E’ curioso, ma sembra suscitare più imbarazzo che preoccupazione, l’assassinio rituale jihadista di Theo van Gogh. A due giorni di distanza dal fatto, è palpabile la voglia di minimizzare, si direbbe quasi di nascondere e di confinare la vicenda nei limiti dell’episodico, nel confortante lessico fatto di “frange impazzite” e “fanatici isolati”, buono per placare gli animi e pensare ad altro. Il quarantasettenne regista e polemista olandese, irregolare per vocazione e per pratica di vita (e che in passato non aveva risparmiato strali né a cristiani né ad ebrei), era diventato vittima designata del fondamentalismo salafita dopo che in un libro (“Allah knows better”) e in film documentario (“Submission”), aveva attaccato frontalmente l’islam e in particolare le pratiche di oppressione delle donne, come l’infibulazione, che in nome dell’islam vengono attuate. Theo van Gogh è stato colpito da nove colpi di pistola e poi sgozzato nelle strade di Amsterdam, capitale europea della libertà, della tolleranza, patria di tutti i diritti e terra promessa del multiculturalismo realizzato. Chi ricorda che New York, all’inizio, si chiamava Nieuw Amsterdam e che venne fondata nel 1624 da coloni olandesi, potrà apprezzare il parallelo tra la morte inflitta all’ingrosso con l’assalto alle Due Torri un 9/11 e quella al dettaglio, a 911 giorni di distanza tra l’una e l’altra, di Pim Fortuyn e di Theo van Gogh. Personaggi ingombranti, certo non campioni di tolleranza nel senso comune del termine, che però vedevano nell’espansione della componente musulmana della società olandese il rischio della cancellazione delle idee stesse di tolleranza e di libertà. Che tanto devono, nel loro significato moderno, a Baruch Spinoza, orologiaio ad Amsterdam. E’ possibile leggere, nell’esecuzione di Theo van Gogh, un salto di qualità nella vicenda dei rapporti tra quello che chiamiamo “occidente” e l’islam? Il filosofo Massimo Cacciari dice al Foglio che quella vicenda dimostra semplicemente che “nessuno più è al sicuro, ma questo dopo le bombe di Madrid già lo sapevamo, è diventata quasi una banalità. Non ha senso, però, indugiare in atteggiamenti da primi della classe, che alimentano il clima folle di scontro di civiltà. Noi europei, con tutto il nostro Spinoza, siamo stati i responsabili dei più spaventosi carnai del secolo scorso. Non siamo in condizioni di dare lezioni a nessuno e non dobbiamo quindi rinunciare al dialogo con il mondo musulmano. D’accordo, non bisogna rassegnarsi all’autocensura, né avrebbe dovuto farlo van Gogh, anche se personalmente ritengo assurdo attaccare l’islam per condannare l’infibulazione, come lui aveva fatto nel suo film, perché in nessuna parte del Corano la si prescrive”. Lo storico Ernesto Galli della Loggia, dal canto suo, è colpito proprio dalla circostanza che “l’unica vera reazione dei politici olandesi, compresa quella del governo di centrodestra, è stata l’invito a non trarre conclusioni affrettate. Tutto il sistema politico- mediatico, sia la comunicazione sia la coscienza pubblica, hanno alzato barriere di cautela, al limite dell’autocensura. Una giustificazione c’è: la caccia al marocchino non la auspica nessuno, anche se mi pare che quel pericolo sia remoto. La prima preoccupazione è quella di negare lo scontro di civiltà, a volte anche al di là dell’evidenza. Non è solo un’espressione proibita, è un concetto proibito. Ma l’assassinio di van Gogh ci propone senza dubbio il tema del conflitto tra occidente e islam. Possiamo dire che l’assassino è un estremista, anzi, sicuramente lo è. Ma anche quando cominciavano a essere imbrattati i cimiteri ebraici consideravamo che fossero manifestazioni di estremismo, eppure non abbiamo mai negato che quegli episodi fossero una spia di qualcosa di più diffuso e profondo”. Galli della Loggia ricorda che “anche i militanti pro-life americani hanno ucciso medici abortisti, e che fanatismo assassino è anche quello che ha armato la mano del colono israeliano che fece strage di fedeli musulmani in preghiera sulle tombe dei patriarchi. Ma il problema è il comportamento delle comunità, la loro reazione.In occidente siamo in linea di massima vaccinati e diffidenti contro i ‘nostri’ fondamentalisti. Altrove non mi sembra che sia così”. A rigor di logica, la malattia dell’estremismo islamista non dovrebbe esplodere nella forma più virulenta proprio nell’occidente più civile, tollerante, multiculturale. Invece, nel caso van Gogh, è accaduto. La giornalista Miriam Mafai crede, non da oggi, che “la logica del multiculturalismo non paga e si paga. L’Olanda sconta proprio il fatto di essere il paese più multiculturale d’Europa. Abbiamo a disposizione due modelli: quello della laicità e quello del multiculturalismo, che significa, con il riconoscimento della diversità, la legittimazione delle pratiche delle diversa comunità, cosa secondo me inaccettabile”. Ci sarebbe una possibile terza via: quella, per esempio, di riconoscere a una ragazza musulmana la possibilità, se vuole, di andare a scuola con il velo, proibendo allo stesso tempo zone franche di diritto “alternativo” e pratiche lesive dell’integrità e dell’uguaglianza… “Ma esistono regole delle nostre società dalle quali non si può recedere – dice ancora Miriam Mafai – Dirò di più. Non possiamo spezzettare la nostra società in tante etnie ed ‘etnicizzazioni’ diverse. Non possiamo pensare di dividere le mense scolastiche, per esempio, come qualcuno pretende. Purtroppo, in Olanda, in parte in Gran Bretagna e soprattutto in Canada, si stanno introducendo diritti e statuti particolari per le comunità musulmane. Sono disposta ad andare in guerra, quando sento dire che in Canada le comunità musulma- ne hanno chiesto di poter introdurre la sharia come legge”. Ma, conclude Miriam Mafai, la reticenza nel trattare la storia di van Gogh per quello che è, la rapida sparizione del fatto dai giornali e dalle televisioni, non sono necessariamente il segno di una resa: “La mia impressione è che si stia uscendo dalla visione pietistica del ‘povero musulmano’, che è frutto di un atteggiamento che mescola cattolicesimo e ideologia del politicamente corretto. E non voglio credere che il caso Theo van Gogh vada letto come il paradigma di quello che sta per succedere ovunque in Europa”. Il politologo Gian Enrico Rusconi legge invece in quella vicenda “il superamento di una soglia, che non a caso ha come protagonista l’Olanda, forse il punto più sensibile dell’occidente sul piano delle libertà. Se nel caso dell’uccisione di Pim Fortuyn sembrava prevalere l’elemento politico, qui mi sembra innegabile che in primo piano ci sia un aspetto puramente etnico e religioso. E se dobbiamo pensare all’esistenza di un’intelligenza della violenza fondamentalista islamica in Europa, è scontato che si cominci a colpire lì”. La tollerante Olanda è emblema dell’occidente “empio, incomprensibile, arrogante e depravato” che, scrive il sociologo franco-iraniano Farhad Khosrokhavar nel suo “I martiri di Allah”, appare al fedele musulmano intransigente come una bestemmia materializzata. In questo occidente non esistono innocenti. Non lo è il fattorino del World Trade center e non lo è l’intellettuale libertino alla Theo van Gogh, che non temeva di apparire xenofobo. Ma la più grande bestemmia è la libertà sessuale delle donne, il loro semplice rivendicare di essere individui. Dice ancora Rusconi che “il corpo di donna con i versetti coranici dipinti sulla pelle, mostrato da Theo van Gogh nel suo film, è certamente qualcosa d’inaudito, per quella cultura. Possiamo quindi ragionare sulla necessità di un autocontrollo che non può diventare, però, autopunizione. Ma dobbiamo sapere che non possiamo cedere su alcuni punti fondamentali”.