L’Archivio

L’archivio definitivo delle notizie

Archivio per 3 Dicembre 2004

I cambogiani e l’Ucraina non appassionano nessuno

Pubblicato da Jake su 3 Dicembre 2004

C’è una storia formidabile, che potrebbe fare la gioia di ogni direttore, di ogni inviato e, infine, di ogni lettore. E invece è caduta sulle brevi di cronaca come un petalo, e subito diventata una foglia secca. La storia è quella del gruppo di cambogiani che davanti all’invasione vietnamita scelgono la giungla, e riparano in una fuga senza fine. Riemergono, diffidenti e accecati dalla luce del mondo, decenni dopo. Le brevi dicono poco di loro, e si limitano al più a chiarire il quadro di quell’esilio, a rinverdire le vicende lontane e note dei khmer rossi, delle tensioni tra Cina e Vietnam, e gli orrori dei campi del silenzio. Sul conto del gruppo di fuggiaschi, poco o nulla, se non che c’erano donne e bambini, nati dunque nella collettiva latitanza, e che si erano cibati di bacche e radici e coperti con stracci vegetali. Nulla di più, su quella formidabile esperienza da Mowgli, nulla sulla loro vita organizzata, nulla sulla lunga loro distanza. E adesso nulla sull’impatto del mondo sulle loro relazioni, nulla sulle sorprese della modernità – cosa fanno davanti al tv color o come sobbalzano al suono di un telefonino, e come ascoltano psicologi e maestri che li aggiornano sulle vicende del mondo in loro assenza? O forse non c’è nulla di tutto questo, nessun apparato a studiare questa autentica ed enormemente più avvincente casa del grande fratello, e sono stati accolti alla buona, solo un bagno, vestiti caldi e grandi mangiate, tra gli aneddoti di quello che hanno visto e quello che si sono persi? Una sola cosa è certa: ci stiamo perdendo, anche noi, una storia.

In un certo senso, lo stesso sta avvenenendo con una storia molto meno esotica, ma molto più originale, anche perché sta srotolandosi sotto i nostri occhi: l’Ucraina. Certo, i giornali e le tv se ne occupano, e con buone corrispondenze, ma è come se fosse una storia che non vende, che non eccita, che non fa appassionare, che non fa arrabbiare, che non ci riguarda (in effetti l’immedesimazione,per noi, nella lotta contro unbroglio elettorale è ancora più remota della possibilità che uno di noi si perda nella giungla, qui al massimo si minaccia l’esilio alla vittoria del tuo avversario, salvo poi restare nella radura, o nel sottobosco, ma ognuno di noi accarezza l’idea di conservare in sé qualcosa del buon selvaggio, e non lo sfiora l’idea di essere un severo scrutinatore). E poi quella ucraina è una rivoluzione strana, che non ha il fascino delle rivoluzioni che posero fine al comunismo, a Danzica o a Praga. Sta ponendo fine, invece, al postcomunismo. Sta facendo crollare un controllo dell’informazione che farebbe arrossire chi parla, da noi, ai rischi del controllo dell’informazione. Sta contrapponendo due idee del mondo, e della vita, che attraversano ciascuno di noi: la libertà o l’equità sociale, il rischio individuale o la quiete delle garanzie collettive, il ballo selvaggio dell’economia di mercato, e delle sue spericolatezze o il passo misurato come in una balera romagnola della liscia corruzione dei burocrati. Lo sta facendo con una forza e un’originalità che scavalca tutto il conformismo dei nostri dibattiti: ad esempio gli arancioni chiedono il ritiro dall’Iraq, ma mica in nome di Chirac o dell’arcobaleno, no. Solo in antipatia a chi ha inviato il contingente in ossequio a Mosca e al complesso militar-industriale dell’ex impero. Lo fa dicendo: che ci abbiamo guadagnato, finora? Da noi il solo sospetto che a Nassirijah ci sia qualcosa che può interessare la nostra economia, fa arrossire il moralismo di ogni colore. E come la fanno questa rivoluzione? Con una forza e uno stile che dovrebbero fare moda. Offrendo cibo e idee e dubbi ai minatori che escono dalle giungle di carbone del passato, scrivendo sui muri, ma con le palle di neve, scegliendo il colore più di moda che c’è, srotolando in cortei che non hanno prime file, né code agguerrite, il sogno multisesso, multietà, multisociale di una democrazia libera e mercantile che finalmente li liberi da quel che resta del comunismo. E’ quella la società civile vera, è quella la forza del sogno, è quella una storia che non è una storia in ritardo sull’orologio dell’Europa, ma in qualche modo la anticipa, la disegna, con una sola, vistosa eccezione (è un angolo di mondo che non ha dovuto fare i conti con il terrorismo). Ma certo, è un movimento che non pronuncia la parola globalizzazione, che non si copre i volti anche se fa più freddo che nel Chiapas di Marcos o nella Genova del G8, che sorride invece di minacciare, che è non violento perfino nelle più crudeli irrisioni del potere (non pretendiamo adesso che i palestinesi imparino da loro…), un movimento incui troppe cose non tornano, per chi vuole spiegare in modo ordinato il disordine del mondo. Però c’è. Certo è una rivoluzione che sta ai movimenti esattamente come il pensionato morto di crepacuore, quando si vede scoperto nel furto di un salamino sta all’allegro pranzo a scrocco di Casarini e convitati.

Toni Capuozzo

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Il maestro razzista: era una bufala, ma nessuno si corregge

Pubblicato da Jake su 3 Dicembre 2004

E’ ben poca cosa, paragonata alla panzana nazionale dei due milioni di bambini poveri in Italia, la piccola balla tutta romana del bambino originario del Burkina Faso perseguitato dal maestro razzista, che ha indignato per un paio di giorni le cronache capitoline, rimbalzando tra quotidiani e tg. Ma se la prima solenne bufala è stata cucinata da veri professionisti, ben condita e apparecchiata dal citatissimo Istituto di studi politici ed economici Eurispes (non nuovo a imprese del genere, come documenta il Foglio di ieri), la vicenda del bambino maltrattato a scuola perché scuro di pelle è invece una più modesta produzione artigianale. Meglio ancora, familiare, con una mamma arrabbiata e un avvocato solerte, che preferisce non denunciare i maltrattamenti scolastici in procura ma direttamente a Maurizio Costanzo. Il meccanismo, però, è lo stesso, e identico il riflesso condizionato di cui danno prova giornali e televisioni quando si tratta di assecondare l’ultima piccola o grande folata di vento politicamente corretto. Una specie di malìa, la si direbbe, che sospende il senso critico e invita a pensare, e di conseguenza scrivere, che in fondo “tutto va per il peggio nel peggiore dei mondi possibili”, al contrario di quello che sosteneva Pangloss nel “Candido” di Voltaire, ma con identico effetto di cancellazione della realtà. Nel caso della balla dell’Eurispes, persmontarla c’è voluto il puntiglio cortese e fermo di Luca Sofri (il Foglio del 30/11/04) che di quella stupefacente e drammatica notizia non se ne faceva proprio una ragione. A ragione: abbiamo scoperto, grazie a lui e alla sua piccola inchiesta, che i “due milioni di bambini poveri” non erano due milioni, non erano così poveri, e forse, chissà, magari non erano neanche bambini. Tutto il bailamme mediatico annesso a quella “notizia” si basava, insomma, sul vuoto pneumatico. E’ invece bastato che un cronista di Repubblica. it facesse, con un paio di giorni di ritardo, poche e semplici verifiche, per far svaporare e far sparire dalle cronache (senza scuse per il maestro pseudo-Barbablù) il più circoscritto caso di “razzismo a scuola” (cronaca romana del Corriere della Sera del primo dicembre), del “bambino di colore discriminato dal maestro” (l’Unità), del sadico docente di terza elementare che avrebbe apostrofato un piccolo di otto anni con frasi del tipo “sei nero e puzzi” (Il Messaggero), o anche “sei un folletto e non puoi stare con gli altri bambini” (ancora l’Unità), dopo averlo addirittura “costretto a restare immobile per cinque ore accanto a una lavagna” (di nuovo il Corriere). Storia bruttissima, da registrare senza troppe verifiche, come è capitato, per esempio, al Messaggero, che con prosa dolente s’immedesimava: “Un incubo andare a scuola, un dolore infinito sentire i compagni che lo prendono in giro, sei nero, puzzi, vatti a lavare, e tutte quelle volte che doveva stare seduto accanto alla lavagna per ore…”. Meno lirico e più sanamente prosaico, il giornalista di Repubblica ha invece appurato che nella scuola elementare romana “Ferrante Aporti”, teatro delle presunte persecuzioni a sfondo razzista del piccolo “Angelo” (nome di fantasia), “questa storia del razzismo non torna a molti. Anzi, non torna a nessuno. Né ai genitori, né agli insegnanti, né ai bambini. Sarà perché a insegnare musica, nella stessa classe, lo stesso maestro sotto accusa ha chiamato un afroamericano. Sarà perché nella stessa classe c’è un’altra bambina di colore, che non si è mai sentita discriminata. Sarà perché il legale che ha reso pubblica la vicenda si è ben guardato dallo sporgere denuncia alla magistratura, ma si è mosso soltanto attraverso i media. Prima le agenzie di stampa, poi i tg regionali, le cronache locali dei quotidiani e, infine, perfino Maurizio Costanzo”. Sempre più perplesso, il cronista spiega che “quella terza elementare è una classe ‘aperta’. Un paio di genitori fanno lezioni e laboratori, due volte a settimana, a stretto contatto con i maestri. Altri due hanno vissuto per mesi, sul finire dello scorso anno, gomito a gomito con gli insegnanti nella preparazione di una recita. Eppure nessuno, ma proprio nessuno, ha visto o sentito in giro razzismo”. Come se non bastasse, “altrettanto strana è la storia di E. P., papà di una delle alunne, chiamato dai maestri (dunque anche dall’insegnante ‘razzista’) a insegnare musica in classe. E. P. è un afroamericano. Perlomeno curioso che un maestro razzista chiami un nero ainsegnare ai suoi ragazzini. Talmente curioso che, mentre sui media l’insegnante viene additato come una specie di ‘mostro’, tutti i genitori stanno firmando una lettera di solidarietà all’insegnante”. In quella lettera, tra l’altro si legge: “In oltre due anni non abbiamo mai riscontrato episodi di razzismo o di discriminazione nei confronti di un alunno o dell’altro”. A questo punto, il cronista si chiede, e chiede al diretto interessato, se il legale che addita al pubblico ludibrio quel perfido maestro “prima di divulgare accuse così gravi, abbia fatto delle verifiche. Nessuna. Al telefono conferma che l’unica sua fonte è la madre del bambino e il bambino stesso. ‘Mi bastano le loro lacrime’, dice. Poi aggiunge di non saper nulla della vita della classe. E infatti apprende da noi, per la prima volta, che c’è un maestro di musica afroamericano. Che in classe c’è un’altra bambina di colore, che in quell’aula ci sta benissimo. E sempre da noi viene a sapere, un po’ stupito, ciò che pensano della faccenda gli altri genitori”. L’avvocato ha comunque avuto tempo di lanciare un appello del sindaco tramite giornali, radio e televisioni: “Sarebbe bello che Walter Veltroni entrasse in classe tenendo Angelo per mano”, perché “Roma non è una città razzista”. E non lo è, ci pare di capire, nemmeno il maestro di Angelo.

Ma a chi volete che interessi?

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La Spagna tenta un affannoso riallaccio con gli USA

Pubblicato da Jake su 3 Dicembre 2004

“La profondità e la conoscenza che Condoleeza Rice ha mostrato durante la sua carriera faranno di lei un’eccellente segretario di Stato”, ha detto Miguel Ángel Moratinos Cuyaubé, ministro degli Esteri e della Cooperazione spagnolo subito dopo che il presidente George W. Bush ha scelto Condi per sostituire Colin Powell. Ma non c’è dubbio che Moratinos, classe ’51, diplomatico dal ’77, soprannominato Curro (sgobbone) nel palazzo di plaza Marques de Salamanca, la Farnesina spagnola, ha fatto buon viso a cattivo gioco. Le relazioni Madrid-Washington, tesissime dopo la “fuga” dall’Iraq di aprile, minacciano di diventare ancor più difficili. “Cattiva notizia per il governo spagnolo. Moratinos può essere il membro dell’esecutivo più colpito da questa nomina, che riempie d’incertezza il suo impegno di ricomporre i rapporti con gli Stati Uniti”, ammetteva ieri persino il País.

Dopo la vittoria di Bush e nonostante il palese tifo per John F. Kerry (“Abbiamo bisogno di te”, diceva all’Internazionale socialista del febbraio scorso a Madrid l’allora capo dell’opposizione e attuale premier José Luis Rodríguez Zapatero), Curro ha cercato di riscaldare il gelo americano. L’ultima prova, e l’ennesimo flop, è del 13 novembre, quando ha fallito il tentativo di far incontrare il padre del presidente americano, a caccia nella Mancia, con il premier. “Bush padre ha consultato il figlio e il capo della Casa Bianca gli ha ordinato di non incontrare Zapatero. Ma il ministro della Difesa, José Bono, si è avvicinato alla tenuta dove si teneva la battuta venatoria per salutare l’ex presidente. Moratinos ha affermato che l’incontro di Bono con Bush senior è la dimostrazione della normalità delle relazioni diplomatiche tra Spagna e Stati Uniti”, rivelava ieri il moderato La Razón. Moratinos, ex inviato speciale dell’Unione europea per il medio oriente dal ’96 al 2003, uno dei più noti esponenti socialisti nel ministero degli Esteri madrileno, sta constatando che la sua campagna mediatica per riavvicinarsi a Washington sarà dura. E con Condi, che ha incontrato soltanto una volta a Washington, subito dopo la ritirata, il cammino è ancor di più in salita. L’allora consigliere alla Sicurezza nazionale non volle neppure i fotografi per una riunione definita “franca e dura”, che tradotta dallo slangdiplomatico vuole dire un disastro. E non c’è dubbio che la Rice, secondo cui “i terroristi possono aver appreso una lezione sbagliata dalla Spagna con il rimpatrio delle truppe”, non si farà abbindolare dal restyling che Curro cerca di spacciare con dichiarazioni più che stupefacenti. “La relazione di questo governo con gli Stati Uniti darà migliori risultati di quelli dell’ex premier José María Aznar”, ha detto al Mundo,benché Bush non si sia ancora sentito al telefono con Zapatero e non ci sia una data fissata per un loro incontro, mentre Aznar ha incontrato per 40 minuti, lo scorso 9 novembre e alla Casa Bianca, il presidente. Al País Moratinos ha detto: “Chi può apportare di più agli Stati Uniti nella sua azione internazionale, dopo l’Inghilterra, è la Spagna. Abbiamo credibilità in AmericaLatina, medio oriente, in Nord Africa e nel mondo arabo”. Aznar accusa l’esecutivo della Rosa di dare ali in Spagna all’anti americanismo. Moratinos non riesce a portare a casa alcunché, neppure con il direttorio franco-tedesco a cui si è sottomesso. Parigi e Berlino rispondono sempre negativamente alla richiesta zapaterista di mantenere intatto il loro apporto finanziario all’Ue. A Curro è stato dato un nuovo nomignolo: Desatinos (spropositi).

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