L’Archivio

L’archivio definitivo delle notizie

Archivio per Novembre 2004

Taglia o taglione?

Pubblicato da Jake su 30 Novembre 2004

Più che meritoria – come vorrebbe Castelli – la taglia sugli assassini del benzinaio di Lecco proposta dal ministro leghista Roberto Calderoli appare comprensibile e ha perfino qualcosa di logico. Per cominciare non è in contrasto con la legge: offrire ai cittadini una ricompensa in cambio d’informazioni utili all’arresto di uno o più assassini è un metodo seguito in passato come oggi, sia in Italia sia all’estero e non solo in tempi segnati dal terrorismo. Dopodiché si può ammettere che dietro la trovata c’è anche la protesta di un partito che affida all’infrazione del galateo politico, al monito padano che sconfina nella provocazione, la credibilità della sua proposta agli elettori del Nord. Proposta che ha bisogno di toni alti per tenere alta l’attenzione sul movimento guidato da Bossi. Proposta guarnita con quel tribalismo, stonato e grossolano, che i leghisti tradiscono quando dicono che “nessuno può toccare un padano”. Quasi la giustizia fosse affare di etnia e non di civiltà.

Ma se proprio alla civiltà si intende fare appello, non è solo dalle istituzioni che bisogna aspettarsela. E invocare o disporre pubblicamente una taglia non significa per forza delegittimare l’intervento dello Stato. Non significa invitare alla giustizia “fai da te”, come credono coloro che si spaventano al pensiero di un improbabile far west metropolitano, e così facendo rivelano la propria confusione sulla differenza che corre tra taglia e taglione, tra richiesta di collaborazione e incitamento alla vendetta. Senza sospettare che in quella taglia può essere invece percepito il richiamo alla vigilanza rivolto a una comunità offesa, l’appello a saldare l’azione dello Stato con l’iniziativa spontanea – e collettivamente incentivata – della società che si vorrebbe, appunto, civile. Cioè partecipe, non rinunciataria o indifferente o rassegnata (quel che per esempio servirebbe a una città come Napoli).

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La conferenza di Sharm sull’Iraq

Pubblicato da Jake su 20 Novembre 2004

Il documento conclusivo della conferenza sull’Iraq che si svolgerà lunedì e martedì a Sharm el Sheikh, sotto presidenza egiziana, è già scritto. Ma il summit, nonostante i solenni 14 punti della risoluzione, rischia di essere un fallimento. Nata su richiesta di Francia e Russia, nella fase di discussione della risoluzione 1.546 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, la conferenza era stata concepita da Jacques Chirac come occasione per un rientro elegante nel gioco mediorientale. Ma non si è verificata la premessa essenziale a questa possibilità di rinnovato protagonismo che la Francia vuole, dopo due anni in cui è stata tagliata fuori da ogni decisione, per di più per propria iniziativa. Negli scenari disegnati a Parigi si sarebbe dovuti arrivare all’appuntamento con un Bush politicamente morto, sconfitto alle urne dal candidato su cui aveva puntato Chirac con tutta la sinistra europea: John Kerry. Sharm el Sheikh doveva essere il proscenio su cui far brillare la stella di Chirac e della sua politica araba, con cui riempire d’onta l’unilateralismo dell’Amministrazione Bush; in cui lo stesso Chirac avrebbe dovuto dettare a un Kerry riconoscente tempi e modi per il passaggio al multilateralismo. Com’è sempre accaduto ai grandi appuntamenti con la storia prefigurati dai gollisti, a partire da quelli cui lavorò Charles de Gaulle, le cose non sono affatto andate come previsto e ora un trionfante Bush si prepara a usare il palcoscenico di Sharm el Sheikh per marcare la sua prima uscita internazionale dopo che il popolo americano ha approvato non soltanto la sua politica in Iraq, ma anche il suo fiero unilateralismo, soprattutto quando è in gioco la sicurezza nazionale. La Francia non ha nulla da dire e non ha carte da giocare alla conferenza. Ha provato un mese fa a chiedere che fossero invitati i “gruppi delle resistenza”, ma poi ha dovuto prendere atto che queste forze stanno tutte sparando – o hanno appena finito di sparare – contro le truppe della coalizione e sono contrarie all’appuntamento elettorale e quindi non sono presentabili neanche per una diplomazia come quella francese che, quando si tratta di paesi arabi, è accondiscendente. Michel Barnier, ministro degli Esteri francese, ha già anticipato che proporrà un secondo appuntamento a distanza ravvicinata, con fantomatici “gruppi politici democratici, non invitati a Sharm el Sheikh”, ma è il primo a sapere che tutte le organizzazioni irachene democratiche sono interne al processo politico in corso a Baghdad, riconoscono in pieno il ruolo degli Stati Uniti e per di più sono deluse dalla politica francese, come Iyyad Allawi non manca di rimarcare ogni volta che ne ha l’occasione. Facile dunque prevedere che sul mar Rosso la delegazione francese, in tiepido raccordo con quella tedesca, si farà notare per l’ostruzionismo. Questa è l’unica strategia messa in campo dall’asse Parigi-Berlino nella lotta al terrorismo, dopo la guerra in Afghanistan: frenare Washington senza proporre percorsi alternativi. Il cancelliere Gerhard Schröder continua a dire che è indispensabile consegnare agli iracheni la sovranità e garantire libere elezioni, ma contemporaneamente si rifiuta, sostenendo che non è quello il problema, d’inviare in Iraq i militari che tutte le forze irachene chiedono per contrastare la guerriglia che ha nel boicottaggio del voto il suo primo obiettivo. In questo contesto Sharm el Sheikh potrà offrire forse l’estro a Chirac per qualche altra gaffe e qualche altra prova di maleducazione (come quella recente rappresentata dal rifiuto di sedere a colazione con Allawi a Bruxelles, durante il vertice europeo) e sarà comunque il banco di prova per i tre vicini scomodi di Baghdad. L’Iran e la Siria dovranno infatti venire allo scoperto e decidere se intendono o no fornire quelle aperte garanzie di fine delle ingerenze di cui sono accusati dal governo Allawi ormai da mesi; la Turchia dovrà definire pubblicamente le condizioni che intende dare e ricevere dai curdi e da Baghdad per sistemare la questione di Mosul (ma i curdi l’hanno già anticipata, chiedendo un referendum sullo stato di una città dal predominio etnico contrastato tra arabi, curdi e turcomanni); l’Arabia Saudita, infine, dovrà uscire dal suo silenzio letargico, prendere atto che la sua frontiera con l’Iraq è ormai un’autostrada a doppio senso di marcia per i terroristi islamici, e dare un qualche segnale per provare di essere ancora una potenza regionale con un ruolo politico e costruttivo nel Golfo.

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La crisi ivoriana? L’ha creata la strategia “neocol” di Chirac

Pubblicato da Jake su 18 Novembre 2004

“Survie” è un’associazione francese che, dal 1984, si batte affinché gli aiuti allo sviluppo, in particolare nei paesi africani, siano destinati a chi ne ha bisogno e non alle tasche di potentati locali. Sharon Courtoux, che ha partecipato alla creazione di “Survie”, ha spiegato al Foglio le ragioni dell’attuale crisi in Costa d’Avorio, facendo riferimento anche a quanto da sempre sostiene François-Xavier Verschave, presidente di “Survie”, che ha scritto molto su questo tema e, in particolare, sulla politica della Francia in Africa: in un libro del 1998 – “La Françafrique. Le plus long scandale de la République” – Verschave ha messo in evidenza “una nebulosa di attori economici, politici e militari” che, “in Francia e in Africa”, hanno costruito “un sistema basato sull’accaparramento delle materie prime e degli aiuti pubblici allo sviluppo”. La logica di questo salasso è d’impedire l’iniziativa al di fuori di un ristretto numero di “iniziati”: un sistema “naturalmente ostile alla democrazia”. “L’attuale situazione in Costa d’Avorio – spiega Courtoux – non è che il risultato di una crisi cominciata nel settembre 2002, quando le cosiddette ‘forces nouvelles’ hanno cercato di impadronirsi del potere”. I ribelli del nord hanno cominciato la loro azione di rivolta partendo dal Burkina Faso – il cui presidente, Blaise Compaoré, è un grande amico della Francia – e, forse, Parigi avrebbe potuto intervenire prima: “Mi sembra evidente – dice Courtoux – che le forze antigovernative sono state finanziate e incoraggiate dal Burkina Faso, come è chiaro che la Francia, che da sempre sostiene Compaoré, non poteva non sapere come stessero le cose, ma non ha fatto niente per evitare la crisi”. A causa di questa strategia adottata da Parigi, “oggi ci si trova in uno stato di crisi che vede da una parte i ribelli che, pur in modo indiretto, hanno avuto il sostegno della Francia, e dall’altra Laurent Gbagbo che fino a pochi giorni fa era sostenuto dalla maggior parte dei dirigenti socialisti francesi e che, per conquistare e mantenere il potere, ha alimentato l’odio etnico”. Alla radice dello scontro interno c’è la decisione del presidente della Costa d’Avorio di perorare la causa dell’”ivoirité”, negando così a una buona parte dei cittadini l’appartenenza al proprio popolo e escludendo dalla competizione elettorale Alassane Ouattara, il suo avversario più temibile. “Il pericolo di una deriva verso il genocidio, come in Ruanda, è reale – continua Courtoux – La Francia ha permesso ai ribelli di occupare una parte del paese non certo per ragioni umanitarie, come dimostra la pluridecennale amicizia dei dirigenti politici francesi con i peggiori dittatori africani. La preoccupazione di Chirac su una possibile deriva fascista in Costa d’Avorio, che certo è reale, serve per creare consenso intorno all’azione francese, ma non descrive le vere intenzioni di Parigi. In realtà, Gbagbo stava cercando di sottrarsi alla ‘Françafrique’, cosa che il presidente francese non può permettere, perché teme che vacilli la sua influenza in tutta la regione”. Courtoux non si stupisce del fallimento degli accordi di Marcoussis e di Accra, che avrebbero dovuto risolvere la crisi: “Gbagbo sapeva benissimo che, se avesse applicato quegli accordi – che prevedevano la rinuncia all’‘ivoirité’ e il disarmo dei ribelli – avrebbe perso il potere. Invece la Francia, con quegli accordi, ha cercato di guadagnare tempo, sperando nel frattempo di convincere Gbagbo a rinunciare all’ambizione di fare della Costa d’Avorio un paese davvero indipendente, sottraendolo all’influenza neocoloniale francese. Ma Gbagbo, con i suoi metodi, giustifica l’intervento delle truppe francesi”. Il risultato è un’impasse francese e ivoriana. “La soluzione migliore, e non solo in Costa d’Avorio ma in tutto il continente africano, sarebbe il ritiro di tutte le truppe francesi, che difficilmente possono essere considerate neutrali – conclude Courtoux – Ma perché questo possa concretizzarsi rimane da risolvere un problema, sempre lo stesso: i caschi blu sarebbero in grado di garantire la sicurezza?”.

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Francia meets Inghilterra (e uno sguardo ai passati affari esteri francesi)

Pubblicato da Jake su 18 Novembre 2004

Oggi arriva a Londra il presidente francese Jacques Chirac per le celebrazioni del centenario dell’Entente cordiale, l’alleanza franco-britannica conclusa all’inizio del secolo scorso.
Di solito, nelle settimane che precedono queste occasioni, ci si impegna a minimizzare le divergenze e a mettere in risalto i punti d’incontro.
Ad esempio, durante le celebrazioni per il sessantesimo anniversario del D-Day a giugno, il presidente americano George W. Bush, mettendo da parte i disappori, parlò della Francia “eterna alleata” dell’America. Non così Chirac, le cui esternazioni sembrano dare ragione ai cinici che dicono che l’Entente, se c’è, è tutto fuorché cordiale. Il presidente francese aveva iniziato la settimana con un’intervista al Times di Londra, in cui tacciava l’Amministrazione americana d’ingratitudine.
L’intervista è stata pubblicata proprio il giorno in cui gli “ingrati” americani votavano a favore della risoluzione dell’Onu sulla Costa d’Avorio, voluta da Parigi. In un’intervista alla Bbc ieri il presidente francese è andato oltre: “In certa misura – ha dichiarato – la rimozione di Saddam Hussein è stata una cosa positiva, ma ha anche provocato reazioni come la mobilitazione, in un certo numero di paesi islamici, di donne e uomini che rendono il mondo più pericoloso”. Il presidente ha detto di non essere “affatto certo che si possa dire che il mondo è più sicuro. Non c’è dubbio che il terrorismo sia cresciuto”.
Invece di chiudere il capitolo della guerra e di cercare terreno comune con Londra e Washington sulla ricostruzione e la transizione in Iraq, Chirac sceglie di riaccendere la discordia sulla guerra. Il premier britannico aveva invece impostato in chiave atlantista il suo discorso di politica estera alla Mansion House di Londra lunedì, auspicando un ravvicinamento fra Stati Uniti ed Europa che superi i contrasti sull’Iraq. “Per noi in Europa – ha detto – non è una risposta sensata né intelligente quella di ridicolizzare gli argomenti degli americani e canzonare i loro governanti. Ciò che ha senso è che l’Europa affermi che il terrorismo non si può sconfiggere con la sola linea dura”.
Il problema non è certo l’esistenza di obiezioni di principio da parte di Chirac all’idea di regime change. Il presidente sa bene che la Francia ha sostenuto cambi di regime in diverse situazioni: dal governo del dittatore centrafricano Jean-Bédel Bokassa nel 1979 a quello del presidente haitiano Jean-Bertrand Aristide all’inizio di quest’anno, dal caso polinesiano di Gaston Flosse alla Costa d’Avorio, dove Parigi sembra intenzionata a sbarazzarsi del presidente Laurent Gbagbo. Numerosi sono anche gli interventi opposti, quelli cioè a favore di regimi che, forse, era proprio ora di cambiare: da Mobutu Sese-Seko al governo ruandese di Jean Kambanda, responsabile del genocidio nel 1994 che Parigi cercò di difendere fino all’ultimo. Perché dunque Chirac preferisce stuzzicare gli alleati anglo-americani invece di spianare le divergenze? Forse a indispettire Chirac è stato l’ultimo affronto “des Anglo-Saxons”: la serata di gala che gli hanno organizzato a Windsor Castle si svolgerà nella Waterloo Chamber, dove si troverà circondato dai ritratti di generali e ammiragli che sconfissero Napoleone. Ma il motivo dell’atteggiamento francese è probabilmente più serio: nel 1904 l’alleanza con la Gran Bretagna era necessaria alla Francia per far fronte al pericolo tedesco; Parigi non avverte oggi l’importanza strategica dell’alleanza, forse perché Chirac è ancora convinto che l’appeasement con il terrorismo islamico possa funzionare.

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Rifondazione ed il voto agli immigrati

Pubblicato da Jake su 8 Novembre 2004

A un anno di distanza e in vista della prossima tornata di elezioni amministrative, torna la proposta di far votare anche chi non è italiano e cittadino.
Però vive e lavora a Milano (tanto che in città ci sono 4990 ditte individuali registrate da immigrati, secondo una ricerca della camera di commercio), e quindi chiede il diritto di far sentire la propria voce.
Rifondazione Comunista – Tramite il suo capogruppo in regione Enzo Locatelli – ha presentato una proposta di legge per il voto alle amministrative per gli immigrati: vuol far pesare questa idea ed inserirla nel programma del centrosinistra alle prossime elezioni regionali. All’assemblea regionale sull’immigrazione – organizzata nella giornata di ieri proprio da Rc e alla quale hanno partecipato i comitati degli immigrati di tutte le città lombarde – Locatelli ha spiegato che al tavolo del centro-sinistra per la costruzione del programma verrà sostenuta con forza questa idea che farà indubbiamente discutere nei prossimi giorni. All’incontro è stata sottolineata anche la necessità di costruire un coordinamento regionale permanente di tutti i comitati degli immigrati che operano in Lombardia, oltre che la necessità di un nuovo impegno contro la legge sull’immigrazione.
“La legge Bossi-Fini – ha detto Locatelli – deve essere abolita perchè, oltre ad essere un obbrobrio giuridico, fa in modo che i migranti vengano consegnati alla precarietà”.
L’iniziativa di ieri è stata soltanto una delle tante organizzate in queste ultime settimane da Rc. “Vogliamo – ha detto Locatelli – costruire una politica alternativa a quella della destra. I migranti non sono solo braccia da lavoro”

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La macellazione, il perchè

Pubblicato da Jake su 5 Novembre 2004

E’ curioso, ma sembra suscitare più imbarazzo che preoccupazione, l’assassinio rituale jihadista di Theo van Gogh. A due giorni di distanza dal fatto, è palpabile la voglia di minimizzare, si direbbe quasi di nascondere e di confinare la vicenda nei limiti dell’episodico, nel confortante lessico fatto di “frange impazzite” e “fanatici isolati”, buono per placare gli animi e pensare ad altro. Il quarantasettenne regista e polemista olandese, irregolare per vocazione e per pratica di vita (e che in passato non aveva risparmiato strali né a cristiani né ad ebrei), era diventato vittima designata del fondamentalismo salafita dopo che in un libro (“Allah knows better”) e in film documentario (“Submission”), aveva attaccato frontalmente l’islam e in particolare le pratiche di oppressione delle donne, come l’infibulazione, che in nome dell’islam vengono attuate. Theo van Gogh è stato colpito da nove colpi di pistola e poi sgozzato nelle strade di Amsterdam, capitale europea della libertà, della tolleranza, patria di tutti i diritti e terra promessa del multiculturalismo realizzato. Chi ricorda che New York, all’inizio, si chiamava Nieuw Amsterdam e che venne fondata nel 1624 da coloni olandesi, potrà apprezzare il parallelo tra la morte inflitta all’ingrosso con l’assalto alle Due Torri un 9/11 e quella al dettaglio, a 911 giorni di distanza tra l’una e l’altra, di Pim Fortuyn e di Theo van Gogh. Personaggi ingombranti, certo non campioni di tolleranza nel senso comune del termine, che però vedevano nell’espansione della componente musulmana della società olandese il rischio della cancellazione delle idee stesse di tolleranza e di libertà. Che tanto devono, nel loro significato moderno, a Baruch Spinoza, orologiaio ad Amsterdam. E’ possibile leggere, nell’esecuzione di Theo van Gogh, un salto di qualità nella vicenda dei rapporti tra quello che chiamiamo “occidente” e l’islam? Il filosofo Massimo Cacciari dice al Foglio che quella vicenda dimostra semplicemente che “nessuno più è al sicuro, ma questo dopo le bombe di Madrid già lo sapevamo, è diventata quasi una banalità. Non ha senso, però, indugiare in atteggiamenti da primi della classe, che alimentano il clima folle di scontro di civiltà. Noi europei, con tutto il nostro Spinoza, siamo stati i responsabili dei più spaventosi carnai del secolo scorso. Non siamo in condizioni di dare lezioni a nessuno e non dobbiamo quindi rinunciare al dialogo con il mondo musulmano. D’accordo, non bisogna rassegnarsi all’autocensura, né avrebbe dovuto farlo van Gogh, anche se personalmente ritengo assurdo attaccare l’islam per condannare l’infibulazione, come lui aveva fatto nel suo film, perché in nessuna parte del Corano la si prescrive”. Lo storico Ernesto Galli della Loggia, dal canto suo, è colpito proprio dalla circostanza che “l’unica vera reazione dei politici olandesi, compresa quella del governo di centrodestra, è stata l’invito a non trarre conclusioni affrettate. Tutto il sistema politico- mediatico, sia la comunicazione sia la coscienza pubblica, hanno alzato barriere di cautela, al limite dell’autocensura. Una giustificazione c’è: la caccia al marocchino non la auspica nessuno, anche se mi pare che quel pericolo sia remoto. La prima preoccupazione è quella di negare lo scontro di civiltà, a volte anche al di là dell’evidenza. Non è solo un’espressione proibita, è un concetto proibito. Ma l’assassinio di van Gogh ci propone senza dubbio il tema del conflitto tra occidente e islam. Possiamo dire che l’assassino è un estremista, anzi, sicuramente lo è. Ma anche quando cominciavano a essere imbrattati i cimiteri ebraici consideravamo che fossero manifestazioni di estremismo, eppure non abbiamo mai negato che quegli episodi fossero una spia di qualcosa di più diffuso e profondo”. Galli della Loggia ricorda che “anche i militanti pro-life americani hanno ucciso medici abortisti, e che fanatismo assassino è anche quello che ha armato la mano del colono israeliano che fece strage di fedeli musulmani in preghiera sulle tombe dei patriarchi. Ma il problema è il comportamento delle comunità, la loro reazione.In occidente siamo in linea di massima vaccinati e diffidenti contro i ‘nostri’ fondamentalisti. Altrove non mi sembra che sia così”. A rigor di logica, la malattia dell’estremismo islamista non dovrebbe esplodere nella forma più virulenta proprio nell’occidente più civile, tollerante, multiculturale. Invece, nel caso van Gogh, è accaduto. La giornalista Miriam Mafai crede, non da oggi, che “la logica del multiculturalismo non paga e si paga. L’Olanda sconta proprio il fatto di essere il paese più multiculturale d’Europa. Abbiamo a disposizione due modelli: quello della laicità e quello del multiculturalismo, che significa, con il riconoscimento della diversità, la legittimazione delle pratiche delle diversa comunità, cosa secondo me inaccettabile”. Ci sarebbe una possibile terza via: quella, per esempio, di riconoscere a una ragazza musulmana la possibilità, se vuole, di andare a scuola con il velo, proibendo allo stesso tempo zone franche di diritto “alternativo” e pratiche lesive dell’integrità e dell’uguaglianza… “Ma esistono regole delle nostre società dalle quali non si può recedere – dice ancora Miriam Mafai – Dirò di più. Non possiamo spezzettare la nostra società in tante etnie ed ‘etnicizzazioni’ diverse. Non possiamo pensare di dividere le mense scolastiche, per esempio, come qualcuno pretende. Purtroppo, in Olanda, in parte in Gran Bretagna e soprattutto in Canada, si stanno introducendo diritti e statuti particolari per le comunità musulmane. Sono disposta ad andare in guerra, quando sento dire che in Canada le comunità musulma- ne hanno chiesto di poter introdurre la sharia come legge”. Ma, conclude Miriam Mafai, la reticenza nel trattare la storia di van Gogh per quello che è, la rapida sparizione del fatto dai giornali e dalle televisioni, non sono necessariamente il segno di una resa: “La mia impressione è che si stia uscendo dalla visione pietistica del ‘povero musulmano’, che è frutto di un atteggiamento che mescola cattolicesimo e ideologia del politicamente corretto. E non voglio credere che il caso Theo van Gogh vada letto come il paradigma di quello che sta per succedere ovunque in Europa”. Il politologo Gian Enrico Rusconi legge invece in quella vicenda “il superamento di una soglia, che non a caso ha come protagonista l’Olanda, forse il punto più sensibile dell’occidente sul piano delle libertà. Se nel caso dell’uccisione di Pim Fortuyn sembrava prevalere l’elemento politico, qui mi sembra innegabile che in primo piano ci sia un aspetto puramente etnico e religioso. E se dobbiamo pensare all’esistenza di un’intelligenza della violenza fondamentalista islamica in Europa, è scontato che si cominci a colpire lì”. La tollerante Olanda è emblema dell’occidente “empio, incomprensibile, arrogante e depravato” che, scrive il sociologo franco-iraniano Farhad Khosrokhavar nel suo “I martiri di Allah”, appare al fedele musulmano intransigente come una bestemmia materializzata. In questo occidente non esistono innocenti. Non lo è il fattorino del World Trade center e non lo è l’intellettuale libertino alla Theo van Gogh, che non temeva di apparire xenofobo. Ma la più grande bestemmia è la libertà sessuale delle donne, il loro semplice rivendicare di essere individui. Dice ancora Rusconi che “il corpo di donna con i versetti coranici dipinti sulla pelle, mostrato da Theo van Gogh nel suo film, è certamente qualcosa d’inaudito, per quella cultura. Possiamo quindi ragionare sulla necessità di un autocontrollo che non può diventare, però, autopunizione. Ma dobbiamo sapere che non possiamo cedere su alcuni punti fondamentali”.

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Theo, l’Islam e l’Europa

Pubblicato da Jake su 5 Novembre 2004

Il rapporto fra le comunità islamiche e l’Europa è una materia delicata (e incandescente). E non solo perché in Olanda è stato assassinato Theo van Gogh, che con le sue opere polemiche e provocatorie ha suscitato l’ira degli integralisti musulmani olandesi, riaprendo il dibattito sul multiculturalismo, in crisi in vari paesi europei. Il conflitto etico-giuridico-culturale fra gli islamisti e le società laiche è ormai palese. Ne sono convinti tutti, studiosi e islamologi di qualsiasi appartenenza politica che da prima dell’11 settembre hanno cercato una soluzione. In Italia – lo abbiamo raccontato nella prima tappa dell’inchiesta sull’islam “de noantri” (Il Foglio, 30/10/04) – l’impatto con l’occidente ha fatto esplodere all’interno delle famiglie musulmane violenze, conflitti e tragedie umane che non possono più essere considerate un problema marginale. Per ora lo scontro è limitato a guerre intestine fra chi (soprattutto donne e giovani) vorrebbe costruire un islam più liberale che permetta loro di conservare la propria identità religiosa ma anche di sposare le maggiori libertà civili della nostra società, e chi invece teme e combatte con ogni mezzo la contaminazione e vorrebbe l’hijra, la separazione dall’ambiente circostante, per collegare la comunità italiana al “Dar al islam”, la casa dell’islam dei paesi musulmani. Non stiamo parlando di terrorismo, (i promulgatori del jihad sono pochi e sorvegliati), ma di un conflitto culturale che deve essere affrontato con urgenza e pragmatismo. Lo sa bene il ministro degli Interni, Giuseppe Pisanu, che da molto tempo cerca di intessere rapporti politici con le varie facce della comunità islamica per nominare un organo consultivo (in ritardo di vari anni rispetto agli altri paesi dell’Ue), nella speranza di far emergere una nuova classe dirigente moderata che neutralizzi le istanze più radicali dei tradizionalisti, wahabiti e salafiti, radicati in Italia fin dagli anni 80-90. I nodi da sciogliere però sono molti. Innanzitutto la mancata intesa politica con il governo italiano (se ne discute dall’inizio degli anni 90) che nasconde un problema annoso: la spaccatura fra i puristi dell’islam (che fanno riferimento all’Ucooi e ai Fratelli musulmani), che vorrebbero costruire uno Stato nello Stato, e quelli moderati, fra cui molti italiani convertiti, che però non sono considerati rappresentativi e che chiedono la tutela di un’identità culturale ma sono disposti a rispettare le leggi italiane. Eccolo, il vero dilemma: il rapporto fra la comunità islamica e la democrazia italiana (di cui ci occuperemo nella prossima puntata della nostra inchiesta). Si può essere islamici e democratici? E’ vero, durante il sequestro delle due Simone è stato pubblicato un manifesto contro il terrorismo firmato dai vari rappresentanti considerati affidabili che ha fatto sperare in un cambiamento, ma sono proprio gli stessi musulmani, i pochi che sognano di dare un’impronta laica alla propria comunità, a sospettare che molti facciano il doppio gioco e che ricorrano all’arte della simulazione per mantenersi su due binari: uno corre strumentalmente in occidente, l’altro rimane legato alle organizzazioni radicali nei paesi d’origine. Si tratta della scelta fra la costruzione di un islam italiano, oggi inesistente, e quello straniero, composto soprattutto da immigrati che guardano con sospetto il processo di integrazione. Per Silvio Ferrari, docente di diritto canonico all’Università di Milano che ha studiato i problemi legati alla presenza dei musulmani in Italia e alla mancata intesa con il governo italiano, la questione è essenzialmente – spiega al Foglio – “la distinzione fra identità religiosa e identità culturale. E’ un elemento che non può essere negoziabile per la civiltà occidentale”. Ma come vanno le cose nei paesi europei che hanno affrontato il rapporto con la comunità islamica prima di noi? Dell’Olanda, patria del multiculturalismo, si è gia detto: l’omicidio del nipote di van Gogh è un segnale preoccupante, anche se il governo ha fatto la scelta più saggia: ha delegato ai comuni intese amministrative ignorando ogni richiesta di tipo politico. “In Belgio invece – aggiunge Ferrari – il governo ha affidato all’Esecutivo dei musulmani, organismo rappresentativo eletto dagli stessi immigrati, l’incarico di scegliere assistenti spirituali nelle prigioni e insegnanti di religione per le scuole pubbliche, ma poi è stato costretto ad abrogarlo perché si era trasformato in uno strumento politico per gli integralisti. In Spagna è stata istituita una federazione di associazioni musulmane che si è arenata davanti al problema dell’insegnamento della religione islamica intro- Ricordo Nassiriyah dotto nelle scuole pubbliche, e cioè sui criteri con cui scegliere i professori”. L’insegnamento religioso (altro tema che affronteremo) è un punto piuttosto delicato. All’interno della comunità ci sono due orientamenti: uno minoritario, che accetta l’insegnamento della scuola pubblica italiana e delega quello del Corano alle moschee, e uno che vorrebbe classi o scuole separate. Se l’Italia dovesse introdurre nelle scuole l’ora di religione islamica come avviene nella maggior parte dei paesi europei, come si dovrebbero scegliere i professori? Non fra gli imam, che nel nostro paese spesso sono autodidatti e tra i più integralisti. E neanche fra gli educatori che vivono nei loro paesi di origine, perché sarebbe difficile controllare se siano o meno collegati a organizzazioni radicali e importerebbero un sistema educativo incompatibile con il nostro. I moderati auspicano la terza via: insegnanti formati in Italia, che conoscano la nostra lingua e le nostre leggi per ridurre le tensioni culturali. E’ una strada percorribile? In Olanda ci hanno provato, ma l’esperimento ha avuto poco successo perché molti si sono rifiutati di imparare l’olandese. Fino a ora il conflitto fra i musulmani e società italiana non ha avuto gravi conseguenze, ma le questioni in sospeso sono molte. Dal velo all’insegnamento religioso, dal diritto di famiglia alla rappresentatività politica e alla presenza di varie migliaia di italiani convertiti: nessuno di questi aspetti è mai stato definito con chiarezza per impedire che lo scontro culturale si acuisca. Nel frattempo, ognuno si costruisce il proprio islam, che noi fatichiamo a comprendere.

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Il sollievo della sinistra

Pubblicato da Jake su 4 Novembre 2004

E’ andata oltre le migliori aspettative, possiamo continuare ad essere antiamericani col cuore in pace

Jena – Lettere al Manifesto di giovedì 4 novembre, sulle elezioni americane

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Retrospettiva: Francia vs America

Pubblicato da Jake su 2 Novembre 2004

Comincia con Thomas Jefferson a Parigi il tempo delle rivoluzioni e dell’afflato universale, della promessa di una libertà e di una fratellanza definitive. Continua con istantanee di circostanza: Chirac commosso davanti alle rovine delle Torri Gemelle e i giornali francesi che intitolano “siamo tutti americani”. Finisce con il gruppo repubblicano al Congresso che propone di togliere dal menu le “french fries”, le patatine alla francese, per ribattezzarle patriotticamente le “freedom fries”. E con i doganieri americani che chiamano la Francia “the F country” dove F sta ovviamente per fucked, il fottuto paese. A ripercorrere i due secoli e poco più delle relazioni franco-americane ci si accorge che forse le affinità si limitano alla legge del mercato e alla democrazia rappresentativa. Per il resto la Francia vede nell’America il paese della pena di morte, della soppressione del welfare, del melting pot in cui guarda caso la componente francese è quasi assente, il paese che unilateralmente elabora la dottrina della guerra preventiva perché “ciò che è bene per noi è bene per la civilizzazione occidentale”. E l’America vede nella Francia un alleato infido che sbuffa, rimbrotta e il più delle volte mette i bastoni tra le ruote, simbolo di un’Europa destinata ad essere una grande Svizzera, perché non ha capito che prima di essere virtuosi bisogna imparare ad essere forti.

Francia e America sono ormai, parafrasando il celebre romanzo di Choderlos de Laclos, alle “déliaisons dangereuses”, gli “s-legami” pericolosi. E’ questo il titolo del libro in cui Jean-Marie Colombani, direttore del Monde e Walter Wells, direttore dell’International Herald Tribune, riflettono su un amour fou trasformatosi in paranoia e crudeltà mentale. I due non sono affatto faziosi. L’uno abita tra il solidarismo cristiano e una tenue socialdemocrazia, ed è tutt’altro che tenero con Jacques Chirac e con il suo ex ministro degli esteri, de Villepin il bello. L’altro parla dei democratici e della variante liberal come di un universo in declino, incapace di trasmettere nobili ideali con vecchie idee, ma non per questo sottoscrive tutta la politica dell’amministrazione Bush. Ma è proprio questa buona fede che fa risaltare i battiti nazional-patriottici di ognuno, confermando che al di là dei valori condivisi, ma forse nemmeno su questi, la convergenza è possibile. Mai al posto giusto, nel momento giusto Poche volte è accaduto che l’America abbia trovato la Francia al posto giusto al momento giusto. Durante l’amministrazione Kennedy, de Gaulle non volle nemmeno guardare le prove fotografiche dell’esistenza di missili sovietici a Cuba, perché, disse, gli bastava la parola del presidente degli Stati Uniti. Ma pochi anni dopo fu lo stesso generale a sabotare il comando unificato della Nato, a mettere il veto all’ingresso in Europa della Gran Bretagna “cavallo di Troia degli americani”, a riconoscere la Cina comunista e a condannare l’America per l’aggressione al Vietnam. Più solido e affidabile François Mitterrand favorevole ai Pershing perché “i pacifisti stanno a ovest ma i missili stanno a est”. E capace di stabilire con Bush senior il clima positivo in cui prese vita la coalizione internazionale della prima guerra del Golfo. Ma con Chirac suona un’altra musica: il presidente in carica vuole di fatto eterodirigere l’America, non accetta che siano prese decisioni importanti senza consultare la Francia o ignorandone i veti. Sembra una dimostrazione di forza: in realtà è, come riconosce lo stesso Colombani, un’ammissione di debolezza come se Chirac volesse in buona sostanza essere associato al potere e ai suoi segni esteriori. Bush e Chirac non sono proprio fatti per intendersi, questione di pelle. Colombani non esclude che Chirac abbia come al solito ciurlato nel manico, fedele all’idea che le promesse impegnano soltanto quelli che le ricevono. E che de Villepin ci ha messo del suo quando ha pugnalato alle spalle Colin Powell davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu proprio il giorno del Luther King day. C’è qualcosa di paradossale dice il direttore del Monde nell’ostinazione con cui Chirac difende l’Onu come fonte esclusiva di legalità, lui che è figlio spirituale del Generale, cioè di colui che l’Onu chiamava con disprezzo il “machin”, il coso. Ed è difficile dar torto a Wells quando ricorda che il palazzo di vetro è pur sempre quell’istanza squalificata capace di dare alla Libia la presidenza della commissione sui diritti dell’uomo. Non sarà quindi l’Onu la sede opportuna per ricomporre il divorzio franco-americano. Né sarà l’Europa. Dove Chirac si è fatto qualche buon nemico comportandosi con la stessa arroganza che rimprovera a Bush.

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La Polonia e il disimpegno dall’Iraq

Pubblicato da Jake su 2 Novembre 2004

(…) Il ministro degli Esteri polacco, Wlodzimierz Cimoszewicz, ha detto che il suo governo non pensa a un disimpegno, ma bensì a una riduzione del numero degli effettivi dopo il voto. “Credo, nonostante tutte le drammatiche notizie che arrivano dall’Iraq, che il processo politico stia andando avanti. Oggi il 99 per cento delle decisioni sono prese dall’autorità irachena. La presente instabilità è legata alla prospettiva delle elezioni. Dopo il voto ci saranno molte possibilità perché la situazione si normalizzi nel paese. Accadrà quando la polizia e l’esercito iracheni diventeranno più capaci di prendere responsabilità per la sicurezza. Questa è la ragione per cui speriamo che dopo le elezioni sarà possibile cominciare a ridurre il numero del personale militare straniero in Iraq. Nessuna decisione concreta è stata ancora presa. Sto parlando di un’eventuale riduzione delle truppe, non di un ritiro”.

La Polonia ha 2.500 soldati nell’Iraq centro-meridionale e comanda la forza multinazionale della zona. La maggioranza dei polacchi è contraria alla presenza di truppe in Iraq. Recentemente il ministro della Difesa, Jerzy Szmajdzinski, smentito poi dal premier Marek Belka, ha detto che il ritiro dovrebbe avvenire con la scadenza della risoluzione dell’Onu che legittima il governo ad interim fino alla fine del 2005. Pochi giorni fa una donna che ha vissuto 25 anni in Iraq, sposata con un iracheno, è stata presa in ostaggio. I terroristi hanno chiesto il ritiro dei soldati di Varsavia. “Abbiamo rifiutato ogni negoziazione”, ha detto Cimoszewicz.

A Roma il ministro è venuto per la firma della Costituzione europea. La Polonia, nuova nell’Unione, si trova protagonista sulla scena comunitaria, partecipe di un evento dal significato simbolico. Dice Cimoszewicz che la firma è stata un segnale forte: “L’Europa a 25 non è soltanto pronta, è anche capace di affrontare le questioni più complicate. E’ simbolico che un’idea che è esistita per anni nell’Unione in piccolo sia diventata realtà dopo l’allargamento”. Ai polacchi piace l’idea della Costituzione. Pare, dicono i sondaggi, che il 70 per cento sia favorevole. In Polonia, ci dice Cimoszewicz, ci sarà un referendum per la ratifica, combinato con le elezioni presidenziali nel novembre del 2005. Eppure la cattolica Varsavia non ha gradito l’eliminazione della menzione delle radici giudaico-cristiane nel prembolo del Trattato. Il ministro spiega che sarebbe stato saggio citarle, che non avrebbero creato nessun problema nell’Unione multiconfessionale e multiculturale di oggi. Si consola pensando all’articolo I-52 del primo capitolo, che parla delle relazioni tra l’Ue e le chiese, e constatando che “l’eredità cristiana si fa ricordare in ogni momento e in ogni luogo in Europa: dietro i leader che firmavano il Trattato c’era la statua di papa Innocenzo X. Con questo non suggerisco che l’idea dei valori cristiani sia un criterio per l’appartenenza all’Ue”. Infatti “come nuovo membro, crediamo nella politica delle porte aperte”. Si dice per l’entrata della Turchia nell’Unione: “E’ un paese islamico con un’avanzata democrazia. Deve essere premiato per questo”. Se i valori democratici mettono d’accordo tutti, ci si divide su quelli cristiani. Il caso Buttiglione ha creato il caos nella Commissione di José Durao Barroso, pronta sulla linea di partenza. “Personalmente non sono d’accordo con Buttiglione, ma non penso che le sue idee dovrebbero impedirgli di fare il suo lavoro. Dobbiamo trovare una soluzione al problema, perché quello di cui abbiamo più bisogno è una nuova Commissione. Se prolunghiamo questa situazione anomala, rischiamo un danno all’Unione. So, let’s help Mr Barroso”.

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