Un miliziano di hamas, con tutto il suo armamentario concepito solo per dare la morte ed esaltare la morte e distribuire la morte, regge una calotta cranica da cui cola materia cerebrale. Un altro esibisce carni sanguinolente indefinibili, la folla esulta, l’opinione pubblica che sta dietro questi barbari, si esalta.
E’ accaduto ieri: sei soldati israeliani dilaniati da una granata sono stati presi ancora agonizzanti e smembrati, scuoiati, sventrati, portati in giro ed esposti come interiora di agnello, esposti all’odio oltre la morte, nella morte, nella violazione della morte. E’ accaduto ieri. Immagini nuove? Ma no.Quelli combattono così: un giorno presero due ragazzi israeliani, gli estrassero il cuore dal petto con un coltello e li lanciarono dalla finestra, peccato che c’era una maledetta telecamera a riprendere l’orrore. Ieri è anche successo che un ostaggio americano sia stato decapitato in Irak in diretta televisiva: dopo il colpo alla nuca all’italiano Quattrocchi è un perfezionamento mediatico, un progresso. In Senato, dove mi trovo mentre scrivo questo articolo, è stata fatta ieri la solita bagarre di sinistra sulle torture americane (scoperte, denunciate e presto punite dagli americani davanti a tutto il mondo), ma nessuno ha fiatato quando la notizia della decapitazione è stata data. Non un cenno allo smembramento dei sei soldati israeliani, che i loro nemici arabi non considerano esseri umani, ma solo animali, da uccidere, sventrare, violare, così come sui libri delle loro scuole non esiste lo stato d’Israele, l’unica democrazia del Medio Oriente, l’unico stato del mondo dove dei cittadini arabi musulmani (e anti israeliani) vanno a votare ed eleggono in un libero parlamento dei deputati arabi musulmani che si oppongono allo stato di Israele, pubblicano e vendono liberamente giornali, libri, poesie, proclami, sono esentati dal servizio militare e vivono una vita media nettamente superiore per longevità, livello di istruzione e sanità a quella di tutti i loro correligionari e membri della stessa comunità.
I lettori lo sanno: mi sono scagliato fra i primissimi contro l’orrore delle torture in Irak e ho chiesto che gli americani, sempre così generosi in fatto di pena di morte, fucilassero chi ha ucciso prigionieri per puro sadismo, per il desiderio di far male, umiliare, terrorizzare.Per questo ho ricevuto, fra molte lettere di consenso, anche sincere proteste di tanti lettori che hanno detto più o meno: e i delitti, le torture, i misfatti degli arabi? A tutti ho tentato di rispondere dicendo che noi, l’Occidente, non possiamo agire come i barbari contro cui ci battiamo. Noi, l’Occidente, siamo lì per imporre con la forza il rispetto delle regole internazionali e anche delle regole che si fondano sul rispetto. Noi, l’Occidente, non smembriamo, non decapitiamo, non giriamo e non ci facciamo fotografare felici con una calotta cranica da cui cola del cerebro sanguinolento. A noi quel tale che si porta l’iracheno al guinzaglio e quell’altro che mima il coito su una piramide di prigionieri nudi e costretti ad offrire lo spettacolo delle loro natiche, fanno schifo e li vogliamo in galera, senza alcuna attenuante per la durezza della guerra e altre baggianate che dicono coloro che le guerre le hanno viste solo al cinema.
Ma tutto ciò detto, noi registriamo mentalmente, noi ricordiamo e vediamo, noi giudichiamo anche il nemico che abbiamo di fronte. E’ inutile che cerchino di impiccarci al tortuoso albero della tolleranza della civilità diversa. Noi amiamo il rispetto, non la tolleranza. L’Occidente rispetta e vuole essere rispettato. E di fronte alla barbarie, non tollera affatto. Nessuna tolleranza, tolleranza zero. Per questo, e spero di mandarne tanti fuori dai gangheri, applaudo George W. Bush per aver definito “superb” il lavoro che quel pessimo soggetto di Donald Rumsfeld sta facendo, mettendosi sulle spalle anche il fardello di questa mascalzonata delle torture che certo non ha voluto e che portano solo alla sconfitta.
Questo è dunque il nostro “occidentalismo”, per rispondere ad un intelligente articolo del Riformista di qualche giorno fa. L’Occidente rispetta gli altri, ma non tollera. Sa di essere attaccato (non solo gli Stati Uniti: tutto l’Occidente con noi, Israele, la Spagna e anche il Giappone e l’India che fanno parte della nostra comunità malgrado l’ago della bussola) e si comporta come ci si comporta in guerra. Le sinistre italiane sono riuscite a compiere il loro consueto piccolo delitto: hanno trasformato (sia pure con l’aiuto di un gruppo di sciagurati) le vittime in carnefici e viceversa. Questa è gente che sarebbe stata capace di inneggiare alla resistenza del valoroso popolo nazista in odio all’America e all’Occidente (e molti di loro, fra i più vecchi, l’hanno fatto e poi hanno cambiato bandiera) quando le truppe americane avanzavano sterminando i poveri adolescenti della gioventù hitleriana mandati al macello come gli adolescenti di Hamas, di Jihiad, dell’Irak saddamita che sacrificava intere generazioni al delta dell’Eufrate nell’indifferenza sbadigliante della sinistra italiana e mondiale.
Guardatele, queste immagini: i cuori strappati, le teste tagliate, i crani svuotati, le interiora calpestate, i bambini educati all’odio ed alla morte, le carte geografiche menzognere ed amputate dello Stato di Israele, i giovani condizionati a farsi smembrare dal plastico pur di massacrare (altre interiora, altra ebbrezza, altro strazio della figura umana).
Allora: noi non siamo come loro e puniremo, almeno nel nostro desiderio, chi si comporta come loro. Ma non dimentichiamo chi sono loro. E per loro non intendiamo, come è ovvio, l’intera comunità islamica, o araba. Per loro indichiamo quelli che ci hanno scelti come nemici, e che vanno trattati da nemici. E non nemici teorici, ideali, ma nemici che vogliono le nostre carni, che propongono di far schiave le donne, nemici che sognano la morte degli italiani e sono pronti a pagarla in once d’oro.
Sia corte marziale per chi ha sbagliato.
Ma sia guerra alla barbarie che minaccia la nostra civiltà, la nostra gente, la nostra cultura del rispetto ma non della sottomissione.
Paolo Guzzanti