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La conferenza di Sharm sull’Iraq

Pubblicato da Jake su 20 Novembre 2004

Il documento conclusivo della conferenza sull’Iraq che si svolgerà lunedì e martedì a Sharm el Sheikh, sotto presidenza egiziana, è già scritto. Ma il summit, nonostante i solenni 14 punti della risoluzione, rischia di essere un fallimento. Nata su richiesta di Francia e Russia, nella fase di discussione della risoluzione 1.546 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, la conferenza era stata concepita da Jacques Chirac come occasione per un rientro elegante nel gioco mediorientale. Ma non si è verificata la premessa essenziale a questa possibilità di rinnovato protagonismo che la Francia vuole, dopo due anni in cui è stata tagliata fuori da ogni decisione, per di più per propria iniziativa. Negli scenari disegnati a Parigi si sarebbe dovuti arrivare all’appuntamento con un Bush politicamente morto, sconfitto alle urne dal candidato su cui aveva puntato Chirac con tutta la sinistra europea: John Kerry. Sharm el Sheikh doveva essere il proscenio su cui far brillare la stella di Chirac e della sua politica araba, con cui riempire d’onta l’unilateralismo dell’Amministrazione Bush; in cui lo stesso Chirac avrebbe dovuto dettare a un Kerry riconoscente tempi e modi per il passaggio al multilateralismo. Com’è sempre accaduto ai grandi appuntamenti con la storia prefigurati dai gollisti, a partire da quelli cui lavorò Charles de Gaulle, le cose non sono affatto andate come previsto e ora un trionfante Bush si prepara a usare il palcoscenico di Sharm el Sheikh per marcare la sua prima uscita internazionale dopo che il popolo americano ha approvato non soltanto la sua politica in Iraq, ma anche il suo fiero unilateralismo, soprattutto quando è in gioco la sicurezza nazionale. La Francia non ha nulla da dire e non ha carte da giocare alla conferenza. Ha provato un mese fa a chiedere che fossero invitati i “gruppi delle resistenza”, ma poi ha dovuto prendere atto che queste forze stanno tutte sparando – o hanno appena finito di sparare – contro le truppe della coalizione e sono contrarie all’appuntamento elettorale e quindi non sono presentabili neanche per una diplomazia come quella francese che, quando si tratta di paesi arabi, è accondiscendente. Michel Barnier, ministro degli Esteri francese, ha già anticipato che proporrà un secondo appuntamento a distanza ravvicinata, con fantomatici “gruppi politici democratici, non invitati a Sharm el Sheikh”, ma è il primo a sapere che tutte le organizzazioni irachene democratiche sono interne al processo politico in corso a Baghdad, riconoscono in pieno il ruolo degli Stati Uniti e per di più sono deluse dalla politica francese, come Iyyad Allawi non manca di rimarcare ogni volta che ne ha l’occasione. Facile dunque prevedere che sul mar Rosso la delegazione francese, in tiepido raccordo con quella tedesca, si farà notare per l’ostruzionismo. Questa è l’unica strategia messa in campo dall’asse Parigi-Berlino nella lotta al terrorismo, dopo la guerra in Afghanistan: frenare Washington senza proporre percorsi alternativi. Il cancelliere Gerhard Schröder continua a dire che è indispensabile consegnare agli iracheni la sovranità e garantire libere elezioni, ma contemporaneamente si rifiuta, sostenendo che non è quello il problema, d’inviare in Iraq i militari che tutte le forze irachene chiedono per contrastare la guerriglia che ha nel boicottaggio del voto il suo primo obiettivo. In questo contesto Sharm el Sheikh potrà offrire forse l’estro a Chirac per qualche altra gaffe e qualche altra prova di maleducazione (come quella recente rappresentata dal rifiuto di sedere a colazione con Allawi a Bruxelles, durante il vertice europeo) e sarà comunque il banco di prova per i tre vicini scomodi di Baghdad. L’Iran e la Siria dovranno infatti venire allo scoperto e decidere se intendono o no fornire quelle aperte garanzie di fine delle ingerenze di cui sono accusati dal governo Allawi ormai da mesi; la Turchia dovrà definire pubblicamente le condizioni che intende dare e ricevere dai curdi e da Baghdad per sistemare la questione di Mosul (ma i curdi l’hanno già anticipata, chiedendo un referendum sullo stato di una città dal predominio etnico contrastato tra arabi, curdi e turcomanni); l’Arabia Saudita, infine, dovrà uscire dal suo silenzio letargico, prendere atto che la sua frontiera con l’Iraq è ormai un’autostrada a doppio senso di marcia per i terroristi islamici, e dare un qualche segnale per provare di essere ancora una potenza regionale con un ruolo politico e costruttivo nel Golfo.

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