L’Archivio

L’archivio definitivo delle notizie

Archivio per Dicembre 2004

Continuano le violenze dei terroristi su cittadini inermi

Pubblicato da Jake su 23 Dicembre 2004

Un corpo di donna senza testa e’ stato rinvenuto a Erbil, nel nord, e la polizia ritiene sia quello della conduttrice tv irachena rapita.La reporter e’ stata rapita domenica scorsa nel centro di Mossul, assieme alla sua bambina di dieci anni. Raida al Wazan, di 36 anni, lavorava per la rete locale della tv pubblica irachena ed e’ stata sequestrata mentre si recava in auto al lavoro. Secondo fonti locali, sua figlia e’ stata rilasciata ieri. Non si conosce l’identita’ dei rapitori.

Ansa

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Romeno ubriaco investe due agenti

Pubblicato da Jake su 21 Dicembre 2004

MODENA
Un camionista romeno di 29 anni è stato arrestato dalla polizia, dopo che, trovato ubriaco alla guida del suo mezzo, ha investito due agenti.
L’episodio è avvenuto l’altra notte in via Contrada, in una zona della periferia di Modena.
Una pattuglia della polizia stradale era intervenuta per i rilievi relativi a un piccolo incidente, che aveva coinvolto un camion e un’autovettura. Quando però gli agenti hanno sottoposto al test dell’etilometro il romeno, conducente del camion questi è risultato positivo. L’alcool nel suo sangue era in dose superiore al consentito. A questo punto l’immigrato se l’è presa con gli agenti: ha iniziato ad insultarli, quindi è salito in cabina di guida, ha messo in moto il camion e ha investito i due poliziotti. Per fortuna gli agenti sono riusciti a cavarsela con danni relativamente lievi. Sono stati infatti medicati all’ospedale per ferite giudicate guaribili in 15 e 20 giorni. Nel frattempo il camionista romeno, che si era dato alla fuga a bordo del proprio camion, è stato intercettato e successivamente bloccato, a San Damaso, da una “volante” allertata dalla polstrada.

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In libertà imam che istiga alla violenza sulle donne

Pubblicato da Jake su 21 Dicembre 2004

È stato scarcerato in Spagna Mohamed Kamal Mustafa, l’imam di Fuengirola che insegnava a picchiare le donne. Era stato condannato a un anno e tre mesi di prigione per incitamento alla violenza sessista ed è stato rimesso ieri in libertà condizionata dall’Audiencia nacional di Barcellona che gli ha comunque ordinato di seguire un corso sui diritti stabiliti dalla Costituzione spagnola e dalla Dichiarazione dei diritti universali dell’uomo.
Nonostante la condanna inferiore ai due anni di carcere – che in Spagna significa automaticamente libertà con la condizionale – Mustafa, 44 anni, era entrato in carcere un mese fa perché un giudice di Barcellona aveva ravvisato «importanti ragioni di pericolosità sociale» dell’imam.
Nel suo libro “La donna nell’Islam”, Mustafa dava consigli pratici per infliggere alle donne punizioni fisiche concepite come «una semplice sofferenza simbolica che non sia eccessiva».
In pratica aveva raccolto nel volumetto consigli ai mariti su come e dove picchiare le mogli senza lasciare tracce. Secondo la motivazione della sentenza, il libro di Mustafà «si contraddistingue per un tono di maschilismo obsoleto, in alcuni casi molto accentuato» che «viola apertamente il principio di eguaglianza contenuto nella costituzione, promovendo comportamenti di discriminazione sessuale intollerabili e penalmente perseguibili». Il processo contro l’imam era partito da una denuncia presentata nel luglio del 2000 da un gruppo di associazioni femminili di tutta la Spagna, ma era stato rallentato durante un anno a causa di una disputa di competenze fra i tribunali dell’Andalusia, dove risiede l’imam, e quelli della Catalogna, dove è stato pubblicato il suo libro.
In uno dei capitoli della sua opera, Mustafà raccomandava i mariti musulmani di picchiare le proprie mogli «in parti specifiche del corpo, come i piedi e le mani, e usando una tavola di legno non troppo grossa, ovvero sottile e leggera, per non lasciare cicatrici ed ematomi».
Questi consigli sulle punizioni fisiche si iscrivono a loro volta in un ragionamento più vasto, secondo il quale «nella famiglia vi è posto per una sola autorità suprema, che può dirimere le dispute ed impedire il disordine, e questa autorità è quella dell’uomo». Nel suo libro, Mustafà sosteneva anche che «la testimonianza di uomo vale quella di due donne» e aggiungeva che i colpi che si danno alla moglie hanno come obiettivo «la sofferenza psicologica e non l’umiliazione o il danno fisico». L’imam, considerato una delle massime autorità religiose musulmane in Spagna, si è difeso sostenendo che lui è un «teologo progressista» e che con il suo libro cercava solo di porre dei limiti «ragionevoli e decenti» a quella che ha definito «una pratica molto diffusa in determinati ceti sociali».
Paradossalmente, la più dura critica alle tesi di Mustafà è venuta da un gruppo fondamentalista sunnita andaluso, la Yamaa Islamya, che sul suo sito internet ha definito l’imam «un irresponsabile» che «abusa della fiducia dei musulmani e causa un torto alla nostra fede». I fondamentalisti hanno aggiunto che il Profeto Maometto «ha detto che il migliore dei musulmani è colui che ha il comportamento più cortese verso le donne», ha «proibito ogni maltrattamento» e «non ha mai alzato la mano contro una delle sue mogli, nemmeno nei momenti di più aspro conflitto».

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Federorafi con l’Anci contro la Cina

Pubblicato da Jake su 21 Dicembre 2004

L’appello dell’Anci è stato firmato anche dalla Federorafi, Federazione nazionale Orafi Gioiellieri Fabbricanti.
«Chiediamo l’applicazione del regolamento – dice il presidente Sandro Biffi – perché ci troviamo in una fase assolutamente delicata, nella quale il problema non è della concorrenza – l’Italia è andata in giro per il mondo a conquistarsi mercati, figuriamoci se ha paura della concorrenza – il problema è la competizione senza regole sull’importazione.
Ci sono tre grandissime nazioni come gli Stati Uniti, il Giappone e la Cina che questo regolamento ce l’hanno e qualsiasi merce entra nel loro mercato deve soddisfare determinate regole».
«Siccome la Comunità ha chiesto di avere questo regolamento per le merci che entrano nel mercato comune europeo – continua Biffi – noi chiediamo che questo regolamento venga finalmente applicato, che venga messo in pratica.
Nel nostro settore specifico la mancata attuazione di esso comporta una serie di problemi: in primis, con la grande latitanza che c’è nei controlli doganali sulle merci che entrano, il fatto che queste figurano come fabbricate in Italia invece che all’estero».
C’è poi anche un problema di contraffazione
«Nel nostro settore non in modo particolare, perché non abbiamo molte marche, a differenza della moda o della pelletteria, che possono essere largamente imitate. Il nostro problema è piuttosto la quasi impossibilità di poter andare sul mercato cinese, la mancanza di reciprocità, con un dazio che impongono loro del 43 % sui prodotti di oreficeria contro il 6% che pagano in Italia, oltre ad ulteriori accise su prodotti di lusso. Il che fa sì che il nostro prodotto divenga di fatto assolutamente non competitivo».
Quindi si tratta – prosegue il presidente – di porre le condizioni per far sì che anche noi possiamo avere un mercato, e che si sappia chiaramente l’origine dei prodotti importati. Noi siamo convinti che se si può vedere, acquistando un gioiello, che è stato fatto in Cina, questo possa portare o ad un confronto sulla qualità o a una riflessione sul costo. Se invece si rischia di farlo sembrare come fatto in Italia, da un lato non si informa il cliente, dall’altro si può intuire dove finirebbe la nostra occupazione».
Quanti sono gli occupati nel settore orafo?
«Circa 130mila compresa la filiera del commercio, 40mila nella sola produzione, oltre a circa 100 mila nell’indotto. Siamo all’avanguardia nel mondo, ma la Cina ci sta scalzando dall posizione di leader perché gode di opportunità che a noi non sono offerte».
«Produrre meglio, avere più tecnologia è un problema nostro, ma le regole del gioco in un contesto internazionale non possiamo farle noi produttori, ci debbono pensare i governi e le strutture comunitarie. Anche se i ritardi nell’applicazione dei regolamenti sono anche dovuti a certi interessi nell’ambito della Ue. Mentre le nazioni più avanzate, come Francia, Italia, Germania, hanno tutto l’interesse a proteggere questo tipo di beni – moda, abbigliamento, oreficeria – cosa vuole che gliene importi ai Paesi dell’Est appena entrati? Però votano -o ritardano il voto – anche loro».
Siamo minacciati malgrado l’alto tasso di creatività della oreficeria italiana?
«La qualità della loro produzione sta crescendo giorno dopo giorno, insieme all’assortimento: mentre prima erano specializzati più che altro nell’incastonatura di pietre e in oggetti di microfusione, oggi ci rendiamo conto che stanno crescendo. Se quindi mettiamo insieme qualità, costi bassissimi e mancanza di regole, ne vien fuori un cocktail micidiale per la nostra industria e il nostro commercio. Se si deve decidere che si compra tutto quello che costa meno a prescindere da dove viene, la nostra produzione finirà in ginocchio».

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Calzaturieri per il made in Italy e contro la Cina

Pubblicato da Jake su 21 Dicembre 2004

Dopo l’allarme lanciato sul “China Day”, la fine delle barriere doganali sulle importazioni cinesi, l’ Anci, Associazione nazionale Calzaturifici italiani torna alla carica con un appello di mezza pagina sul Corriere della Sera, che riproduciamo qui accanto. L’appello è diretto al presidente del Consiglio per invitarlo a fare pressione sull’Ue affinché questa vari al più presto il regolamento sull’indicazione obbligatoria dell’origine dei prodotti importati in Europa. «E’ stato il viceministro Urso a fare questa richiesta in sede europea nel luglio del 2003 – dice il presidente dell’Anci, Leonardo Soana – e dopo un anno e mezzo negli uffici di Bruxeless siamo nella fase di proposta di regolamento per cinque settori, comprese le calzature, il tessile e l’abbigliamento, che dovrebbe concretizzarsi in febbraio. Ma poi dovrà essere votata dal Consiglio europeo dei ministri, quindi i tempi si allungheranno ancora. Il percorso è in atto, ma non è ancora “schiodato”, ecco perché il nostro appello a far presto, prima che il made in Italy perda altre quote di mercato». «E ci siamo rivolti direttamente a Berlusconi -spiega Soana – non perché non abbiamo fiducia in Urso, ma perché il presidente del Consiglio, dati i suoi rapporti con alcuni leader europei, per esempio Tony Blair, può far pressione per accelerare l’iter. Il commissario europeo al Commercio è infatti ora un inglese, Mandelson e un intervento di Blair potrebbe essere efficace». Non si chiede di varare queste norme di tutela per tutti i prodotti italiani, ma per il settore moda e calzature, che sono quelli che maggiormente hanno l’impronta di qualità italiana e che maggiormente possono soffrire dalla concorrenza orientale a basso costo. «E’ una difesa non solo delle imprese italiane, ma anche dei consumatori e per difendere centinaia di migliaia di posti di lavoro» conclude Soana.
Nel settore calzaturiero la Cina è il ormai primo produttore mondiale con una produzione di 6 miliardi di paia di scarpe per un valore di 15 miliardi di dollari (dato del 2001) che vengono prodotte da 18 mila calzaturifici. Le calzature cinesi che invadono tutti i mercati del mondo sono di fascia bassa, ma i cinesi, si sa, sono delle spugne che assorbono velocemente nuovi know how e sono altrettanto bravi e veloci a riprodurlo su larga scala. I cinesi sono bravi a copiare e si avvalgono della consulenza di stilisti italiani .
La Cina oggi attua varie forme di dumping e impone licenze per l’importazione di calzature dall’estero, difficili da ottenere perché riservate a società pubbliche. Per non parlare del dazio, pari al 25%. Aderendo alla Wto, il colosso asiatico aveva promesso di smantellare a poco a poco tutte queste barriere, ma non lo ha fatto.

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Egiziano condannato a 8 anni per rapine e stupri

Pubblicato da Jake su 21 Dicembre 2004

Otto anni e un mese di reclusione: questa la pena che il giudice delle udienze preliminari Vincenzo Tutinelli ha inflitto a Rafik Johari, l’egiziano che l’anno scorso seminò per una ventina di giorni il panico sulle strade tra Milano, Pavia, Lodi e Piacenza tamponando e rapinando automobilisti.
E, se al volante vi erano donne, anche tentando di violentarle. A Milano Rafik era accusato di 13 rapine, 10 lesioni volontarie, un sequestro di persona e una resistenza a pubblico ufficiale, mentre a Pavia era già stato condannato a dieci anni di reclusione.
Il pm Edy Pinato, ha chiesto otto anni e otto mesi di reclusione, tenendo conto del comportamento lineare tenuto dall’imputato che era difeso dall’imputato Cristina Foppa Uberti.
Particolare non trascurabile: l’egiziano, che una perizia psichiatrica ha definito sano di mente, dice ora di non ricordare nulla di quei venti giorni di follia, che potrebbero essere stati determinati da un trauma provocato dal dolore per l’improvvisa perdita del padre. Ora Rafik, dotato di una corporatura gigantesca, dovrà essere processato anche a Lodi.

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Niente visita al Duomo con il Sole delle Alpi

Pubblicato da Jake su 21 Dicembre 2004

Dopo il Presepe e il Crocefisso anche il Sole delle Alpi parrebbe essere entrato nella lista nera delle cose non gradite ai musulmani. Ad Antonio Fabbro, militante leghista di Fontanafredda (provincia di Pordenone), è stato infatti vietato l’ingresso al Duomo di Milano.
Motivo del divieto? Le forze dell’ordine lo hanno indicato nel fazzoletto con il Sole della Alpi che cingeva il collo di Fabbro. Non sono state fornite altre spiegazioni, nonostante il militante abbia sottolineato che il Sole delle Alpi non sia un simbolo politico, ma è facile intuire che i solerti uomini di legge abbiano temuto che il pluri millenario simbolo della cultura padana potesse urtare la sensibilità di qualche seguace di Allah.
In attesa del divieto di consumare carne suina (cinghiali compresi?), anche alcuni solerti vigili urbani hanno voluto colpire a modo loro: multando cioè, secondo voci insistenti, svariati pullman affittati dalle sezioni leghiste e parcheggiati nei pressi del castello Sforzesco. Peccato che a pagare saranno – se di multe legittime si tratta – le agenzie e non la Lega Nord.

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Tom Wolfe e le elezioni americane

Pubblicato da Jake su 17 Dicembre 2004

Tom Wolfe, autore del nuovo romanzo “I am Charlotte Simmons”, intervistato dal Guardian: “Tina Brown ha scritto che era a cena con un gruppo di pezzi grossi dei media, e al dolce stavano discutendo di come si potesse fermare Bush. Finché un cameriere annuncia che lui viene dalla periferia, e voterà Bush. E la reazione di Tina è ‘Come possiamo convincere questa gente a non votare Bush?’. Io ne traggo la lezione opposta: che Tina e il suo giro di gente dei media non sanno cosa sia il resto dell’America. Ti considerano perverso e deficiente se a queste elezioni tifi Bush. (…) Peraltro, ero a una cena simile, ascoltavo la stessa conversazione, e ho detto: ‘In mancanza d’altro, potete sempre votare per Bush’. I commensali mi hanno guardato come se avessi appena detto: ‘Oh, dimenticavo di avvertirvi: sono un molestatore di bambini’. Voterei per Bush non foss’altro per stare in aeroporto a fare ciao-ciao con la manina a tutti quelli che dicono che se ne andranno a Londra, se vince di nuovo”.

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Arrestati terroristi in Spagna

Pubblicato da Jake su 16 Dicembre 2004

La polizia ha arrestato quattro musulmani, a quanto pare collegati con la cellula smantellata dal giudice Baltasar Garzon che voleva far saltare l’Audiencia Nacional, massima istanza giuridica del paese.
Solo una settimana fa erano stati fermati un egiziano, poi rilasciato, e un siriano, la cui detenzione è stata invece confermata, poiché sospettato di essere coinvolti proprio negli attentati che l’11 marzo provocarono 200 morti nelle stazioni di Madrid.
L’ultima operazione è stata illustrata dal Ministro dell’Interno, Josè Antonio Alonso: «Gli arrestati appartenevano ad un gruppo di persone che stavano formando una cellula di attivisti radicali, potenzialmente pericolosi per la sicurezza del paese», ha detto. Uno dei detenuti, lo spagnolo di origine marocchina Khalid Zeimi Pardo, arrestato a Madrid, sarebbe collegato con Amer El Azizi, ricercato per gli attentati dell’11 settembre degli Stati Uniti e dell’11 marzo di Madrid. Secondo la polizia, Zeimi sarebbe anche stato in contatto con Serhane Abdelmajid Fakhet, detto “Il Tunisino”, uno dei presunti capi della cellula islamica responsabile della strage di Madrid e che tre settimane dopo si suicidò insieme a altri sei terroristi. Gli altri tre detenuti, tutti algerini, sarebbero collegati con un gruppo salafita smantellato nel 2003 in Catalogna. Sono Abdelkader Lebik “Hamou Lebik” e Abdalla Ibn Moutalib Kaddouri, arrestati a Vitoria (Paese Basco), e Brahim Amman, arrestato a Alcaniz (Teruel), detto “il tagliatore di teste” per le sue attività terroristiche in Algeria.

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Consulta boccia richiesta Tar Veneto

Pubblicato da Jake su 15 Dicembre 2004

Il crocifisso resta nelle aule scolastiche. La Corte Costituzionale ha infatti dichiarato manifestamente inammissibile la questione di legittimità sollevata dal Tar del Veneto sui regolamenti che, secondo il giudice amministrativo, impongono l’obbligo di esposizione del simbolo della cristianità nelle aule.

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Il soldato americano cattivo

Pubblicato da Jake su 13 Dicembre 2004

Il soldato americano medio è reclutato nei bassifondi, è ebbro del suo stesso potere e imbevuto di propaganda xenofoba americana che lo spinge a odiare tutto ciò che non è a stelle e strisce…. …gli americani sono dei teppisti in divisa che fanno quello che vogliono…

Daunt II

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Minniti sulla Lega e i forestali

Pubblicato da Jake su 13 Dicembre 2004

“La Calabria commissariata con un leghista. Hanno letteralmente perso la testa. Sembra quasi una barzelletta”: cosi’ Marco Minniti (Ds). Il commento riguarda la nomina del ministro Calderoli a commissario per la vicenda degli operai forestali. “Se non si trattasse di cose serie -ha aggiunto Minniti- che riguardano la vita di migliaia di famiglie calabresi ci sarebbe da ridere. Povera Calabria,stretta nella morsa di un governo regionale impotente e di un governo nazionale sempre piu’ ostile”.

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Tutele (troppe) della donna iberica

Pubblicato da Jake su 10 Dicembre 2004

Tempi duri per i maschi. E non mi riferisco ai soliti paesi anglosassoni o scandinavi dove da un bel pezzo i gender studies si sono tradotti in una legislazione severa e in una giurisprudenza solerte. Qui non si tratta del sexual harassment di matrice americana, né delle ormai numerose dichiarazioni internazionali sulla violenza contro le donne, ultima nell’ordine di tempo quella di Pechino del 1995, stentoree ma nella prassi piuttosto inefficaci stando alle statistiche. Qui la sorpresa viene dal paese simbolo del machismo, ossia dalla Spagna, che ha votato all’unanimità una legge draconiana di protezione dalla violenza perpetrata contro la donna e la famiglia. Il legislatore ha usato la mano pesante. Non ha esitato a includere nello spettro dei diritti protetti le formulazioni più ampie (e discrezionali) che consentiranno, se la giurisprudenza seguirà, di castigare severamente ogni forma di coercizione che vada dalla pressione psicologica alla violenza vera e propria. Nemmeno il mobbing è dimenticato, i datori di lavoro dovranno stare molto attenti se, complice qualche dipendente maschio, vogliono condizionare o sbarazzarsi di una dipendente sgradita. Pure i professori universitari stiano in campana – ma su questo dettaglio preferirei non soffermarmi per bieco spirito di corpo, memore della vicissitudine occorsa a un eccellente collega americano. E per fare capire che non si scherza, il governo è stato impegnato a creare sezioni specializzate di pubblici ministeri per la repressione di questi reati, rispetto ai quali l’applicazione del codice penale resta solo una fonte sussidiaria. Che dice la legge? “Si intende per violenza contro la donna e la famiglia, l’aggressione, minaccia o offesa esercitata sopra la moglie o altro membro della famiglia, da parte del coniuge, del convivente, ex coniuge, ex convivente o persone che abbiano intrattenuto legami di coabitazione, ascendenti, discendenti, collaterali, consanguinei o affini che menomino l’integrità fisica, psicologica, sessuale o patrimoniale della vittima”. Vedo già i colleghi penalisti, forse anche qualcuno di sesso femminile, storcere il naso, perché, quanto a rispetto dei principio di tipicità e determinatezza, non è che sia proprio un capolavoro redazionale. Nulla da dire invece sull’art. 5 della legge, che definisce in modo particolareggiato il reato per lesioni (inclusa la perdita di un dente). Violenza è anche quella diretta contro i beni patrimoniali, il che significa, insomma, non fate volare piatti, per favore, se non siete sicuri che sono vostri. Sulla violenza psicologica, poi, dove il legislatore si è sbizzarrito: “Si considera violenza psicologica ogni condotta che è causa di un danno emotivo, o che diminuisca l’autostima, pregiudichi il sano svolgimento della vita familiare, tali come gettare il disonore, il discredito e il disprezzo o altri trattamenti umilianti e vessatori etc.”. I litigi in famiglia, sembrerebbe di capire, sono così messi al bando. Da ultimo un regalino per i single impenitenti che in un “date” abbiano frainteso le intenzioni dell’ospite: “Si intende per violenza sessuale ogni condotta che minacci o vulneri il diritto della persona di decidere volontariamente sulla sessualità, compresa in ciò non solo l’atto sessuale ma anche qualsiasi forma di contatto o accesso sessuale, genitale o non genitale”. Se vi capita di andare in Spagna, allora, e vi tenta una cena con un provocante membro del gentil sesso, fatevi accompagnare da un avvocato – non si sa mai, ci scappasse un bacio alla francese.

Basta celiare: la legge è benemerita in un paese dove omertà e violenza familiare la fanno impunemente da padrone; dove le strutture sanitarie spesso si astengono dal referto all’autorità giudiziaria; dove le donne subiscono in silenzio le peggiori vessazioni. Viene solo da chiedersi se era necessaria una definizione a maglie così larghe e una tale batteria di sanzioni, azioni e omissioni, doli, colpe e indennizzi. Non che chi incorre nel misfatto non meriti la sanzione, ma l’intrusione nella sfera della famiglia è senza precedenti. Tanto per capirsi, legittimati alla denuncia sono il pm e le organizzazioni non governative. Bene, se è per infondere coraggio nelle donne e incutere timore ai mariti maneschi, ma nell’applicazione occorrerà un po’ di buon senso, il che non significa affatto “tra moglie e marito non mettere il dito”. Rassicura al riguardo la previsione di un procedimento di conciliazione obbligatoria che precederà l’azione penale, anche se resto perplesso sulla previsione che a esso debbano parteciparvi le ong. Non è meglio preservare un po’ di discrezione? In una realtà come quella mediterranea un segnale chiaro e forte era necessario, di sicuro. La lista, nel XXI secolo, di mogli o conviventi morte in seguito a percosse è semplicemente agghiacciante. Detto questo, come in tutte le liberal-democrazie che si rispettano occorrerà che il meritorio zelo repressivo, in funzione sanzionatoria e pedagogica, trovi un bilanciamento con dinamiche come quelle sentimentali e familiari che hanno pur sempre una certa autonomia di funzionamento e di composizione del conflitto. E’ rispettato questo equilibrio nella legge? Il giudice costituzionale spagnolo dovrà dare la prima risposta.

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A chi importa di Margaret Hassan?

Pubblicato da Jake su 6 Dicembre 2004

Foto e video per l’uccisione dell’iracheno inerme reperibili ovunque. Dov’è l’equivalente materiale relativo all’esecuzione di Margaret Hassan? Evidentemente la morte inflitta da un soldato Usa risulta mediaticamente comoda alla dilagante propaganda antiamericana.
Mentre continuano a coprirci gli occhi e le orecchie davanti agli sgozzamenti e alle mutilazioni da parte degli estremisti iracheni.
Mi domando a questo punto quali siano i morti di serie A e quali quelli di serie B.

Tanya Buhnik

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Unità nella GAD

Pubblicato da Jake su 6 Dicembre 2004

Un avvenimento politico tutto sommato minore, l’adesione alla Margherita di un gruppetto della diaspora socialista, ha suscitato in quel partito una rissa che appare del tutto sproporzionata.
A presentare i nuovi reclutati, Giusy La Ganga e gli aderenti a un’associazione chiamata Polis, hanno provveduto, in pompa magna, il presidente della Margherita, Francesco Rutelli e il responsabile organizzativo Franco Marini. Hanno spiegato che il nuovo “petalo” dovrebbe servire ad attirare consensi tra i socialisti delusi dal centrodestra, ma gli altri raggruppamenti della Federazione dell’Ulivo, Ds e Sdi, non hanno gradito un’operazione che considerano troppo scopertamente concorrenziale.
La vera opposizione, però, è venuta dall’interno del partito. Arturo Parisi ha lamentato che la sua contrarietà, espressa anticipatamente, non era stata tenuta in alcun conto. Rosy Bindi parla di “petali transgenici”, ma il benvenuto più acido, e rivelatore lo dà Renato Cambursano, anche lui della componente prodiana. Cambursano si dice contrario “a un ceto politico screditato da condanne giudiziarie ma soprattutto dalla società civile” e sostiene che Rutelli e Marini “si preoccupano solo
di qualche tessera in più nella Margherita e non di tanti voti che rischiano di andarsene là dove sono andati quelli che hanno abbandonato il nostro partito il 13 giugno”. Il vero problema sono dunque “le tessere”, cioè gli equilibri interni fra le correnti della Margherita, in vista di uno scontro interno tra sostenitori di Rutelli e di Prodi che si annuncia sanguinoso. Se i segni che si vedono hanno senso, sembra probabile che, dopo gli smarcamenti di Rutelli e le reprimende di Prodi, si stia preparando una resa dei conti definitiva, alla quale i due schieramenti si preparano soprattutto sul piano organizzativo. I prodiani vogliono far rimangiare a Rutelli la decisione, assunta dagli organismi statutari, di presentare il simbolo del partito e non del triciclo in molte regioni. Se lo farà Rutelli non conterà più niente. Lo sa e cerca di resistere.

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I cambogiani e l’Ucraina non appassionano nessuno

Pubblicato da Jake su 3 Dicembre 2004

C’è una storia formidabile, che potrebbe fare la gioia di ogni direttore, di ogni inviato e, infine, di ogni lettore. E invece è caduta sulle brevi di cronaca come un petalo, e subito diventata una foglia secca. La storia è quella del gruppo di cambogiani che davanti all’invasione vietnamita scelgono la giungla, e riparano in una fuga senza fine. Riemergono, diffidenti e accecati dalla luce del mondo, decenni dopo. Le brevi dicono poco di loro, e si limitano al più a chiarire il quadro di quell’esilio, a rinverdire le vicende lontane e note dei khmer rossi, delle tensioni tra Cina e Vietnam, e gli orrori dei campi del silenzio. Sul conto del gruppo di fuggiaschi, poco o nulla, se non che c’erano donne e bambini, nati dunque nella collettiva latitanza, e che si erano cibati di bacche e radici e coperti con stracci vegetali. Nulla di più, su quella formidabile esperienza da Mowgli, nulla sulla loro vita organizzata, nulla sulla lunga loro distanza. E adesso nulla sull’impatto del mondo sulle loro relazioni, nulla sulle sorprese della modernità – cosa fanno davanti al tv color o come sobbalzano al suono di un telefonino, e come ascoltano psicologi e maestri che li aggiornano sulle vicende del mondo in loro assenza? O forse non c’è nulla di tutto questo, nessun apparato a studiare questa autentica ed enormemente più avvincente casa del grande fratello, e sono stati accolti alla buona, solo un bagno, vestiti caldi e grandi mangiate, tra gli aneddoti di quello che hanno visto e quello che si sono persi? Una sola cosa è certa: ci stiamo perdendo, anche noi, una storia.

In un certo senso, lo stesso sta avvenenendo con una storia molto meno esotica, ma molto più originale, anche perché sta srotolandosi sotto i nostri occhi: l’Ucraina. Certo, i giornali e le tv se ne occupano, e con buone corrispondenze, ma è come se fosse una storia che non vende, che non eccita, che non fa appassionare, che non fa arrabbiare, che non ci riguarda (in effetti l’immedesimazione,per noi, nella lotta contro unbroglio elettorale è ancora più remota della possibilità che uno di noi si perda nella giungla, qui al massimo si minaccia l’esilio alla vittoria del tuo avversario, salvo poi restare nella radura, o nel sottobosco, ma ognuno di noi accarezza l’idea di conservare in sé qualcosa del buon selvaggio, e non lo sfiora l’idea di essere un severo scrutinatore). E poi quella ucraina è una rivoluzione strana, che non ha il fascino delle rivoluzioni che posero fine al comunismo, a Danzica o a Praga. Sta ponendo fine, invece, al postcomunismo. Sta facendo crollare un controllo dell’informazione che farebbe arrossire chi parla, da noi, ai rischi del controllo dell’informazione. Sta contrapponendo due idee del mondo, e della vita, che attraversano ciascuno di noi: la libertà o l’equità sociale, il rischio individuale o la quiete delle garanzie collettive, il ballo selvaggio dell’economia di mercato, e delle sue spericolatezze o il passo misurato come in una balera romagnola della liscia corruzione dei burocrati. Lo sta facendo con una forza e un’originalità che scavalca tutto il conformismo dei nostri dibattiti: ad esempio gli arancioni chiedono il ritiro dall’Iraq, ma mica in nome di Chirac o dell’arcobaleno, no. Solo in antipatia a chi ha inviato il contingente in ossequio a Mosca e al complesso militar-industriale dell’ex impero. Lo fa dicendo: che ci abbiamo guadagnato, finora? Da noi il solo sospetto che a Nassirijah ci sia qualcosa che può interessare la nostra economia, fa arrossire il moralismo di ogni colore. E come la fanno questa rivoluzione? Con una forza e uno stile che dovrebbero fare moda. Offrendo cibo e idee e dubbi ai minatori che escono dalle giungle di carbone del passato, scrivendo sui muri, ma con le palle di neve, scegliendo il colore più di moda che c’è, srotolando in cortei che non hanno prime file, né code agguerrite, il sogno multisesso, multietà, multisociale di una democrazia libera e mercantile che finalmente li liberi da quel che resta del comunismo. E’ quella la società civile vera, è quella la forza del sogno, è quella una storia che non è una storia in ritardo sull’orologio dell’Europa, ma in qualche modo la anticipa, la disegna, con una sola, vistosa eccezione (è un angolo di mondo che non ha dovuto fare i conti con il terrorismo). Ma certo, è un movimento che non pronuncia la parola globalizzazione, che non si copre i volti anche se fa più freddo che nel Chiapas di Marcos o nella Genova del G8, che sorride invece di minacciare, che è non violento perfino nelle più crudeli irrisioni del potere (non pretendiamo adesso che i palestinesi imparino da loro…), un movimento incui troppe cose non tornano, per chi vuole spiegare in modo ordinato il disordine del mondo. Però c’è. Certo è una rivoluzione che sta ai movimenti esattamente come il pensionato morto di crepacuore, quando si vede scoperto nel furto di un salamino sta all’allegro pranzo a scrocco di Casarini e convitati.

Toni Capuozzo

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Il maestro razzista: era una bufala, ma nessuno si corregge

Pubblicato da Jake su 3 Dicembre 2004

E’ ben poca cosa, paragonata alla panzana nazionale dei due milioni di bambini poveri in Italia, la piccola balla tutta romana del bambino originario del Burkina Faso perseguitato dal maestro razzista, che ha indignato per un paio di giorni le cronache capitoline, rimbalzando tra quotidiani e tg. Ma se la prima solenne bufala è stata cucinata da veri professionisti, ben condita e apparecchiata dal citatissimo Istituto di studi politici ed economici Eurispes (non nuovo a imprese del genere, come documenta il Foglio di ieri), la vicenda del bambino maltrattato a scuola perché scuro di pelle è invece una più modesta produzione artigianale. Meglio ancora, familiare, con una mamma arrabbiata e un avvocato solerte, che preferisce non denunciare i maltrattamenti scolastici in procura ma direttamente a Maurizio Costanzo. Il meccanismo, però, è lo stesso, e identico il riflesso condizionato di cui danno prova giornali e televisioni quando si tratta di assecondare l’ultima piccola o grande folata di vento politicamente corretto. Una specie di malìa, la si direbbe, che sospende il senso critico e invita a pensare, e di conseguenza scrivere, che in fondo “tutto va per il peggio nel peggiore dei mondi possibili”, al contrario di quello che sosteneva Pangloss nel “Candido” di Voltaire, ma con identico effetto di cancellazione della realtà. Nel caso della balla dell’Eurispes, persmontarla c’è voluto il puntiglio cortese e fermo di Luca Sofri (il Foglio del 30/11/04) che di quella stupefacente e drammatica notizia non se ne faceva proprio una ragione. A ragione: abbiamo scoperto, grazie a lui e alla sua piccola inchiesta, che i “due milioni di bambini poveri” non erano due milioni, non erano così poveri, e forse, chissà, magari non erano neanche bambini. Tutto il bailamme mediatico annesso a quella “notizia” si basava, insomma, sul vuoto pneumatico. E’ invece bastato che un cronista di Repubblica. it facesse, con un paio di giorni di ritardo, poche e semplici verifiche, per far svaporare e far sparire dalle cronache (senza scuse per il maestro pseudo-Barbablù) il più circoscritto caso di “razzismo a scuola” (cronaca romana del Corriere della Sera del primo dicembre), del “bambino di colore discriminato dal maestro” (l’Unità), del sadico docente di terza elementare che avrebbe apostrofato un piccolo di otto anni con frasi del tipo “sei nero e puzzi” (Il Messaggero), o anche “sei un folletto e non puoi stare con gli altri bambini” (ancora l’Unità), dopo averlo addirittura “costretto a restare immobile per cinque ore accanto a una lavagna” (di nuovo il Corriere). Storia bruttissima, da registrare senza troppe verifiche, come è capitato, per esempio, al Messaggero, che con prosa dolente s’immedesimava: “Un incubo andare a scuola, un dolore infinito sentire i compagni che lo prendono in giro, sei nero, puzzi, vatti a lavare, e tutte quelle volte che doveva stare seduto accanto alla lavagna per ore…”. Meno lirico e più sanamente prosaico, il giornalista di Repubblica ha invece appurato che nella scuola elementare romana “Ferrante Aporti”, teatro delle presunte persecuzioni a sfondo razzista del piccolo “Angelo” (nome di fantasia), “questa storia del razzismo non torna a molti. Anzi, non torna a nessuno. Né ai genitori, né agli insegnanti, né ai bambini. Sarà perché a insegnare musica, nella stessa classe, lo stesso maestro sotto accusa ha chiamato un afroamericano. Sarà perché nella stessa classe c’è un’altra bambina di colore, che non si è mai sentita discriminata. Sarà perché il legale che ha reso pubblica la vicenda si è ben guardato dallo sporgere denuncia alla magistratura, ma si è mosso soltanto attraverso i media. Prima le agenzie di stampa, poi i tg regionali, le cronache locali dei quotidiani e, infine, perfino Maurizio Costanzo”. Sempre più perplesso, il cronista spiega che “quella terza elementare è una classe ‘aperta’. Un paio di genitori fanno lezioni e laboratori, due volte a settimana, a stretto contatto con i maestri. Altri due hanno vissuto per mesi, sul finire dello scorso anno, gomito a gomito con gli insegnanti nella preparazione di una recita. Eppure nessuno, ma proprio nessuno, ha visto o sentito in giro razzismo”. Come se non bastasse, “altrettanto strana è la storia di E. P., papà di una delle alunne, chiamato dai maestri (dunque anche dall’insegnante ‘razzista’) a insegnare musica in classe. E. P. è un afroamericano. Perlomeno curioso che un maestro razzista chiami un nero ainsegnare ai suoi ragazzini. Talmente curioso che, mentre sui media l’insegnante viene additato come una specie di ‘mostro’, tutti i genitori stanno firmando una lettera di solidarietà all’insegnante”. In quella lettera, tra l’altro si legge: “In oltre due anni non abbiamo mai riscontrato episodi di razzismo o di discriminazione nei confronti di un alunno o dell’altro”. A questo punto, il cronista si chiede, e chiede al diretto interessato, se il legale che addita al pubblico ludibrio quel perfido maestro “prima di divulgare accuse così gravi, abbia fatto delle verifiche. Nessuna. Al telefono conferma che l’unica sua fonte è la madre del bambino e il bambino stesso. ‘Mi bastano le loro lacrime’, dice. Poi aggiunge di non saper nulla della vita della classe. E infatti apprende da noi, per la prima volta, che c’è un maestro di musica afroamericano. Che in classe c’è un’altra bambina di colore, che in quell’aula ci sta benissimo. E sempre da noi viene a sapere, un po’ stupito, ciò che pensano della faccenda gli altri genitori”. L’avvocato ha comunque avuto tempo di lanciare un appello del sindaco tramite giornali, radio e televisioni: “Sarebbe bello che Walter Veltroni entrasse in classe tenendo Angelo per mano”, perché “Roma non è una città razzista”. E non lo è, ci pare di capire, nemmeno il maestro di Angelo.

Ma a chi volete che interessi?

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La Spagna tenta un affannoso riallaccio con gli USA

Pubblicato da Jake su 3 Dicembre 2004

“La profondità e la conoscenza che Condoleeza Rice ha mostrato durante la sua carriera faranno di lei un’eccellente segretario di Stato”, ha detto Miguel Ángel Moratinos Cuyaubé, ministro degli Esteri e della Cooperazione spagnolo subito dopo che il presidente George W. Bush ha scelto Condi per sostituire Colin Powell. Ma non c’è dubbio che Moratinos, classe ’51, diplomatico dal ’77, soprannominato Curro (sgobbone) nel palazzo di plaza Marques de Salamanca, la Farnesina spagnola, ha fatto buon viso a cattivo gioco. Le relazioni Madrid-Washington, tesissime dopo la “fuga” dall’Iraq di aprile, minacciano di diventare ancor più difficili. “Cattiva notizia per il governo spagnolo. Moratinos può essere il membro dell’esecutivo più colpito da questa nomina, che riempie d’incertezza il suo impegno di ricomporre i rapporti con gli Stati Uniti”, ammetteva ieri persino il País.

Dopo la vittoria di Bush e nonostante il palese tifo per John F. Kerry (“Abbiamo bisogno di te”, diceva all’Internazionale socialista del febbraio scorso a Madrid l’allora capo dell’opposizione e attuale premier José Luis Rodríguez Zapatero), Curro ha cercato di riscaldare il gelo americano. L’ultima prova, e l’ennesimo flop, è del 13 novembre, quando ha fallito il tentativo di far incontrare il padre del presidente americano, a caccia nella Mancia, con il premier. “Bush padre ha consultato il figlio e il capo della Casa Bianca gli ha ordinato di non incontrare Zapatero. Ma il ministro della Difesa, José Bono, si è avvicinato alla tenuta dove si teneva la battuta venatoria per salutare l’ex presidente. Moratinos ha affermato che l’incontro di Bono con Bush senior è la dimostrazione della normalità delle relazioni diplomatiche tra Spagna e Stati Uniti”, rivelava ieri il moderato La Razón. Moratinos, ex inviato speciale dell’Unione europea per il medio oriente dal ’96 al 2003, uno dei più noti esponenti socialisti nel ministero degli Esteri madrileno, sta constatando che la sua campagna mediatica per riavvicinarsi a Washington sarà dura. E con Condi, che ha incontrato soltanto una volta a Washington, subito dopo la ritirata, il cammino è ancor di più in salita. L’allora consigliere alla Sicurezza nazionale non volle neppure i fotografi per una riunione definita “franca e dura”, che tradotta dallo slangdiplomatico vuole dire un disastro. E non c’è dubbio che la Rice, secondo cui “i terroristi possono aver appreso una lezione sbagliata dalla Spagna con il rimpatrio delle truppe”, non si farà abbindolare dal restyling che Curro cerca di spacciare con dichiarazioni più che stupefacenti. “La relazione di questo governo con gli Stati Uniti darà migliori risultati di quelli dell’ex premier José María Aznar”, ha detto al Mundo,benché Bush non si sia ancora sentito al telefono con Zapatero e non ci sia una data fissata per un loro incontro, mentre Aznar ha incontrato per 40 minuti, lo scorso 9 novembre e alla Casa Bianca, il presidente. Al País Moratinos ha detto: “Chi può apportare di più agli Stati Uniti nella sua azione internazionale, dopo l’Inghilterra, è la Spagna. Abbiamo credibilità in AmericaLatina, medio oriente, in Nord Africa e nel mondo arabo”. Aznar accusa l’esecutivo della Rosa di dare ali in Spagna all’anti americanismo. Moratinos non riesce a portare a casa alcunché, neppure con il direttorio franco-tedesco a cui si è sottomesso. Parigi e Berlino rispondono sempre negativamente alla richiesta zapaterista di mantenere intatto il loro apporto finanziario all’Ue. A Curro è stato dato un nuovo nomignolo: Desatinos (spropositi).

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Espropri proletari – l’ipocrisia

Pubblicato da Jake su 2 Dicembre 2004

I ragazzi e le ragazze di Roma Est che hanno organizzato gli espropri proletari la scorsa settimana in due modesti esercizi commerciali hanno perso una grande occasione: potevano godersi gratuitamente qualche bel massaggio al DeRussie, entrare in uno dei pochi sexy shop nella zona sud per regalare ai passanti strumenti piacevoli e confortanti, e si sarebbero divertiti molto di più se avessero oltrepassato i cancelli di Villa Miani e organizzato un party pubblico festoso come quelli a cui amava partecipare Theo van Gogh. Avrebbero potuto intrufolarsi alla sagra del Tartufo per scagliare a suon di mitraglietta momenti di puro piacere e proporli ai palati veramente proletari della gente fuori porta.

Insomma, diciamoci la verità: questa bischera e inutile provocazione che ha strappato molti sorrisi a chi come me conosce alcuni di questi splendidi e generosi ragazzi che indossano scarpe Tod’s e camicie Comme Des Garcons, poteva essere più fantasiosa, dimostrare più coraggio, e avvalersi della consulenza di qualche mente creativa che vota a sinistra e passa gran parte del tempo davanti a un computer ad animare la rete di forum sull’universo mondo. Sta di fatto che questi ragazzi e queste ragazze, che vedo spesso mangiare e divertirsi negli stessi posti dove vengo portato io dai miei amichetti di San Lorenzo, sono personcine curiose e perfino interessanti. Hanno un’idea del mondo e della vita viziata dalle sconfitte dei loro genitori, dalle battaglie perse dei loro quartieri popolari, dalle disillusioni dei loro amministratori di condominio, e provano tanta rabbia quando gli capita di sfogliare “Chi” dal dentista e scoprire che Fausto la sera condivide vizi e piaceri con le signore di Prati e dei Parioli. A me pare, con tutto il rispetto per i precari e per la loro condizione, che questi buffi espropri proletari siano una faccenda tutta romana, di lotta tra quartieri, tra licei, tra modi di vivere – con più o meno serenità – la flessibilità come valore aggiunto dei loro contratti di lavoro a progetto; disobbedienti, no global, action man, o come li volete chiamare, questi ragazzi non hanno voglia di costruire il loro futuro con pazienza, intelligenza e con una buona dose di sano opportunismo.

Preferiscono militare nel luogocomunismo, nel passato, surfare nella letteratura sessantottina ascoltando Bob Marley dal loro costoso I-Pod, permettersi di scomodare un grazioso pacchetto di merendine Kinder da quegli innocui scaffali bianco latte che rappresentano un vero e proprio muro di Berlino per le commesse dei supermarket italiani. Per non parlare poi della loro fifa, o, per meglio dire, come in questo caso, di codardia: giovedì scorso ho invitato Anubi D’Avossa dei Disobbedienti romani e Andrea Alsetta di Action al mio show su Sky Tg24. Si sarebbe dovuto parlare dei recenti episodi di esproprio proletario avvenuti a Roma e in studio con loro dovevano esserci anche l’on. Alessandra Mussolini e il direttore di Liberazione Piero Sansonetti. Mussolini e Sansonetti hanno risposto entusiasti e gioiosi all’invito. I due ragazzi, al contrario, dopo aver confermato la loro partecipazione e aver dato il consenso a comunicare la loro presenza alle agenzie di stampa, mezz’ora prima dell’inizio della trasmissione hanno comunicato telefonicamente che non sarebbero intervenuti poiché i loro compagni non erano d’accordo. E D’Avossa mi ha spiegato perfino che era “dispiaciuto”. Ma non poteva farci nulla. “Non decido da solo. Non ho autonomia su queste questioni”.

Ecco che cosa manca a questi graziosi e deboli ragazzi che credono un po’ troppo a quello dicono: sono privi di autonomia, schiavi di una dimensione fanatica e pericolosa del concetto di collettività, vittime di un’idea di gruppo che diventa inevitabilmente riserva indiana, sordi di fronte a chi riesce a provocarli guardandoli in faccia, ma reattivi esclusivamente davanti alle armi e alle divise della pubblica sicurezza. Sarebbe stata perfino una bella trovata riproporre l’esproprio proletario, un metodo vecchio come il cucco, in una chiave moderna e più convincente, ma anche stavolta la recita ha prevalso sull’improvvisazione e sul talento.

Pierluigi Diaco

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I bambini come scudi umani

Pubblicato da Jake su 2 Dicembre 2004

E’ normale che un militante ricercato, che può essere ucciso da un momento all’altro dalle forze di sicurezza, scelga di rifugiarsi in un’abitazione civile piena di bambini? Non è normale e infatti non è mai accaduto nelle mille storie di terrorismo conosciute, dai Tupamaros uruguagi sino ai Tamil dello Sri Lanka. Men che meno nelle mille storie della resistenza europea, dalla Spagna all’Ucraina. Invece in Palestina accade. E’ considerato normale che un dirigente di al Fatah braccato si rifugi appositamente in case piene di bambini. Non per difendersi – perché sa benissimo che ormai gli israeliani colpiscono lo stesso – ma per portarsi con sé nella morte anche i piccoli e usarli per efficace propaganda. L’ennesima conferma è l’intervista a Nasser Jamal, capo delle Brigate dei Martiri di al Aqsa di Nablus, uomo di Arafat, apparsa domenica sul Corriere della Sera. La giornalista racconta di averlo incontrato in una casa in cui la televisione è accesa e trasmette un cartone animato di Tom e Jerry e che “c’è una schiera di bambini a fargli da scudo”. La frase è inequivocabile: Nasser Jamal si fa scudo di una schiera di bambini. All’orrore della scelta si accompagna lo stupore del lettore cui la notizia è consegnata senza commento, come se anche la giornalista la ritenesse una scelta come tante, acquisita. In questo episodio però, risalta una scelta criminale di Nasser Jamal e anche la spiegazione dell’alto numero di morti di donne e bimbi a seguito delle operazioni anti terrorismo israeliane. L’esercito israeliano è l’unico al mondo nato, cresciuto e immerso in un continuo dibattito etico sulle azioni lecite o no (con quello tedesco è anche il solo in cui i soldati possono rifiutare ordini inumani); ha però deciso, dopo un tormentato dibattito, durante l’Intifada di al Aqsa, di colpire ugualmente terroristi palestinesi, anche se si fanno scudo di bambini. Israele ha scelto in mancanza d’alternative, pena l’impossibilità d’impedire che i terroristi continuino a fare strage di civili innocenti. Scelta terribile, che attira al paese critiche feroci, soprattutto in Europa. Ma chi critica Israele, e i soldati americani a Fallujah, obbligati alla stessa scelta, pena l’inazione, chiude da anni gli occhi su questa nuova “tattica islamica” che usa bambini come strumenti di guerra.La strategia è evidente, pubblica, rivendicata, ma quasi mai denunciata sulla stampa occidentale. Iniziò Ruhollah Khomeini mandando centinaia di migliaia di bambini, i bassiji, a morire sui campi minati iracheni, durante la guerra contro Saddam Hussein. Continuano oggi i terroristi palestinesi e iracheni che agiscono in mezzo ai civili, per coinvolgerli, volutamente, nel tiro di risposta alle loro azioni. Continua la stessa Autorità nazionale palestinese che usa della sua televisione, dei suoi giornali, delle sue scuole per educare i bambini al culto del martirio, per spingerli a diventare “martiri”, anche imbottendosi di esplosivo per uccidere civili innocenti. Da qui esce Amer al Fahr, sedici anni, che ieri si è fatto esplodere nel mercato di Tel Aviv, uccidendo tre israeliani. Da qui la disperazione di sua madre, Samira Abdallah: “Chi ha mandato a morte mio figlio deve vergognarsi”. Nelle manifestazioni palestinesi è ormai abituale vedere sfilare bambini, anche di pochi anni, incappucciati e ricoperti di candelotti di dinamite di cartapesta, mascherati da “martiri islamici”.

Da questo disprezzo della vita dei propri piccoli, da questa oscena strumentalizzazione delle loro vite, nasce la logica di Beslan, dei terroristi islamici ceceni che hanno fatto dei bambini osseti le loro vittime. E’ questa un’articolazione della cultura della morte che ispira il loro islam scismatico. Peggio ancora, questo farsi scudo di minori per trascinarli con sé nella morte del jihad diventa addirittura strumento di propaganda. Queste “morti collaterali” non casuali, ma predeterminate dagli stessi palestinesi, che accompagnano l’azione d’israeliani e americani contro i terroristi, vengono poi usate per spiegare al mondo che israeliani e americani sono spietati. Invece sono spietati tutti quei Nasser Jamal che si rifugiano in mezzo “a una schiera di bambini a fargli da scudo”.

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Cristiano linciato in Nigeria

Pubblicato da Jake su 2 Dicembre 2004

Un gruppo di estremisti islamici ha linciato un cristiano accusato di essersi pulito con una pagina del Corano dopo essere stato al bagno. L’episodio è accaduto nei pressi di Kano.
testimoni hanno riferito che non gli è stata data neppure la possibilità di difendersi dall’accusa di aver profanato il testo sacro dell’Islam.
Kano, a maggioranza musulmana, è stata teatro dellle più gravi violenze religiose.

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Da Oslo no al matrimonio gay

Pubblicato da Jake su 2 Dicembre 2004

Il Parlamento di Oslo ha respinto un provvedimento che avrebbe concesso alle coppie omosessuali la possibilità di sposarsi sulla stessa base delle coppie eterosessuali,cosa che avrebbe aperto la porta anche alla possibilità delle adozioni.

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