Il maestro razzista: era una bufala, ma nessuno si corregge
Pubblicato da Jake su 3 Dicembre 2004
E’ ben poca cosa, paragonata alla panzana nazionale dei due milioni di bambini poveri in Italia, la piccola balla tutta romana del bambino originario del Burkina Faso perseguitato dal maestro razzista, che ha indignato per un paio di giorni le cronache capitoline, rimbalzando tra quotidiani e tg. Ma se la prima solenne bufala è stata cucinata da veri professionisti, ben condita e apparecchiata dal citatissimo Istituto di studi politici ed economici Eurispes (non nuovo a imprese del genere, come documenta il Foglio di ieri), la vicenda del bambino maltrattato a scuola perché scuro di pelle è invece una più modesta produzione artigianale. Meglio ancora, familiare, con una mamma arrabbiata e un avvocato solerte, che preferisce non denunciare i maltrattamenti scolastici in procura ma direttamente a Maurizio Costanzo. Il meccanismo, però, è lo stesso, e identico il riflesso condizionato di cui danno prova giornali e televisioni quando si tratta di assecondare l’ultima piccola o grande folata di vento politicamente corretto. Una specie di malìa, la si direbbe, che sospende il senso critico e invita a pensare, e di conseguenza scrivere, che in fondo “tutto va per il peggio nel peggiore dei mondi possibili”, al contrario di quello che sosteneva Pangloss nel “Candido” di Voltaire, ma con identico effetto di cancellazione della realtà. Nel caso della balla dell’Eurispes, persmontarla c’è voluto il puntiglio cortese e fermo di Luca Sofri (il Foglio del 30/11/04) che di quella stupefacente e drammatica notizia non se ne faceva proprio una ragione. A ragione: abbiamo scoperto, grazie a lui e alla sua piccola inchiesta, che i “due milioni di bambini poveri” non erano due milioni, non erano così poveri, e forse, chissà, magari non erano neanche bambini. Tutto il bailamme mediatico annesso a quella “notizia” si basava, insomma, sul vuoto pneumatico. E’ invece bastato che un cronista di Repubblica. it facesse, con un paio di giorni di ritardo, poche e semplici verifiche, per far svaporare e far sparire dalle cronache (senza scuse per il maestro pseudo-Barbablù) il più circoscritto caso di “razzismo a scuola” (cronaca romana del Corriere della Sera del primo dicembre), del “bambino di colore discriminato dal maestro” (l’Unità), del sadico docente di terza elementare che avrebbe apostrofato un piccolo di otto anni con frasi del tipo “sei nero e puzzi” (Il Messaggero), o anche “sei un folletto e non puoi stare con gli altri bambini” (ancora l’Unità), dopo averlo addirittura “costretto a restare immobile per cinque ore accanto a una lavagna” (di nuovo il Corriere). Storia bruttissima, da registrare senza troppe verifiche, come è capitato, per esempio, al Messaggero, che con prosa dolente s’immedesimava: “Un incubo andare a scuola, un dolore infinito sentire i compagni che lo prendono in giro, sei nero, puzzi, vatti a lavare, e tutte quelle volte che doveva stare seduto accanto alla lavagna per ore…”. Meno lirico e più sanamente prosaico, il giornalista di Repubblica ha invece appurato che nella scuola elementare romana “Ferrante Aporti”, teatro delle presunte persecuzioni a sfondo razzista del piccolo “Angelo” (nome di fantasia), “questa storia del razzismo non torna a molti. Anzi, non torna a nessuno. Né ai genitori, né agli insegnanti, né ai bambini. Sarà perché a insegnare musica, nella stessa classe, lo stesso maestro sotto accusa ha chiamato un afroamericano. Sarà perché nella stessa classe c’è un’altra bambina di colore, che non si è mai sentita discriminata. Sarà perché il legale che ha reso pubblica la vicenda si è ben guardato dallo sporgere denuncia alla magistratura, ma si è mosso soltanto attraverso i media. Prima le agenzie di stampa, poi i tg regionali, le cronache locali dei quotidiani e, infine, perfino Maurizio Costanzo”. Sempre più perplesso, il cronista spiega che “quella terza elementare è una classe ‘aperta’. Un paio di genitori fanno lezioni e laboratori, due volte a settimana, a stretto contatto con i maestri. Altri due hanno vissuto per mesi, sul finire dello scorso anno, gomito a gomito con gli insegnanti nella preparazione di una recita. Eppure nessuno, ma proprio nessuno, ha visto o sentito in giro razzismo”. Come se non bastasse, “altrettanto strana è la storia di E. P., papà di una delle alunne, chiamato dai maestri (dunque anche dall’insegnante ‘razzista’) a insegnare musica in classe. E. P. è un afroamericano. Perlomeno curioso che un maestro razzista chiami un nero ainsegnare ai suoi ragazzini. Talmente curioso che, mentre sui media l’insegnante viene additato come una specie di ‘mostro’, tutti i genitori stanno firmando una lettera di solidarietà all’insegnante”. In quella lettera, tra l’altro si legge: “In oltre due anni non abbiamo mai riscontrato episodi di razzismo o di discriminazione nei confronti di un alunno o dell’altro”. A questo punto, il cronista si chiede, e chiede al diretto interessato, se il legale che addita al pubblico ludibrio quel perfido maestro “prima di divulgare accuse così gravi, abbia fatto delle verifiche. Nessuna. Al telefono conferma che l’unica sua fonte è la madre del bambino e il bambino stesso. ‘Mi bastano le loro lacrime’, dice. Poi aggiunge di non saper nulla della vita della classe. E infatti apprende da noi, per la prima volta, che c’è un maestro di musica afroamericano. Che in classe c’è un’altra bambina di colore, che in quell’aula ci sta benissimo. E sempre da noi viene a sapere, un po’ stupito, ciò che pensano della faccenda gli altri genitori”. L’avvocato ha comunque avuto tempo di lanciare un appello del sindaco tramite giornali, radio e televisioni: “Sarebbe bello che Walter Veltroni entrasse in classe tenendo Angelo per mano”, perché “Roma non è una città razzista”. E non lo è, ci pare di capire, nemmeno il maestro di Angelo.
Ma a chi volete che interessi?