto la situazione più critica è a Vicenza, dove nell’anno scolastico 2003/2004 gli stranieri iscritti nelle scuole sono stati 8.693. A seguire nella “classifica” Treviso con i suoi 8.123 ragazzi non italiani, terza Verona con 7.788 e Padova con 5.446.
Situazione perfino peggiore in Lombardia dove, secondo il ministero dell’Istruzione solo a Milano nell’anno scolastico passato ci sarebbero stati 35.241 studenti con cittadinanza non italiana, pari al 40% della popolazione scolastica straniera regionale che si è assestata ad oltre 88mila unità (il 7% degli studenti). Il record in percentuale va a Mantova, dove i ragazzi stranieri iscritti negli istituti sono stati il 10,9%.
Già nel maggio scorso l’ufficio scolastico lombardo prevedeva l’utilizzo di altri 150 docenti ad integrazione dei 130 già presenti per insegnare la lingua italiana agli stranieri.
Insomma, la situazione è grave. Così capita che mentre a Rovigo la piccola scuola di Villanova Marchesana è in mano ai rom, a Vicenza i genitori denuncino la situazione ormai drammatica in cui versano gli istituti: i troppi stranieri causano il rallentamento dei programmi. Ma veniamo a Prato, dove all’istituto Marco Polo c’è qualcosa di eccezionale: una prima elementare, l’unica, tutta composta interamente di bambini stranieri. Cinesi ma non solo nella classe multietnica di 19 scolari – nessun italiano – provenienti da cinque diversi Paesi. Nove vengono dal Dragone, 3 provengono dal Marocco, 2 dall’Albania, 1 è romeno e 4 sono pakistani. Tra loro anche chi non parla neppure l’italiano, prova ulteriore che in questo caso sarà difficile concludere il programma scolastico.
«La mia compagna di banco è cinese, ma parla l’italiano. Ci sono però due bambine che proprio non lo capiscono e non lo parlano». Manal, 6 anni, marocchina, grembiulino nero e zainetto rosa sulle spalle, non si fa pregare quando gli adulti le chiedono, incuriositi, come è stato il suo primo giorno di scuola.
Alcuni sono nati in Italia o comunque hanno frequentato la scuola materna a Prato, altri sono appena arrivati dal paese di origine. Una classe particolare, nata per caso: «Non è stato un fatto voluto ma già dalle preiscrizioni di gennaio si era delineato questo panorama – spiega la direttrice della scuola, Cristina Baldi -. L’unico bambino italiano che si era iscritto in quella classe ha poi deciso di andare in un’altra scuola, ma e’ comprensibile».
L’istituto comprensivo è piccolo, ha una sola sezione di prima elementare e non offre il servizio del tempo prolungato: «Questi sono i motivi per cui ci sono pochi bambini, tutti stranieri perché sono soprattutto cittadini extracomunitari a risiedere in questa zona del centro», spiega la direttrice.
I bambini nei loro grembiulini entrano un po’ assonnati alle otto della mattina al suono della campanella, ma quando escono alle 13 sono pieni di entusiasmo: «Abbiamo disegnato e giocato, poi ci hanno portato a vedere una classe dei bambini più grandi», racconta Manal, che è nata in Italia da genitori entrambi marocchini.
Solo due scolaretti in tutta la classe sono completamente digiuni di lingua italiana, mentre gli altri se la cavano: «Anche il mio compagno di banco è cinese – aggiunge Ahmed, accompagnato dai genitori insieme ad altri tre fratelli – però ci capiamo».
La scuola ha chiesto l’intervento del Comune e del centro servizi amministrativi: «Questo – dice la responsabile – è un caso limite di un trend che, se dovesse continuare, richiede un intervento concertato perché non si creino isole all’interno del mondo scolastico, ma sia garantita sempre varietà e integrazione».
Anche per l’assessore alla Multiculturalità Andrea Frattani la I/A elementare Marco Polo è solo la punta di un iceberg: «È un caso limite, ma nei fatti la presenza straniera da tempo è assai elevata: siamo di fronte alla scuola della multiculturalità che è una realtà non solo a Prato».

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Nucleare: Iran irriducibile

Pubblicato da Jake su 16 Settembre 2005

L’Iran non solo intende continuare nello sviluppo di una propria tecnologia nucleare, ma è pronto anche a condividerla con altri Paesi musulmani. L’annuncio, fatto dal presidente Mahmud Ahmadinejad a New York, dove si trova per l’Assemblea generale dell’Onu, sembra destinato ad aumentare le preoccupazioni dell’Occidente sul programma atomico della Repubblica islamica. Ahmadinejad ha manifestato le intenzioni del suo Paese durante un incontro bilaterale con il primo ministro turco, Recep Tayyp Erdogan.
«La Repubblica islamica – ha detto – non intende dotarsi di armi di distruzione di massa e, tenuto conto dei bisogni dei Paesi islamici, siamo pronti a trasferire know-how nucleare a questi Paesi». Ahmadinejad ha avuto incontri anche con i leader di Kuwait, Libano, Giordania e Cile.
A margine del vertice mondiale che apre la sessione dell’Assemblea generale, un’intensa attività diplomatica è stata avviata da un lato dall’Iran e dall’altro da Usa, Francia, Germania e Gran Bretagna per cercare di ottenere consensi alle rispettive posizioni sul braccio di ferro in corso.
Americani ed europei hanno manifestato preoccupazione per la decisione dell’Iran di riavviare, all’inizio di agosto, un impianto ad Isfahan per la conversione dell’uranio, ultimo passo prima dell’arricchimento. Il lavoro in questo sito era stato sospeso in precedenza in base ad un accordo con il trio europeo nel novembre 2004.
Della questione si parlerà nella prossima riunione del Consiglio dei Governatori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), che si aprirà a Vienna il 19 settembre. E in quella sede gli europei potrebbero unirsi agli Stati Uniti nel chiedere il rinvio del caso al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che potrebbe decidere sanzioni nei confronti di Teheran. Contro la posizione di Washington si schierano invece la Russia e Paesi in via di sviluppo, oltre che il direttore generale dell’Agenzia, Mohammed ElBaradei.
Fonti diplomatiche occidentali ammettono che al momento sono contrari ad una tale decisione la stessa Agenzia e diversi Paesi non allineati che fanno parte del suo organismo direttivo. Nonostante la prospettiva di un irrigimento della posizione europea, l’Iran afferma di non volere retrocedere dalla decisione di riprendere la conversione e di dotarsi di un ciclo per l’arricchimento dell’uranio.
«Abbiamo deciso con fermezza -ha sottolineato Ahmadinejad – di usare questa tecnologia per fini pacifici nella cornice del Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), delle regole internazionali e della cooperazione con l’Aiea». Tuttavia, anche ieri, commentando le ultime dichiarazioni del presidente iraniano, un portavoce del ministero degli Esteri britannico ha sottolineato «la mancanza di fiducia nel programma nucleare iraniano», ricordando il fatto che per quasi due decenni la Repubblica islamica vi ha lavorato in segretezza.
L’Iran ha già goduto di una cooperazione con un vicino islamico, il Pakistan, nello sviluppo del suo programma. Ora il suo obiettivo è di arrivare a costruire centrali che producano 20mila megawatt di elettricità, rispetto ai mille megawatt del reattore di Bushehr, sul Golfo Persico, l’unico finora realizzato, con la cooperazione della Russia, che dovrebbe diventare operativo nel 2006 dopo anni di ritardi.
Ahmadinejad, che nei giorni scorsi aveva detto di essere arrivato a New York con «nuove proposte» per cercare di risolvere la contesa con l’Occidente sul nucleare, dovrebbe affrontare l’argomento in un intervento che farà sabato davanti all’Assemblea.
La questione nucleare iraniana è stata affrontata da George W. Bush nel recente incontro avuto con il presidente cinese, Hu Jintao.
Il sottosegretario di stato per gli affari politici, Nicholas Burns, ha definito l’Iran «probabilmente la questione più importante discussa a margine» dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York.

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I problemi dell’integrazione raffazzonata e buonista

Pubblicato da Jake su 15 Settembre 2005

Un altro esempio di integrazione mancata arriva dalla provincia di Rovigo, dove una scuola elementare a causa la elevata presenza di alunni nomadi, piano piano si è svuotata degli alunni italiani, lasciando sui banchi solo i rom. Questo è accaduto a Villanova Marchesana, un piccolo comune di 1200 abitanti in provincia di Rovigo, dove a forza di concedere case popolari ai nomadi da parte del comune, con la conseguente alta presenza di giovani rom nelle scuole elementari, i genitori degli alunni italiani hanno deciso di mandare i loro figli a studiare in un’altra scuola. Precisamente i figli si sono iscritti nel vicino istituto di Crespino, lasciando a Villanova “solamente” diciotto alunni rom. I motivi di questa decisione? L’impossibilità da parte degli alunni italiani di continuare a studiare fianco a fianco dei nomadi, stanchi di dovere “attendere” i loro tempi di apprendimento, più lunghi a causa delle difficoltà di comprensione della lingua. Ma forse le motivazioni reali non si fermano qui. Questo fatto è stato spiegato anche dal direttore scolastico Giorgio Zucchini: «I rom – ha detto – arrivano in classe spesso senza conoscere una parola di italiano, poi si assentano per lunghi periodi, costringendo gli insegnanti al loro ritorno a lunghi riepiloghi».
Così, causa la integrazione forzata dei rom, a Villanova Marchesana il buonismo ha raggiunto il risultato opposto: la suddivisione delle scuole in due tipi, quelle di italiani e quelle di rom. A dirlo sono i numeri, perché in questo anno scolastico nelle scuole elementari di Villanova ci sarano 18 alunni, tutti rom, dislocati in due pluriclassi: una classe dalla prima alla terza; una classe per la quarta e la quinta. Quelli italiani sono andati tutti alle vicine scuole di Crespino. Precisamente dovevano essere undici gli alunni italiani che avrebbero dovuto iscriversi a Villanova, ma hanno pensato di non farlo. «Sono diversi anni che la situazione va avanti di questo passo – conferma Zucchini – e che gli studenti si trasferiscono da Villanova in altre scuole sempre del nostro comprensorio. Abbiamo in pratica sempre lavorato con il 60-70% di alunni stranieri. Quest’anno quelli che dovevano iscriversi in prima hanno deciso di andare a Crespino, così gli italiani sono andati via tutti, e sono rimasti solamente stranieri. L’anno scorso gli alunni erano invece una trentina tra italiani e stranieri».
A fare riflettere c’è anche un altro fatto: a lasciare la scuola di Villanova a causa della massiccia presenza degli alunni rom è stato anche un alunno cinese. Lo ha fatto per ultimo, dopo che a non iscriversi erano stati gli italiani, ma lo ha fatto anche lui quasi a testimoniare che nelle scuole non è facile l’integrazione tra culture diverse. E dire che i tentativi di integrazione, anche svolti dalla amministrazione comunale, a Villanova non sono mancati, con incontri tra i genitori degli alunni italiani e degli alunni rom. Ma tutto questo non è servito a niente. Il problema, a sentire le parole del dirigente scolastico Zucchini, pare però non fermarsi qui: «Si tratta di un processo lento che avviene in molte scuole. A Villanova fa notizia solo perché lì i numeri sono ridotti all’osso».

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Massimo Fini su consulta, immigrati ,laicismo

Pubblicato da Jake su 15 Settembre 2005

Massimo Fini: il ministro Beppe Pisanu vuole creare una consulta islamica. Cosa ne pensi?
«La consulta mi sembra uno di quegli organismi che non servono assolutamente a niente. Non è nociva, ma non credo possa avere un qualche risvolto concreto».
O Pisanu “seleziona” i suoi interlocutori, che dunque non rappresentano nessuno, se non la volontà stessa del ministro. Oppure riproduce l’estrema varietà del mondo islamico, e allora la consulta diventa un guazzabuglio…
«Esatto. Mi pare più che altro un’iniziativa propagandistica».
Risponde però a un problema reale: quello di trovare interlocutori credibili e affidabili all’interno del mondo musulmano in Italia. Spesso v’è la percezione che, al suo interno, contino solo i leader più estremisti, tanto da giustificare il dubbio sulla reale esistenza di un “Islam moderato”.
«Qui non è questione di Islam moderato o Islam “smoderato”. Chi viene qui in Italia, sia islamico o no, deve semplicemente rispettare le leggi del nostro Stato, come le rispettiamo noi. Questo è fuori discussione. Punto. Se questo accade, tutto quel che riguarda il credo religioso, i valori, il modo di essere, fa parte della sfera personale dell’individuo, sul quale nulla bisogna dire. Ripeto: il confine è tra quello che lo Stato considera reato – e dunque non va fatto – e quello che rientra invece nelle legittime scelte individuali. Penso, ad esempio, all’infibulazione. Non può essere minimamente accettabile in Italia, perché si scontra con il nostro diritto ed è vietata. Detto questo, non è che noi possiamo andare a rompere le scatole nei Paesi dove, invece, la praticano per antica tradizione e storia. Ma non si deve nemmeno cercare di “occidentalizzare” le comunità che vengono qui da noi; è doveroso chiedere loro di rispettare le nostre norme, per il resto rimangano pure quello che sono. Altrimenti si perde proprio quel valore della diversità che è il sale dell’esistenza. Prendiamo gli ebrei: hanno i loro riti. Ancora: nessuno chiede a un imprenditore che va a lavorare nell’Africa nera di aderire ai valori degli zulu, peraltro bellissimi. Non deve “zuluizzarsi”, semplicemente deve rispettare le leggi».
D’altra parte se io, turista occidentale, entro in una moschea, giustamente mi viene chiesto di farlo a piedi scalzi.
«Certo, c’è anche questo aspetto. Chi emigra è tenuto a rispettare certi costumi del Paese che lo ospita. Se noi ci togliamo le scarpe in una moschea, allo stesso modo per entrare in una chiesa cattolica serve un abbigliamento consono. Io non vado né nelle chiese, né nelle moschee, così non ho di questi problemi».
Cosa pensi della legge francese contro il velo islamico?
«È il classico provvedimento animato da un laicismo che diventa a sua volta integralismo. Rispettando la decenza – e mi pare che i musulmani lo facciano – uno si deve poter vestire come gli pare. Se poi invece cominciamo a eliminare i simboli… Se entro in una scuola con la camicia rossa, devo essere cacciato perché richiama il comunismo? O con una nera? O con una verde, perché è un simbolo leghista o padano?! Come vedi, di questo passo si sposa una logica davvero liberticida; purtroppo il laicismo ha preso questa strada, esattamente come le religioni. E allora tanto vale tenersi le religioni».
Il velo è una cosa, il burqa un’altra. Quest’ultimo, coprendo il volto della donna, non consente l’individuazione e dunque contrasta con le nostre leggi…
«Finché si tratta del chador, non vedo problema alcuno. Là dove vi è il burqa… Se vale il principio generale che si gira a volto scoperto tranne che a Carnevale, allora si può anche dire niet al burqa e magari anche a certi caschi integrali che, infatti, vengono spesso utilizzati per le rapine. In Italia per anni hanno girato mascalzoni di sinistra, coperti col casco, che andavano a sprangare gli avversari… C’è da dire però che non ho mai visto donne col burqa compiere rapine. E peraltro, dubito molto che, se i terroristi islamici volessero compiere un attentato nel nostro Paese, sceglierebbero una donna col burqa: piuttosto, ne manderebbero una vestita all’occidentale. In generale, mi sembrano preoccupazioni eccessive. Io, se vedo una donna col burqa, la corteggio di sicuro, ha una “femminilità reclusa” che è stimolante… È un altro mondo, quello, è chiaro».
Dicevi prima: qui da noi è giusto sia illegale, ma non dobbiamo rompere le scatole ai Paesi dove, per tradizione e storia, praticano l’infibulazione da millenni. Ma, nel 2005, non dovrebbero esistere diritti umani da considerare universali, anche con un contenuto solo “minimo”?
«Assolutamente no. Quando si parla di istanze universali, che debbono valere per tutti, si dà la stura al totalitarismo. I “valori universali” non sono in realtà tali, sono semplicemente quelli dell’Occidente. Non corrispondono ai valori del centro Africa, per esempio. Prendiamo il caso dell’infibulazione. Come ha bene spiegato Alessandra Graziottin, si può tranquillamente paragonare questa pratica al taglio del prepuzio per gli ebrei, che nessuno contesta; riguarda solo una piccola parte finale del clitoride. Per molti popoli africani ha un’importanza fondamentale perché, anticipando Freud di alcune migliaia di anni, pensano che i bambini nascano con entrambi gli elementi, sia maschile che femminile. Siccome ritengono che questo mix non sia funzionale, per marcarlo meglio c’è l’infibulazione, dunque quasi un dato d’identità sessuale della persona. Ecco perché viene scelta anche da donne di quella cultura che vengono qui da noi: non in quanto costrette, ma in quanto è un elemento identitario. Ora: è chiaro che in Italia non possiamo permetterla; ma è sbagliato pretendere di modificare culture elaborate per migliaia di anni, sono cose da Emma Bonino. Io sono stato in quei Paesi e li ho studiati a fondo: l’Occidente di queste cose non sa niente eppure pretende di portare i suoi valori, le sue elaborazioni, e sovrapporle alle loro».
Una specie di colonialismo…
«La cultura del tipo “arrivano i nostri” è la più totalitaria possibile, peggio del colonialismo; è la pretesa di conquistare non solo i territori, ma anche le anime delle persone. È, questo, un elemento che dovrebbe riguardare molto da vicino i lettori de la Padania. I diritti umani universali, ripeto, non hanno senso: ci sono popoli che hanno percezioni completamente diverse della vita, della morte. Certo, tra poco, a furia di sterminarli, non ne esisteranno più: rimarranno gli indigeni delle isole Andamane (popoli primitivi, o “della natura”, come li chiamano i tedeschi) e basta: quando vai a visitarli ti accolgono a frecciate perché non vogliono, consapevolmente, aprirsi al mondo. D’altra parte da quelle parti non c’è il petrolio…».
Vi sono Paesi dove valori tradizionali e valori occidentali si scontrano. Dove fette di popolazione rivendicano istanze democratiche e maggiori libertà. In Iran, per esempio, i ragazzi vengono messi a morte se omosessuali, o le donne se adultere; una minoranza chiede maggior libertà ma ottiene solo repressione. Dunque, secondo te, l’Occidente non deve fare nulla in loro aiuto?
«L’Occidente ha tutto il diritto di “tifare” perché i propri valori di libertà si propaghino anche altrove. Ma altra cosa è organizzare colpi di stato contro l’attuale leadership iraniana, che ha ottenuto la gran parte dei voti in elezioni abbastanza libere. A parte alcune fasce ristrettissime di borghesia ricca, che poi era la base del potere dello scià unitamente all’appoggio americano, il Paese esprime altri valori. Quando arrivò Khomeini c’erano dieci milioni di persone ad attenderlo in aeroporto, l’ho visto di persona. Questa è la maggioranza del’Iran; nello scontro tra loro e le minoranze, vedremo chi prevale, se i valori più occidentali oppure no. A me sembra che il Paese non ne voglia sapere, in linea di massima. Io dico: sono fatti loro. Tra l’altro, l’Iran non è una dittatura, ma una teocrazia. Vi sono elezioni, seppure con qualche limitazione (d’altronde, ci sono limiti anche nelle nostre democrazie: da noi, ad esempio, un nazista non si può candidare): che le abbia vinte Ahmadinejad, è la realtà che va accettata. Incitare alla rivolta non va bene. Ogni ingerenza è sbagliata, anche perché la storia insegna che in genere provoca più disastri di quelli che vuole evitare. L’Iraq attuale è l’ultimo esempio, ma pensiamo anche a quando l’Occidente si volle opporre alla legittima vittoria degli iraniani nella guerra contro gli iracheni, che li avevano aggrediti… col risultato che la guerra è durata altri tre anni, ha causato un milione di morti in più e Saddam Hussein alla fine era pieno di nostre armi, che ha riversato sul Kuwait, e così via. Ancora: negli Stati Uniti esiste la pena di morte: a noi italiani, o almeno alla maggioranza di noi, la cosa disturba, ma Luttwak ha spiegato perfettamente il senso di questo istituto negli States. Finché è un confronto intellettuale, va benissimo. Nel momento in cui, però, nel nome di diritti universali, si pretende di rovesciare la realtà di un Paese…».
Dunque, in ogni caso, ritieni sia giusto preservare l’identità e i valori locali. Sarai quindi d’accordo col titolo de la Padania di qualche giorno fa, “Che ipocrisia, questo multiculturalismo”.
«Cosa vuol dire “multiculturalismo”? Mi va bene se significa: culture diverse che convivono in uno stesso luogo. Non va bene se significa: queste culture si devono integrare l’una coll’altra. Un’integrazione totale produce un solo tipo di uomo, incrocio delle varie etnie; dunque, un’uniformità totale, non solo nei consumi ma anche antropologica e fisica. Io dico: no, grazie. Quando Marco Polo andava in Cina, osservava costumi diversi, non pretendeva di imporre i propri. Poi, naturalmente, gli incontri tra culture fanno sì che vi siano delle influenze reciproche, perché per fortuna non siamo esseri “impermeabili”. Il discorso sul meticciato di Marcello Pera sarebbe anche accettabile, se egli non fosse un assatanato seguace della globalizzazione. D’altro canto, non ha senso la tesi della sinistra secondo la quale dovremmo educare gli altri popoli ai nostri valori, seppur in modo soft. Per assurdo, è molto più rispettosa della cultura altrui una posizione come quella di Jean-Marie Le Pen. Si può rifiutare l’immigrazione, a patto che non si pretenda di andare noi ad invadere altre parti. L’altro giorno ho incontrato per caso Mario Borghezio e gli ho detto: mi sta bene la difesa dell’identità, purché si rispetti anche quella degli altri. Se questo non accade, può darsi che qualcuno non ci stia e butti giù le Torri Gemelle. L’Africa nera, con la sua complessità di etnie diverse, è stato un esempio dove la conciliazione ha prevalso sul conflitto. In altri tempi, se si incontravano due tribù, ciascuna manteneva le sue specificità, ma convivevano tranquillamente. Penso ai miei prediletti Nuer…».
Pardon?
«Ma sì, i Nuer del Sudan. Non conosci questa storia?».
No, raccontacela.
«È straordinaria. I Nuer sono una vasta tribù, circa 200mila persone, del Sudan meridionale. Hanno creato una società senza capi né rappresentanti, un’anarchia ordinata, poiché nessun Nuer accetta di ricevere ordini da chicchessia. È una società di liberi e uguali: chi ha più bestiame non è trattato diversamente da chi ne ha di meno. È una società, però, basata sulla violenza».
In che senso?
«Se tu insulti non dico un Nuer, ma la sua mucca, come minimo ricevi un colpo di clava in testa. Questo, paradossalmente, fa sì che la violenza sia molto bassa perché, prima di insultare un Nuer, ci si pensa dieci volte. A Ovest del territorio Nuer c’è la mosca tsé tsé, con la quale altri popoli convivono: loro no, dà loro noia. Così hanno contatti solo con la tribù Dinka. La prassi è questa: i Nuer, guerrieri, razziano i Dinka ogni tre o quattro anni; questi ultimi però, appena possono, a loro volta rubacchiano ai Nuer. Quando negli anni 30 arrivarono gli inglesi, vollero limitare le razzie dei Nuer; bene, i primi a protestare furono proprio i Dinka, perché così veniva spezzato un equilibrio secolare. Comunque, durante le razzie, c’è sempre qualche morto e qualche prigioniero. Quest’ultimo non solo va rispettato, ma è addirittura intoccabile: non è il caso di far paragoni con Abu Ghraib o Guantanamo… Dopo un po’ di prigionia, il Dinka catturato viene integrato nella società Nuer e diviene Nuer a tutti gli effetti. Evans-Pritchard, un grande antropologo che ha studiato a lungo queste società, diceva che era difficilissimo sapere se il tal individuo era un Nuer “originale” o un Nuer-Dinka, perché ognuno veniva considerato parte integrante della società, senza distinzione».
Che accade adesso nella società Nuer?
«Sono insidiati dalle Ong, le organizzazioni non governative che sono ben più pericolose degli Ogm. Certe Ong erano in Sudan e pretendevano che i Nuer si scolarizzassero e si aprissero al mondo: il che vorrebbe dire distruggere la loro cultura. Loro allora si sono ritirati in zone ancor più inaccessibili, levandosi di torno i rompicoglioni».
Almeno finché i… rompicoglioni non arriveranno anche là.
«Beh, le tante Clementina Cantoni, animate da intenzioni misericordiose, arrivano dappertutto… I Nuer sono fin troppo buoni, ne avrebbero dovuto infilzare qualcuna… Comunque per ora sono salvi. Ne parlerò nel mio prossimo libro».
Quando esce?
«C’è tempo, è programmato per la prossima primavera. Si intitolerà “Il ribelle dalla A alla Z”, è una sorta di dizionario con il quale affronto agilmente questi problemi. È anche un’autobiografia intellettuale».
Ne riparleremo e lo leggeremo. Intanto, per finire con l’argomento “diritti umani”, un’ultima questione. La Cina sta avendo uno straordinario sviluppo economico ma restringe sempre più le libertà. Perché il silenzio di governi e mass media su questo preoccupante aspetto?
«Quello che c’è in Cina, anche se loro si dicono comunisti, è un regime fascista: ha il libero mercato con la dittatura. Detto questo, c’è silenzio sulla questione diritti umani perché la Cina, oltre a essere un Paese forte, sta diventando un mercato interessante, quindi può massacrare chi gli pare».
Insomma, si torna alla “doppia morale” dell’Occidente della quale parlavamo la settimana scorsa.
«Sì. Doppia, tripla… In questo caso l’Occidente subisce un boomerang che si merita: ha fatto di tutto perché la Cina non fosse più comunista, così è diventata fascista e liberista e ora sta invadendo l’Occidente coi suoi prodotti. Del resto, parlavo l’altro giorno con un imprenditore di Verona, scandalizzato perché in Cina i lavoratori non hanno difesa sindacale, previdenza, eccetera. Io gli ho risposto: cosa hanno fatto le imprese occidentali, delocalizzando in Asia, se non andare alla ricerca proprio di queste condizioni “favorevoli”? I diritti del lavoro e il sindacato li scopriamo solo adesso? I cinesi ci rendono giustamente pariglia, fanno loro quello che abbiamo sempre fatto noi».

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Slavi i rapinatori di Taormina

Pubblicato da Jake su 15 Settembre 2005

Il quadro, per gli investigatori è chiaro: la banda che nella notte tra domenica e lunedì ha assalito la villa di Taormina della famiglia Muscolino, trucidando il capofamiglia, costituivano una “struttura criminale”, capace di mettere a segno ogni notte rapine e furti in diverse zone della Sicilia.
Il quadro emerge dalle dichiarazioni di alcuni dei nove slavi fermati martedì – tra Agrigento, Salerno, Firenze e Messina – per la rapina nella villa del commerciante Pancrazio Muscolino.
A Firenze, il padre del giovane di 16 anni che avrebbe fatto parte del commando ha raccontato i particolari della preparazione del colpo e confermato che il figlio è già a Belgrado.
Ad Agrigento il procuratore aggiunto Siciliano e il sostituto Cefalo hanno anche interrogato i tre arrestati su ordine della Procura di Siracusa, che da circa un anno aveva avviato un’inchiesta sulla banda di slavi che partiva dalla Città dei Templi per compiere rapine e furti nelle ville di altre città siciliane. Così, quando sull’arenile di Villafranca Tirrenica è stato trovato il cadavere di Nicolic Boljan è stato più facile risalire ai complici, con schede telefoniche e automobili che erano state già “schedate”. È scattata la “caccia all’uomo” in tutta Italia, culminata con la cattura dei nove sospetti dopo l’inseguimento spettacolare a Salerno.
Fra gli adulti che viaggiavano sulle due auto bloccate – una Golf e un’Audi 4 – c’era anche un anziano rom, che ha detto di essere il capo del campo nomadi di Agrigento da cui il gruppo proveniva e ha raccontato agli inquirenti di una sorta di forte “frattura” fra gli anziani e i giovani del campo nomadi, decisi a imboccare la via della violenza.
Da Firenze la conferma che tre rom serbi fermati, insieme a due bambini, sulle due auto bloccate dalla stradale sulla “A1” sono in stato di arresto, mentre altri tre sono stati denunciati a piede libero.
Tra i fermati, una donna, Vesna Radosavlevic, di 31 anni, per ricettazione. Nella sua borsa il piccolo “tesoro” che il gruppo sperava di portare oltre confine: oltre 120 gioielli in oro e pietre preziose e 5.000 euro in contanti. Alcuni gioielli sono stati già riconosciuti dalla vedova Muscolino.

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Panorama si contraddice e inventa un razzismo che non c’è

Pubblicato da Jake su 14 Settembre 2005

Un’inchiesta sul razzismo in Italia. Così il settimanale Panorama risponde alle parole del presidente del Senato, Marcello Pera sul “meticciamento” della nostra società e alle righe de la Padania sul “caso” della musulmana Afef come madrina della festa del Campanile di Telese. “Battute grevi” scrive il periodico diretto da Pietro Calabrese.
Di fronte al grande titolo dedicato al tema però, le accuse al Carroccio si sciolgono inesorabilmente tra le righe dell’articolo a firma di Bianca Stancanelli.
Innanzitutto perché nel testo compare una foto in cui viene descritto come leghista un manifesto “censurato” perché ritenuto razzista. Peccato che lo slogan che campeggia sulla pubblicità elettorale non sia del Carroccio ma della Lega Padana Lombardia, una delle tante liste che nascono prima di qualche tornata elettorale con simboli simili, ma distanti anni luce dal Movimento di Umberto Bossi.
Un abbaglio, forse.
Ma che la “deriva xenofoba” non sia poi così grave lo si legge anche nell’articolo del settimanale, là dove scopre che non solo il Belpaese è molto meno “razzista” di Francia, Germania e Belgio, ma che le forme di discriminazione da noi si limitano ai cori da stadio e ai dubbi sull’affitto o meno delle case agli stranieri. Ben poca cosa rispetto ai casi citati dal settimanale: “Oggi in Olanda – afferma Souad Sbai, marocchina, immigrata dal 1980 e direttrice del mensile in arabo Al Maghrebiya -, se un bambino si chiama Mohamed o Khaled, la scuola risulta piena: non accetta iscrizioni. In Italia non succede».
Insomma, per la giornalista araba in altri Paesi si «avverte un’ondata di razzismo che cresce. Ma gli italiani vogliono solo essere lasciati in pace, e ti lasciano in pace».
Ecco, queste parole dovrebbero chiudere l’inchiesta sul razzismo nel Belpaese e invece no. Qui c’è indifferenza, titola il settimanale. Una bella differenza che neppure l’ex leader dei Verdi, Luigi Manconi, con le sue dichiarazioni preoccupate riesce a cancellare.
Ma Panorama per convincere i lettori che in giro per le nostre strade ci sono personaggi incappucciati pronti a bruciare il primo immigrato che capita, riporta anche un caso. Venerdì 19 agosto, a Napoli, un senegalese (clandestino) viene ucciso da una coltellata sferrata da alcuni balordi che volevano rubargli i pochi soldi guadagnati nella giornata. Certo, viene da pensare che se volessimo considerare tutte le violenze compiute dagli stranieri contro padani e italiani come atti di razzismo, dovremmo accusare la metà dei carcerati italiani. Un po’ eccessivo.
Ma la minaccia per gli stranieri, secondo il settimanale non è finita, perché qui “gli immigrati sono prede facili, deboli, indifese”.
Ma in che mondo vivono quelli di Panorama e i loro intervistati?
Vadano a dirlo a qualche vecchietto che esce dalla posta dopo aver ritirato la pensione o a qualche ragazzino che si avventura a giocare nei parchi pubblici, poi ne riparliamo. Insomma il Belpaese è razzista, Pera e la Padania, rappresentano i beceri che fomentano una pericolosa deriva xenofoba, il tutto però nel mondo immaginario di Panorama.

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Altro sbarco: 80 clandestini

Pubblicato da Jake su 14 Settembre 2005

Una barca carica di clandestini, individuata dalla GdF, e’ stata abbordata mentre tentava la fuga. Decine di clandestini sono riusciti a sbarcare prima dell’intervento della GdF, a 40 miglia dalle coste siciliane: molti sono stati individuati e fermati. A bordo si trovavano ancora 80 persone, quasi tutte nordafricane. 5 scafisti sono stati individuati e arrestati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e resistenza alle forze dell’ordine

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Condannati a morte e feti per cosmetici cinesi

Pubblicato da Jake su 14 Settembre 2005

Un’azienda di cosmetici cinese usa pelle presa dai cadaveri di condannati a morte per realizzare prodotti da vendere sul mercato europeo. La rivelazione-shock è del Guardian, per il quale agenti di questa azienda hanno detto ai compratori che il loro collagene per la riduzione delle rughe e per le labbra viene prodotto usando la pelle di questi condannati, un uso a loro avviso «tradizionale» e «per il quale non c’è da scandalizzarsi».
Medici e politici in Gran Bretagna affermano che la mancanza di regolamentazione, anche a livello europeo, sul collagene – la proteina strutturale che dà alla pelle la sua solidità – facilita queste operazioni a dir poco discutibili, che sollevano, al di là delle questioni etiche, anche interrogativi sanitari sulla possibile trasmissione di infezioni. Anche se l’Associazione italiana industrie cosmetiche (Unipro) si è affrettata ieri ad affermare che esiste dal 1995 una norma Ue che proibisce l’uso di tessuti umani. Il quotidiano non può rivelare il nome dell’azienda cinese per motivi legali, e non è in grado di stabilire se questi prodotti di collagene fatti con la pelle dei condannati siano già nei negozi europei, ma è stato accertato che l’azienda in questione ha già esportato in passato collagene verso l’Europa.
L’agente della compagnia cinese ha detto a un reporter che si fingeva cliente che i loro laboratori stanno cercando di ottenere prodotti antirughe usando i tessuti di feti abortiti. Tuttavia, quando il Guardian come tale ha chiesto un commento, questo agente ha negato sia questa circostanza, sia l’uso della pelle dei condannati. Ma all’inviato che si fingeva un uomo d’affari di Hong Kong, questi avrebbe detto: «Molte ricerche si fanno nel modo tradizionale, usando la pelle di prigionieri messi a morte e quella di feti abortiti». Questo “materiale” verrebbe comprato da aziende con sede nella provincia settentrionale di Heilongjang, e i cosmetici verrebbero sviluppati da altre società in luoghi diversi della Cina. Questo personaggio si è detto stupito dalla reazione scandalizzata che questa pratica “tradizionale” suscita in Occidente, e ha affermato che il governo di Pechino «ha fatto pressione su tutte le strutture mediche affinché mantengano un basso profilo» su questo genere di lavoro. «Siamo ancora all’inizio delle vendite di questi prodotti, ma molti clienti all’estero sono sorpresi dal fatto che possiamo produrre collagene umano al 5% del prezzo di quello prodotto in Europa», ha aggiunto.
Normalmente, il collagene si ottiene dalla pelle delle mucche. In altri casi, c’è la donazione volontaria, oppure la persona che intende farselo iniettare come antirughe dona delle cellule che poi vengono fatte crescere in laboratorio fino alla quantità desiderata. Il ministero della Sanità britannico anche sulla scorta di queste notizie ha avviato tempo fa un’indagine per poi raccomandare regolamentazioni del settore dei trattamenti al collagene, che godono di crescente popolarità. L’emissario dell’azienda cinese, parlando al finto compratore di Hong Kong, si è anche lamentato del fatto che «la pelle dei condannati era meno costosa. Ora i tribunali vogliono una certa cifra». Secondo chirurghi plastici interpellati dal Guardian, notizie di tessuti ottenuti dai corpi delle persone giustiziate – secondo Amnesty International nel 2004 le autorità cinesi hanno messo a morte 3.400 prigionieri – circolano da tempo. Peter Butler, un chirurgo plastico e consulente del governo, ha detto che circolava voce che i cinesi facessero trapianti usando parti dei cadaveri, in particolare le mani. Un centro trapianti era vicino al luogo delle esecuzioni. «Posso vedere l’utilità, visto che vi hanno accesso e non hanno obiezioni etiche – afferma Butler -. Ma in quel caso la principale preoccupazione sarebbero le infezioni».
Il governo cinese ha negato in passato che organi o parti dei corpi dei condannati siano stati usati senza il loro consenso, o quello delle famiglie. Ma il consenso sarebbe strappato, secondo Amnesty. Inoltre gli organi dei condannati a morte sono considerati proprietà dello Stato.
Nel 2001 Wang Guoqi, un medico militare che cercava asilo negli Stati Uniti, disse a deputati Usa che questa pratica era comune, e che lui stesso aveva estratto parti e tessuti da 100 cadaveri. Recentemente inoltre un’altra inchiesta giornalistica, pubblicata dal quotidiano israeliano Maariv, ha appurato che la Cina è divenuta la meta preferita di israeliani che necessitano di trapianti d’organi. Lo riporta il quotidiano Maariv. Le autorità cinesi vendono infatti gli organi di persone che sono state condannate a morte a prezzi “competitivi”. Sono coinvolti decine di trafficanti che impongono ai loro clienti l’obbligo del segreto. Secondo il giornale i trapianti vengono effettuati in un moderno centro ospedaliero governativo a Canton. Per il presidente dell’Associazione israeliana dei trapiantati di rene, Amos Canaf, «la Cina e le Filippine sono divenute le mete preferite perché i reni vengono prelevati da condannati a morte, i cui organi appartengono allo Stato, e perché i trapianti vengono effettuati sotto supervisione governativa». Un israeliano che ha subito alcuni mesi fa un trapianto di reni in Cina, Abraham Sasson, ha detto: «Il trapianto è relativamente poco costoso, l’assistenza medica è buona. Le autorità cinesi prelevano gli organi delle persone che hanno condannato a morte e li vendono ufficialmente», ha spiegato. «Ci sono decine di israeliani che come me hanno subito un trapianto in Cina e sono tutti contenti».

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Niente benedizione per rispettare i musulmani

Pubblicato da Jake su 13 Settembre 2005

Una volta si diceva: «Più realista del re». E tale appare il dirigente scolastico di Ceresara, un comune di 2462 anime nel Mantovano, la cui Giunta si è trovata, involontariamente, in “lotta religiosa” con il locale dirigente scolastico.
«Voi non potete dare la benedizione cattolica alla scuola e agli studenti perché offendereste chi professa una fede diversa». Con queste disposizioni tuonanti, appunto, il dirigente scolastico di Ceresara, Fabrizio Quadrani, ha cercato di opporsi al regolare svolgersi della programmata cerimonia di apertura dell’anno scolastico alle scuole medie ed elementari.
La manifestazione, organizzata dall’Amministrazione comunale, prevedeva il raduno di tutti gli studenti e gli insegnanti nel cortile d’ingresso al plesso scolastico, per la benedizione del parroco, don Guido Zelada, e il successivo alzabandiera. Inutile dire che al Comune nessuno ha pensato di fermarsi dinanzi quella che appariva una imposizione ingiustificata. Infatti, dopo una accesa discussione, durante la quale l’ex sindaco e ora assessore all’Urbanistica Enzo Fozzato ha chiaramente spiegato le motivazioni di disubbidienza di fronte a questo diktat, il Sindaco Gianni Grazioli, lo stesso assessore Fozzato e altri consiglieri comunali di maggioranza hanno fatto quadrato attorno all’iniziativa, procedendo d’ufficio a quanto in programma.
Così, alla presenza di oltre 200 studenti, degli insegnanti e di un buon numero di genitori si è celebrato il rito d’inizio anno scolastico. Pacificamente e “come Dio comanda”.
Lo stesso sacerdote don Guido Zelada ha spiegato al preside, condividendo la scelta fatta alle autorità comunali, «perché i cittadini abbiano il diritto di essere portatori della propria fede, dove una benedizione in più certamente non crea danno a nessuno».
Ricorda il rag. Fozzato: «La pressione per evitare la “benedizione” era in atto già da qualche giorno e resto senza parole di fronte a questo atteggiamento. Non vedo perché a casa nostra non possiamo liberamente professare la nostra liturgia senza che qualcuno, ben schierato, si alzi a paladino dell’Islam, rivendicando prese di posizione che fra l’altro nessun extracomunitario di fede diversa aveva reclamato».
«Siamo all’assurdo – ha aggiunto l’assessore -. Specie quando sono poi gli italiani stessi ad abiurare, a cancellare tradizioni e radici. Il dirigente ha preferito ignorare che comunque la cerimonia si è svolta su suolo e su strutture comunali, dove l’Amministrazione, oltre a spendere centinaia di migliaia di euro ogni anno per l’istruzione, ha tutti i diritti di esercitare la propria azione».
«È un segnale preoccupante, soprattutto per il futuro immediato. Non ne voglio fare alcuna strumentalizzazione politica, ma ne devono star certi, per ora a Ceresara le cerimonie cattoliche e i simboli religiosi nelle aule non verranno annullati da chicchessia».
E quel che fa ridere è che i musulmani che resiedono e lavorano nella zona manco se lo sarebbero sognato di porre la questione.

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E’ la realtà che smentisce la sinistra

Pubblicato da Jake su 11 Settembre 2005

I relativisti culturali, abbondantemente presenti nelle frange politiche di sinistra, si ostinano ad accentuare le analogie tra l’immigrazione odierna e gli emigranti italiani del secolo scorso.
Secondo tale logica il nostro Paese dovrebbe adottare politiche volte a incoraggiare i fenomeni migratori perché noi stessi, a suo tempo, siamo stati albanesi, marocchini, tunisini o cinesi.
Gli italiani in America dovettero affrontare le discriminazioni, la povertà e la ghettizzazione, così come tutte le minoranze. Nonostante le difficili e precarie condizioni di vita, riuscirono ad adattarsi ed integrarsi; lavoravano sodo, rispettavano le leggi vigenti e salvaguardarono la loro cultura senza imporla agli altri.
Michael Barone, editorialista di News & World Report, scrive a proposito dei nostri immigrati: “Durante l’epoca di Al Capone, gli italiani venivano ingiustamente stereotipati come mafiosi criminali, quando solo il 30% del crimine organizzato era prodotto da italo-americani; il 29% da irlandesi, il 20% da ebrei e il restante 21% da altre minoranze. Gli italiani si sono distinti nel campo della scienza, dell’arte e della politica. Intorno al 1990 il loro reddito era superiore alla media nazionale del 17% e potevano vantare una elevata istruzione”.
Nonostante le discriminazioni subìte, quindi, i nostri connazionali sono riusciti a prosperare e a diventare parte attiva e fondamentale del tessuto sociale non solo americano.
Gli immigrati di oggi partono sicuramente con la speranza di migliorare le loro condizioni di vita, come i nostri avi, e possono diventare un’importante risorsa per i Paesi occidentali, sia dal punto vista economico che demografico. Questo, naturalmente, quando la loro cultura non si scontra con la nostra, come accade con gli immigrati islamici. Esempi lampanti del fallimento del relativismo culturale, per cui anche gli elementi in antitesi con la nostra Costituzione devono sempre essere giustificati, dal buonista di turno, nel contesto della cultura di appartenenza, ce li mostrano gli attentati di Londra, l’omicidio di Theo Van Gogh in Olanda, il comportamento stesso dei predicatori di odio e l’omertà di molte comunità islamiche che coprono, aiutano, giustificano il terrorismo internazionale in nome di precetti religiosi.
Questo è il risultato dell’immigrazione indiscriminata, priva di politiche di gestione e di buon senso. Stiamo assistendo ad un rigurgito integralista anche da parte di figli di seconda o terza generazione di immigrati. Molti islamici, a differenza di altri extracomunitari, sono soliti relazionarsi in base alla loro appartenenza religiosa e alla loro presunta superiorità. Respingono ogni tipo di integrazione, si ghettizzano con la precisa volontà di ripudiare tutto ciò che non appartiene all’Islam, spesso pretendendo leggi estranee alla nostra cultura. La moschea diventa così l’unico “impermeabile” riferimento culturale che crea tanti piccoli ghetti che nulla condividono se non il territorio della Nazione che li ospita. Questo tipo di immigrazione non giova né al Paese né all’immigrato stesso, fomenta intolleranza e crea l’humus adatto alla proliferazione di ideologie integraliste e oscurantiste.

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Alla consulta islamica di Pisanu un 6 (vogliono di più)

Pubblicato da Jake su 11 Settembre 2005

Piace e anche tanto, ma non poteva essere altrimenti, al presidente dell’Istituto Culturale islamico di viale Jenner a Milano, Abdel Hamid Shaari il varo da parte del ministro Pisanu della Consulta per l’Islam italiano. Ieri è stato uno dei primi a commentare il decreto del Viminale. E lo ha fatto valutandolo come «un passo in avanti» ma facendo subito dei distinguo. Perchè, in fondo, questa consulta «non è rappresentativa dei musulmani in Italia». «Altro problema», ha aggiunto Shaari, sarebbe la costituzione di un organismo incaricato «di studiare un’intesa con lo Stato e di affrontare i problemi degli islamici in generale». Nulla, quindi, sembra andare bene al seguace di Maometto.
«Questa è una consulta scelta dal signor ministro – ha commentato Shaari, che è a capo dell’Istituto in passato al centro di importanti indagini giudiziarie -. Il ministro è libero di farsi circondare da musulmani che può consultare per i problemi che riguardano la comunità. Questo è normale».
Insomma, Pisanu sbadatamente si allarga regalando un progetto che nei suoi intenti dovrebbe migliorare l’integrazione con i musulmani presenti in Italia, e i leader spirituali islamici lo bacchettano. Segnale, evidente, della scarsa volontà della comunità musulmana di integrarsi nel nostro tessuto sociale ed economico.
E non è un caso che Shaari abbia puntato i piedi: «Se nasce una consulta che dovesse studiare l’intesa con lo Stato Italiano, che affrontasse i problemi degli islamici in generale, e quindi fosse rappresentativa della comunità islamica in Italia, allora sì diremmo la nostra anche noi».
Ma non è finita qui. C’è un altro aspetto da chiarire, per il presidente dell’Ici, ed è questo: «Mi sembra che il ministro abbia parlato di consulta di islamici italiani, persone di nazionalità italiana, quindi non so se possano farvi parte anche musulmani che non hanno cittadinanza italiana». In poche parole: «Vediamo chi sono queste persone – ha concluso – e vediamo anche cosa mettono sul tavolo per discutere».
Non cambia la musica in casa Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche italiane, che aspetta di vedere come si concretizzerà la Consulta per l’Islam italiano istituita ieri con decreto dal ministro dell’Interno.
Il presidente Mohamed Nour Dachan, di fatto, non si è sbilanciato: «Aspettiamo di vedere i dettagli, gli scopi di questa consulta. Per il momento siamo in attesa di sapere».
Alla domanda se l’Ucoii sia stata contattata o intenda farsi parte attiva per entrare con uno o più suoi rappresentanti nella Consulta (con un successivo decreto Pisanu dovrà infatti nominarne i componenti, scelti tra persone di cultura e religione islamica di accertata affidabilità ed esperienza), Dachan ha risposto: «Aspettiamo che sia qualcosa di ufficiale. Vogliamo attendere un momento».
Più ottimista la considerazione del presidente italiano della Lega Musulmana Mondiale Mario Scialoja. Per lui, che ha definito Pisanu “un politico lungimirante”, la Consulta per l’islam italiano, è «un buon auspicio nella speranza che contribuisca all’obiettivo del ministro e anche mio di creare un islam italiano, rispettoso delle leggi e della società italiana e soprattutto immune da qualsiasi forma di fondamentalismo».
Il problema, semmai, è che gli islamici che vivono in Italia dovrebbero essere rispettosi della nostra cultura e delle nostre leggi, al di là della creazione di una Consulta. Tutto qui.

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Alla consulta islamica di Pisanu un 6 (vogliono di più)

Pubblicato da Jake su 11 Settembre 2005

Piace e anche tanto, ma non poteva essere altrimenti, al presidente dell’Istituto Culturale islamico di viale Jenner a Milano, Abdel Hamid Shaari il varo da parte del ministro Pisanu della Consulta per l’Islam italiano. Ieri è stato uno dei primi a commentare il decreto del Viminale. E lo ha fatto valutandolo come «un passo in avanti» ma facendo subito dei distinguo. Perchè, in fondo, questa consulta «non è rappresentativa dei musulmani in Italia». «Altro problema», ha aggiunto Shaari, sarebbe la costituzione di un organismo incaricato «di studiare un’intesa con lo Stato e di affrontare i problemi degli islamici in generale». Nulla, quindi, sembra andare bene al seguace di Maometto.
«Questa è una consulta scelta dal signor ministro – ha commentato Shaari, che è a capo dell’Istituto in passato al centro di importanti indagini giudiziarie -. Il ministro è libero di farsi circondare da musulmani che può consultare per i problemi che riguardano la comunità. Questo è normale».
Insomma, Pisanu sbadatamente si allarga regalando un progetto che nei suoi intenti dovrebbe migliorare l’integrazione con i musulmani presenti in Italia, e i leader spirituali islamici lo bacchettano. Segnale, evidente, della scarsa volontà della comunità musulmana di integrarsi nel nostro tessuto sociale ed economico.
E non è un caso che Shaari abbia puntato i piedi: «Se nasce una consulta che dovesse studiare l’intesa con lo Stato Italiano, che affrontasse i problemi degli islamici in generale, e quindi fosse rappresentativa della comunità islamica in Italia, allora sì diremmo la nostra anche noi».
Ma non è finita qui. C’è un altro aspetto da chiarire, per il presidente dell’Ici, ed è questo: «Mi sembra che il ministro abbia parlato di consulta di islamici italiani, persone di nazionalità italiana, quindi non so se possano farvi parte anche musulmani che non hanno cittadinanza italiana». In poche parole: «Vediamo chi sono queste persone – ha concluso – e vediamo anche cosa mettono sul tavolo per discutere».
Non cambia la musica in casa Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche italiane, che aspetta di vedere come si concretizzerà la Consulta per l’Islam italiano istituita ieri con decreto dal ministro dell’Interno.
Il presidente Mohamed Nour Dachan, di fatto, non si è sbilanciato: «Aspettiamo di vedere i dettagli, gli scopi di questa consulta. Per il momento siamo in attesa di sapere».
Alla domanda se l’Ucoii sia stata contattata o intenda farsi parte attiva per entrare con uno o più suoi rappresentanti nella Consulta (con un successivo decreto Pisanu dovrà infatti nominarne i componenti, scelti tra persone di cultura e religione islamica di accertata affidabilità ed esperienza), Dachan ha risposto: «Aspettiamo che sia qualcosa di ufficiale. Vogliamo attendere un momento».
Più ottimista la considerazione del presidente italiano della Lega Musulmana Mondiale Mario Scialoja. Per lui, che ha definito Pisanu “un politico lungimirante”, la Consulta per l’islam italiano, è «un buon auspicio nella speranza che contribuisca all’obiettivo del ministro e anche mio di creare un islam italiano, rispettoso delle leggi e della società italiana e soprattutto immune da qualsiasi forma di fondamentalismo».
Il problema, semmai, è che gli islamici che vivono in Italia dovrebbero essere rispettosi della nostra cultura e delle nostre leggi, al di là della creazione di una Consulta. Tutto qui.

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Vestiti per il terrorismo

Pubblicato da Jake su 8 Settembre 2005

Berrettino da baseball, passamontagna, tute con cappuccio e dai colori cangianti: lo stile “streetwear” è diventato una moda in Francia tra i giovani estremisti islamici ma è anche la nuova fonte di finanziamento dell’ala più radicale.
Un’indagine dei nuclei territoriali antiterrorismo, attivi dal gennaio scorso e coordinati dai servizi segreti francesi, ha individuato tra le diverse attività che fanno capo a gruppi di militanti islamici anche alcuni negozi di vestiti che dettano moda tra gli adolescenti delle comunità musulmane. Musica techno in sottofondo e abbigliamento sportivo a buon mercato rendono questi spacci simili agli altri negozi di tendenza rap presenti nelle periferie delle città.
È solo osservando con attenzione che, tra cappelli da baseball e tute dai colori scintillanti, salta agli occhi un particolare che fa la differenza: una scatola di cartone invita i clienti a versare il loro contributo a sostegno dei musulmani oppressi in Palestina e nel resto del mondo. Per i commercianti islamici il vantaggio è evidente. I vestiti per gli adolescenti, così sensibili ed attaccati alla moda “comunitaria”, costituiscono un mercato sicuro e redditizio. Inoltre, questo tipo di commercio è più discreto e meno soggetto a controlli rispetto ai ristoranti, le macelleria halal o le librerie islamiche. Condurre un’azione contro i negozi di vestiti vicini all’ambiente islamico è, infatti, decisamente più difficile che sanzionare un macellaio per il mancato rispetto delle norme sanitarie o una libreria per la vendita di testi antisemiti. I servizi segreti hanno stimato che il commercio di abbigliamento sportivo è un’attività «crescente in seno all’ambiente radicale e fondamentalista», destinata a svilupparsi ancora nei prossimi anni.
Le indagini dei nuclei territoriali antiterrorismo hanno inoltre evidenziato legami tra i proprietari di due marche di abbigliamento sportivo molto in voga in Francia e l’ambiente salafita. Presenti, da diversi anni, in decine di negozi francesi le due note etichette della moda sportiva, hanno un giro di affari che supera il milione di euro. Mentre i nuclei antiterrorismo setacciano le realtà locali a livello fiscale, amministrativo, di ordine pubblico, il governo si prepara a emanare una nuova normativa antiterrorismo e valuta di rafforzare le sanzioni che potrebbero passare da 10 a 20 anni di carcere per i semplici aderenti e da 20 a 30 anni per i capi delle organizzazioni.
Questo aumento delle pene dovrebbe riguardare solo i realizzatori e gli organizzatori di attentati contro la vita umana. Attualmente in Francia sono 358 le persone in carcere con l’accusa di terrorismo (condannati o in attesa di giudizio), 300 dei quali con l’accusa di associazione a delinquere in relazione con organizzazioni terroristiche. Tra questi, però, vi sono anche militanti baschi (159), corsi (76), e un bretone. Gli altri sono 94 islamisti, 13 del Grapo, 7 di azione diretta e 8 terroristi internazionali.

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Il partito per applicare la sharia in Australia

Pubblicato da Jake su 8 Settembre 2005

Da ieri anche l’Australia ha un partito politico musulmano.
Il “Best Party of Allah” è stato infatti registrato a Canberra, con l’intento di rappresentare una voce politica per la fazione più militante dei musulmani australiani.
Il partito, che per ora conta solo 200 iscritti, spera di introdurre in Australia le leggi del corano, ma, così almeno spiega, intende promuovere una politica moderata, nè di destra nè di sinistra.
Sul sito web, il partito condanna tra l’altro il dualismo dell’Australia che «da un lato invia aiuti alimentari all’Iraq e dall’altra manda i soldati a sparare sui cittadini».
Kurt Kennedy, cittadino australiano nato in Vietnam, in seguito convertitosi all’islamismo e fondatore del partito, ha detto che «la sharia, la legge coranica, prescrive che tutti siano trattati con uguaglianza.Non c’è nulla da temere».
Kennedy, che spera di arrivare ai 500 iscritti e diventare così un partito federale, ha aggiunto che anche gli australiani non musulmani saranno ammessi nel partito, se lo desiderano. Lo scopo del partito è però quello di dare voce alla comunità islamica del Paese, che conta 300 mila persone, pari all’1,5% della popolazione complessiva.
Politicamente, “The Best Party of Allah” si configurerebbe come una forza centrista e anti-estremista. «Rifiutiamo categoricamente l’ideologia alla base dell’uccisione di innocenti», ha affermato Kurt Kennedy, specificando che il primo partito musulmano nella storia australiana si collocherà al centro dello schieramento politico, propugnando una «visione moderata» della società.
Obiettivo di lungo termine è però, secondo quanto affermato da Kennedy, ottenere la maggioranza in Parlamento.

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La persecuzione dei cristiani nel 2005

Pubblicato da Jake su 7 Settembre 2005

Il fanatismo islamico dilaga e si fa sempre più difficile la vita per i cristiani in Medio oriente. Mentre in Occidente i circoli ben pensanti e politicamente corretti si affannano a regalare sempre nuovi spazi all’Islam, là dove l’Islam è già maggioranza vi sono sempre meno libertà garantite per gli “infedeli” cristiani. È solo di domenica scorsa la grave denuncia della situazione, raccolta dal Corriere della Sera, da parte del Custode della Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa: «Noi cristiani in Terra Santa bersaglio dell’odio islamico, l’Autorità palestinese non punisce gli aggressori», dichiara sin dal titolo.
E in questi ultimi due giorni un’altra notizia, quasi passata inosservata sugli organi di informazione ufficiali, mostra a che livelli stia giungendo la crescente ostilità dei musulmani verso le comunità cristiane nei territori soggetti all’Anp: dopo un presunto “sgarbo d’onore” nei confronti di una ragazza islamica, che peraltro aveva già pagato con la vita la sua storia d’amore per un cristiano, 14 case di “infedeli” sono state date alle fiamme dai figli di Allah infuriati.
Ieri quest’ultima crisi è sembrata rientrare. Grazie ad una energica mediazione del governatore di Ramallah (Cisgiordania) Mustafa Issa sembrerebbe tornata la calma nel villaggio cristiano di Taybeh dove domenica diverse abitazioni sono state distrutte da incendi dolosi nel corso degli scontri. Che ora si vorrebbero attribuire ufficialmente soltanto a una lite «fra una famiglia cristiana e una musulmana» e non più tra le diverse regole di vita delle due comunità. È proprio il quotidiano al-Ayam, secondo cui il presidente palestinese Abu Mazen segue da vicino gli sviluppi della vicenda, ad innestare la retromarcia.
All’origine di quegli incidenti restano comunque la questione di “leso onore” e la morte di una donna musulmana, nubile ed incinta di sei mesi. Secondo la polizia palestinese la donna è morta (a fine agosto) dopo aver ingerito veleno: ma ancora non viene precisato se si tratti di un delitto, o di un suicidio.
Vittime della “vendetta” dei suoi congiunti sono stati un uomo di Taybeh (indicato come amico di quella donna) e i suoi parenti, membri di una nota famiglia cristiana. Grazie all’intervento di Issa, esponenti della comunità cristiana e di quella musulmana locale hanno emesso ieri comunicati in cui sostengono che «il fattore religioso» non c’entra in questa vicenda e che – date le caratteristiche sociali della zona – le due famiglie si sarebbero affrontate anche se fossero state della medesima religione. Il governatore Issa, da parte sua, ha ottenuto una «cessazione delle ostilità» per i prossimi sei mesi, sempre secondo il giornale palestinese.
Quanto alla denuncia di padre Pizzaballa, c’è da restare sconcertati: «Quasi ogni giorno – ha detto al Corriere – le nostre comunità (cristiane, ndr) sono vessate dagli estremisti islamici in queste regioni. E se non sono gente di Hamas o della Jihad islamica, avviene che ci si scontri con il muro di gomma dell’Autorità palestinese che fa poco o mulla per punire i responsabili. Anzi, ci è capitato di venire a sapere che in alcuni casi, fra loro c’erano gli stessi agenti della polizia di Mahmoud Abbas o i militanti del Fatah, il suo partito che sarebbero addetti alla nostra difesa. Sono talmente scoraggiato di sentire le lamentele che talcolta non guardo neppure più i dossier».
Tra cui la corposa raccolta di ingiustizie compilata da Samir Qumsieh, direttore di una piccola tv locale cristiana, La Natività. Secondo padre Pizzaballa, Samir avrebbe voluto già da tempo diffondere la sua denuncia anche tramite il sito www.asianews.it diretta da padre Bernardo Cervellera. Il quale, da parte sua, ci ha informato di essere al lavoro per presentare sul suo sito, prossimamente, proprio un servizio in merito alla vicenda dei cristiani in Terrasanta.

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Repressione cinese

Pubblicato da Jake su 7 Settembre 2005

La filiale di Hong Kong di Yahoo! avrebbe fornito le informazioni per l’arresto e la condanna a 10 anni di prigione del giornalista Shi Tao. Lo afferma l’organizzazione Reporter senza frontiere. Shi Tao, 37 anni, redattore di un giornale economico e’ stato giudicato il 30 aprile colpevole di aver ‘divulgato segreti di Stato’ per aver scritto su Internet del divieto a tutti i cinesi di commemorare il 15esimo anniversario del massacro di piazza Tiananmen del 4 giugno 1989.

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