MODENA
Un camionista romeno di 29 anni è stato arrestato dalla polizia, dopo che, trovato ubriaco alla guida del suo mezzo, ha investito due agenti.
L’episodio è avvenuto l’altra notte in via Contrada, in una zona della periferia di Modena.
Una pattuglia della polizia stradale era intervenuta per i rilievi relativi a un piccolo incidente, che aveva coinvolto un camion e un’autovettura. Quando però gli agenti hanno sottoposto al test dell’etilometro il romeno, conducente del camion questi è risultato positivo. L’alcool nel suo sangue era in dose superiore al consentito. A questo punto l’immigrato se l’è presa con gli agenti: ha iniziato ad insultarli, quindi è salito in cabina di guida, ha messo in moto il camion e ha investito i due poliziotti. Per fortuna gli agenti sono riusciti a cavarsela con danni relativamente lievi. Sono stati infatti medicati all’ospedale per ferite giudicate guaribili in 15 e 20 giorni. Nel frattempo il camionista romeno, che si era dato alla fuga a bordo del proprio camion, è stato intercettato e successivamente bloccato, a San Damaso, da una “volante” allertata dalla polstrada.
Archivio per 21 Dicembre 2004
Romeno ubriaco investe due agenti
Pubblicato da Jake su 21 Dicembre 2004
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In libertà imam che istiga alla violenza sulle donne
Pubblicato da Jake su 21 Dicembre 2004
È stato scarcerato in Spagna Mohamed Kamal Mustafa, l’imam di Fuengirola che insegnava a picchiare le donne. Era stato condannato a un anno e tre mesi di prigione per incitamento alla violenza sessista ed è stato rimesso ieri in libertà condizionata dall’Audiencia nacional di Barcellona che gli ha comunque ordinato di seguire un corso sui diritti stabiliti dalla Costituzione spagnola e dalla Dichiarazione dei diritti universali dell’uomo.
Nonostante la condanna inferiore ai due anni di carcere – che in Spagna significa automaticamente libertà con la condizionale – Mustafa, 44 anni, era entrato in carcere un mese fa perché un giudice di Barcellona aveva ravvisato «importanti ragioni di pericolosità sociale» dell’imam.
Nel suo libro “La donna nell’Islam”, Mustafa dava consigli pratici per infliggere alle donne punizioni fisiche concepite come «una semplice sofferenza simbolica che non sia eccessiva».
In pratica aveva raccolto nel volumetto consigli ai mariti su come e dove picchiare le mogli senza lasciare tracce. Secondo la motivazione della sentenza, il libro di Mustafà «si contraddistingue per un tono di maschilismo obsoleto, in alcuni casi molto accentuato» che «viola apertamente il principio di eguaglianza contenuto nella costituzione, promovendo comportamenti di discriminazione sessuale intollerabili e penalmente perseguibili». Il processo contro l’imam era partito da una denuncia presentata nel luglio del 2000 da un gruppo di associazioni femminili di tutta la Spagna, ma era stato rallentato durante un anno a causa di una disputa di competenze fra i tribunali dell’Andalusia, dove risiede l’imam, e quelli della Catalogna, dove è stato pubblicato il suo libro.
In uno dei capitoli della sua opera, Mustafà raccomandava i mariti musulmani di picchiare le proprie mogli «in parti specifiche del corpo, come i piedi e le mani, e usando una tavola di legno non troppo grossa, ovvero sottile e leggera, per non lasciare cicatrici ed ematomi».
Questi consigli sulle punizioni fisiche si iscrivono a loro volta in un ragionamento più vasto, secondo il quale «nella famiglia vi è posto per una sola autorità suprema, che può dirimere le dispute ed impedire il disordine, e questa autorità è quella dell’uomo». Nel suo libro, Mustafà sosteneva anche che «la testimonianza di uomo vale quella di due donne» e aggiungeva che i colpi che si danno alla moglie hanno come obiettivo «la sofferenza psicologica e non l’umiliazione o il danno fisico». L’imam, considerato una delle massime autorità religiose musulmane in Spagna, si è difeso sostenendo che lui è un «teologo progressista» e che con il suo libro cercava solo di porre dei limiti «ragionevoli e decenti» a quella che ha definito «una pratica molto diffusa in determinati ceti sociali».
Paradossalmente, la più dura critica alle tesi di Mustafà è venuta da un gruppo fondamentalista sunnita andaluso, la Yamaa Islamya, che sul suo sito internet ha definito l’imam «un irresponsabile» che «abusa della fiducia dei musulmani e causa un torto alla nostra fede». I fondamentalisti hanno aggiunto che il Profeto Maometto «ha detto che il migliore dei musulmani è colui che ha il comportamento più cortese verso le donne», ha «proibito ogni maltrattamento» e «non ha mai alzato la mano contro una delle sue mogli, nemmeno nei momenti di più aspro conflitto».
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Federorafi con l’Anci contro la Cina
Pubblicato da Jake su 21 Dicembre 2004
L’appello dell’Anci è stato firmato anche dalla Federorafi, Federazione nazionale Orafi Gioiellieri Fabbricanti.
«Chiediamo l’applicazione del regolamento – dice il presidente Sandro Biffi – perché ci troviamo in una fase assolutamente delicata, nella quale il problema non è della concorrenza – l’Italia è andata in giro per il mondo a conquistarsi mercati, figuriamoci se ha paura della concorrenza – il problema è la competizione senza regole sull’importazione.
Ci sono tre grandissime nazioni come gli Stati Uniti, il Giappone e la Cina che questo regolamento ce l’hanno e qualsiasi merce entra nel loro mercato deve soddisfare determinate regole».
«Siccome la Comunità ha chiesto di avere questo regolamento per le merci che entrano nel mercato comune europeo – continua Biffi – noi chiediamo che questo regolamento venga finalmente applicato, che venga messo in pratica.
Nel nostro settore specifico la mancata attuazione di esso comporta una serie di problemi: in primis, con la grande latitanza che c’è nei controlli doganali sulle merci che entrano, il fatto che queste figurano come fabbricate in Italia invece che all’estero».
C’è poi anche un problema di contraffazione
«Nel nostro settore non in modo particolare, perché non abbiamo molte marche, a differenza della moda o della pelletteria, che possono essere largamente imitate. Il nostro problema è piuttosto la quasi impossibilità di poter andare sul mercato cinese, la mancanza di reciprocità, con un dazio che impongono loro del 43 % sui prodotti di oreficeria contro il 6% che pagano in Italia, oltre ad ulteriori accise su prodotti di lusso. Il che fa sì che il nostro prodotto divenga di fatto assolutamente non competitivo».
Quindi si tratta – prosegue il presidente – di porre le condizioni per far sì che anche noi possiamo avere un mercato, e che si sappia chiaramente l’origine dei prodotti importati. Noi siamo convinti che se si può vedere, acquistando un gioiello, che è stato fatto in Cina, questo possa portare o ad un confronto sulla qualità o a una riflessione sul costo. Se invece si rischia di farlo sembrare come fatto in Italia, da un lato non si informa il cliente, dall’altro si può intuire dove finirebbe la nostra occupazione».
Quanti sono gli occupati nel settore orafo?
«Circa 130mila compresa la filiera del commercio, 40mila nella sola produzione, oltre a circa 100 mila nell’indotto. Siamo all’avanguardia nel mondo, ma la Cina ci sta scalzando dall posizione di leader perché gode di opportunità che a noi non sono offerte».
«Produrre meglio, avere più tecnologia è un problema nostro, ma le regole del gioco in un contesto internazionale non possiamo farle noi produttori, ci debbono pensare i governi e le strutture comunitarie. Anche se i ritardi nell’applicazione dei regolamenti sono anche dovuti a certi interessi nell’ambito della Ue. Mentre le nazioni più avanzate, come Francia, Italia, Germania, hanno tutto l’interesse a proteggere questo tipo di beni – moda, abbigliamento, oreficeria – cosa vuole che gliene importi ai Paesi dell’Est appena entrati? Però votano -o ritardano il voto – anche loro».
Siamo minacciati malgrado l’alto tasso di creatività della oreficeria italiana?
«La qualità della loro produzione sta crescendo giorno dopo giorno, insieme all’assortimento: mentre prima erano specializzati più che altro nell’incastonatura di pietre e in oggetti di microfusione, oggi ci rendiamo conto che stanno crescendo. Se quindi mettiamo insieme qualità, costi bassissimi e mancanza di regole, ne vien fuori un cocktail micidiale per la nostra industria e il nostro commercio. Se si deve decidere che si compra tutto quello che costa meno a prescindere da dove viene, la nostra produzione finirà in ginocchio».
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Calzaturieri per il made in Italy e contro la Cina
Pubblicato da Jake su 21 Dicembre 2004
Dopo l’allarme lanciato sul “China Day”, la fine delle barriere doganali sulle importazioni cinesi, l’ Anci, Associazione nazionale Calzaturifici italiani torna alla carica con un appello di mezza pagina sul Corriere della Sera, che riproduciamo qui accanto. L’appello è diretto al presidente del Consiglio per invitarlo a fare pressione sull’Ue affinché questa vari al più presto il regolamento sull’indicazione obbligatoria dell’origine dei prodotti importati in Europa. «E’ stato il viceministro Urso a fare questa richiesta in sede europea nel luglio del 2003 – dice il presidente dell’Anci, Leonardo Soana – e dopo un anno e mezzo negli uffici di Bruxeless siamo nella fase di proposta di regolamento per cinque settori, comprese le calzature, il tessile e l’abbigliamento, che dovrebbe concretizzarsi in febbraio. Ma poi dovrà essere votata dal Consiglio europeo dei ministri, quindi i tempi si allungheranno ancora. Il percorso è in atto, ma non è ancora “schiodato”, ecco perché il nostro appello a far presto, prima che il made in Italy perda altre quote di mercato». «E ci siamo rivolti direttamente a Berlusconi -spiega Soana – non perché non abbiamo fiducia in Urso, ma perché il presidente del Consiglio, dati i suoi rapporti con alcuni leader europei, per esempio Tony Blair, può far pressione per accelerare l’iter. Il commissario europeo al Commercio è infatti ora un inglese, Mandelson e un intervento di Blair potrebbe essere efficace». Non si chiede di varare queste norme di tutela per tutti i prodotti italiani, ma per il settore moda e calzature, che sono quelli che maggiormente hanno l’impronta di qualità italiana e che maggiormente possono soffrire dalla concorrenza orientale a basso costo. «E’ una difesa non solo delle imprese italiane, ma anche dei consumatori e per difendere centinaia di migliaia di posti di lavoro» conclude Soana.
Nel settore calzaturiero la Cina è il ormai primo produttore mondiale con una produzione di 6 miliardi di paia di scarpe per un valore di 15 miliardi di dollari (dato del 2001) che vengono prodotte da 18 mila calzaturifici. Le calzature cinesi che invadono tutti i mercati del mondo sono di fascia bassa, ma i cinesi, si sa, sono delle spugne che assorbono velocemente nuovi know how e sono altrettanto bravi e veloci a riprodurlo su larga scala. I cinesi sono bravi a copiare e si avvalgono della consulenza di stilisti italiani .
La Cina oggi attua varie forme di dumping e impone licenze per l’importazione di calzature dall’estero, difficili da ottenere perché riservate a società pubbliche. Per non parlare del dazio, pari al 25%. Aderendo alla Wto, il colosso asiatico aveva promesso di smantellare a poco a poco tutte queste barriere, ma non lo ha fatto.
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Egiziano condannato a 8 anni per rapine e stupri
Pubblicato da Jake su 21 Dicembre 2004
Otto anni e un mese di reclusione: questa la pena che il giudice delle udienze preliminari Vincenzo Tutinelli ha inflitto a Rafik Johari, l’egiziano che l’anno scorso seminò per una ventina di giorni il panico sulle strade tra Milano, Pavia, Lodi e Piacenza tamponando e rapinando automobilisti.
E, se al volante vi erano donne, anche tentando di violentarle. A Milano Rafik era accusato di 13 rapine, 10 lesioni volontarie, un sequestro di persona e una resistenza a pubblico ufficiale, mentre a Pavia era già stato condannato a dieci anni di reclusione.
Il pm Edy Pinato, ha chiesto otto anni e otto mesi di reclusione, tenendo conto del comportamento lineare tenuto dall’imputato che era difeso dall’imputato Cristina Foppa Uberti.
Particolare non trascurabile: l’egiziano, che una perizia psichiatrica ha definito sano di mente, dice ora di non ricordare nulla di quei venti giorni di follia, che potrebbero essere stati determinati da un trauma provocato dal dolore per l’improvvisa perdita del padre. Ora Rafik, dotato di una corporatura gigantesca, dovrà essere processato anche a Lodi.
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Niente visita al Duomo con il Sole delle Alpi
Pubblicato da Jake su 21 Dicembre 2004
Dopo il Presepe e il Crocefisso anche il Sole delle Alpi parrebbe essere entrato nella lista nera delle cose non gradite ai musulmani. Ad Antonio Fabbro, militante leghista di Fontanafredda (provincia di Pordenone), è stato infatti vietato l’ingresso al Duomo di Milano.
Motivo del divieto? Le forze dell’ordine lo hanno indicato nel fazzoletto con il Sole della Alpi che cingeva il collo di Fabbro. Non sono state fornite altre spiegazioni, nonostante il militante abbia sottolineato che il Sole delle Alpi non sia un simbolo politico, ma è facile intuire che i solerti uomini di legge abbiano temuto che il pluri millenario simbolo della cultura padana potesse urtare la sensibilità di qualche seguace di Allah.
In attesa del divieto di consumare carne suina (cinghiali compresi?), anche alcuni solerti vigili urbani hanno voluto colpire a modo loro: multando cioè, secondo voci insistenti, svariati pullman affittati dalle sezioni leghiste e parcheggiati nei pressi del castello Sforzesco. Peccato che a pagare saranno – se di multe legittime si tratta – le agenzie e non la Lega Nord.
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