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Gli aficionados di Castro

Pubblicato da Jake su 23 Maggio 2005

Politici, giornalisti, intellettuali “di professione”, perfino qualche musicista. E pure qualche giudice. È il “partito” di Fidel Castro in Italia, quelli che non si arrendono all’evidenza, i trinariciuti di guareschiana memoria, sempre pronti a sottoscrivere una lettera per incitare il líder máximo, o a cavare di tasca un deca per spedire un barile di petrolio dalle parti dell’Avana, e poter dire così di aver avuto anche loro una particina nella gloriosa rivoluzione.
Gli ultrà filo cubani di casa nostra non fanno mai venire meno il loro sostegno ideale alla causa. Una “quinta colonna” del regime castrista che si annida nei gangli vitali della società.
L’ultima occasione per uscire allo scoperto è stato, un paio di mesi fa, l’appello in favore del loro beniamino pubblicato sul quotidiano spagnolo El Pais. Duecento fra intellettuali, politici e artisti di tutto il mondo hanno sottoscritto una sorta di lettera aperta, nella quale, tra l’altro, si afferma che “a Cuba non esiste un singolo caso di scomparsa, tortura o esecuzione extra-giudiziaria” e che “la rivoluzione ha consentito il raggiungimento di livelli di salute, educazione e cultura riconosciuti internazionalmente”. Chissà se avrebbero detto lo stesso anche della Germania anni Trenta.

L’illuminante manifesto sulle virtù del regime al potere dal 1959 nella maggiore delle isole caraibiche è stato sottoscritto, fra gli altri, anche da alcuni italiani. Non stupisce la presenza di quell’autentico apologeta del marxismo che è Gianni Minà, giornalista di lungo corso che nell’ottobre passato si precipitò a spedire un messaggio di auguri al condottiero dei Caraibi dopo la sua rovinosa caduta a un comizio che gli procurò la frattura di un ginocchio. Cotanta solidarietà trovò eco riconoscente sul quotidiano cubano Granma al fianco di capi di Stato sudamericani e africani. Due mesi dopo, il Minà è stato ospite d’onore del Festival del Nuevo Cine Latinoamericano all’Avana, dove ha presentato il suo documentario “In viaggio con Che Guevara”: un titolo, una garanzia.
Né sorprende imbattersi, nella petizione del Pais, nel nome di Luciana Castellina, meno preclara del primo, tra i fondatori del manifesto – noblesse oblige – ed editorialista del medesimo “giornale comunista”. Diversamente, avrà fatto saltare qualcuno sulla sedia scorgere nelle file degli “intellettuali for Cuba” Claudio Abbado, fin qui insigne e applaudito direttore d’orchestra, che pare aver ceduto alla voglia, per una volta, di far parte del coro.
Lo stesso coro incantato nel quale si schierano, da sempre, gli amici/nemici Armando Cossutta e Fausto Bertinotti. Sviolina il primo, presidente del Pdci: «Per quanto riguarda Cuba, credo che i dati positivi siano di gran lunga infinitamente superiori a quelli negativi… Conosco Fidel da tempo (siamo anche coetanei) e ho avuto con lui vari incontri… Cuba rimane fra tutti i Paesi dell’America Latina quello più avanzato sul piano dell’istruzione, della sanità, della scienza, della ricerca e, come ha affermato un grande artista come il maestro Abbado (ancora lui! nda), anche sul piano dell’arte e della musica».
Si unisce alla sinfonia d’amorosi sensi il segretario del Prc: «C’è stato un pronunciamento di un grande numero di intellettuali in difesa di Cuba, molto ampio e molto impegnato. Io lo capisco molto perché non si può equiparare Cuba ad altri Paesi latinoamericani… Quando ci sono state singole limitazioni dei diritti umani come durante i processi famosi, noi l’abbiamo criticato. Ma resta quello di Cuba un esempio importante che del resto viene riconosciuto da tutti i governi democratici latinoamericani a partire da quello di Lula (presidente del Brasile, nda)».
Il refrain è condiviso da larghi strati della variegata sinistra nostrana. Da Jacopo Venier, responsabile esteri del Pdci, secondo cui «a Cuba non c’è una feroce dittatura, ma c’è un regime politico che si può criticare ma che ha assicurato al suo popolo dignità e diritti impensabili in quella parte del mondo», al foglio di Rifondazione, Liberazione: «Noi – scriveva all’indomani delle condanne a decenni di galera inflitte ai promotori del “Progetto Varela”, colpevoli di chiedere più democrazia – siamo amici di Cuba, fieri e orgogliosi di esserlo. Proprio per questo non possiamo giustificare in alcun modo la selvaggia ondata di repressione in corso. Proprio perché crediamo nella rivoluzione cubana». Urge un briciolo di coerenza.
E non poteva mancare ’o governatore, Antonio Bassolino da Napoli, che come presidente della Regione Campania non fa altro che organizzare visite a Cuba. Figuriamoci poi se non c’era qualche giudice pronto ad arrampicarsi sugli specchi pur di negare il diritto d’asilo a un profugo cubano, con la motivazione – come hanno sentenziato Giuseppe Tarantola, Marisa Nardo e Paola Gandolfi del Tribunale di Milano pochi mesi fa – che essendo il poveretto un medico, occorre “evitare che i cittadini cubani rimangano privi di adeguata assistenza sanitaria” (dal Corriere di ieri).
Ma il sogno di tanti fan accaniti è emulare Massimo D’Alema o Romano Prodi, che quando sedevano a Palazzo Chigi non si fecero scrupoli a mostrarsi sorridenti e felici di posare con il dittatore più longevo del mondo. Da D’Alema ce lo si poteva anche aspettare, ma dal Professore…
Accadde a Ginevra nel 1998: colloqui fitti, pacche sulle spalle e anche un invito a visitare L’Avana. «Non so se andrò – disse Mortadella – personalmente mi farebbe molto piacere. Lo conosco da tanto tempo». Dimmi con chi vai…

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