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Archivio per Aprile 2004

11 marzo e i socialisti di Zapatero

Pubblicato da Jake su 21 Aprile 2004

I SOCIALISTI DI ZAPATERO SAPEVANO MA NON HANNO PARLATO PER POI ACCUSARE IL GOVERNO DI AVER TACIUTO PUR SAPENDO

Madrid. Ufficialmente, le indagini sulla strage dell’11 marzo a Madrid, commessa da un commando di al Qaida per stravolgere i risultati delle politiche di tre giorni dopo e terremotare il pervicace interventismo non combattente del premier uscente, il popolare José María Aznar (obbiettivo centrato: i socialisti no war di José Luis Rodríguez Zapatero hanno vinto contro tutti i pronostici le elezioni e i popolari sono stati cacciati all’opposizione) sono sulla dirittura d’arrivo: 36 persone arrestate, tra cui gli autori materiali, come il marocchino Jamal Zougam e il fornitore dell’esplosivo e dei detonatori, lo spagnolo ex minatore José Emilio Suárez; sette i mujahediin binladiani che si sono fatti esplodere nel covo di Leganés, in provincia di Madrid.
Tra loro i due capi, il marocchino Jamal Ahimidan, detto il Cinese, e Serham ben Abdemajid, ribattezzato per la sua nazionalità il Tunisino. Eppure, il liberal e no war El Mundo ha pubblicato domenica scorsa uno sterminato reportage (cinque pagine) che evidenzia tutte le principali incongruenze della versione fornita dalla polizia.
E che getta un’ombra molto sinistra sui socialisti (Psoe). Titolo: “I cinque buchi neri dell’11 marzo”. Incredibile ma vero, l’inchiesta è rimasta senza risposta, non solo della Rosa ma perfino dei popolari (Pp).

La prevista cattura dei vertici dell’Eta
La ricostruzione, molto minuziosa, si apre con uno scoop eccezionale e fino a ieri non smentito dal nuovo governo Zapatero.
I vertici del ministero dell’Interno avevano preparato, per la notte del 12 marzo, un regalo molto speciale per il premier che abbandonava volontariamente la politica attiva: la cattura del vertice dei terroristi baschi dell’Eta e di tutte le colonne operative, che già avevano tentato un massacro la vigilia dello scorso Natale con due zaini bomba che avrebbero dovuto essere attivati nella stazione madrilena di Chamartín con un telefonino. La stessa tecnica usata da al Qaida sui treni della morte (191 morti e 2.062 feriti, di cui 18 ancora gravi). Appena arriva la notizia della mattanza dell’11 marzo, in cui sono stati usati 12 zaini azionati da cellulari, tutti pensano subito agli assassini “etarras”. Ma gli agenti che stanno controllando i terroristi baschi, allertati da Madrid, comunicano che i vigilati sono tutti al loro posto. E il blitz è rinviato.
“In quel momento di massimo sconcerto, succede qualcosa che fa sì che il governo Aznar commetta il più grande errore del suo mandato. Comincia la trappola”, sostiene subito il Mundo. Quale? Dai primi riscontri sui luoghi della tragedia, mentre il paese e l’Occidente inorridiscono, un poliziotto non identificato assicura che l’esplosivo usato è titadine, una specie di dinamite che l’Eta ha rubato in Francia e che usa da quasi un lustro.
La valutazione giunge ai vertici dello Stato e del ministero dell’Interno. Solo che il rapporto è sbagliato, perché gli accertamenti della scientifica determineranno che si trattava di dinamite spagnola Goma 2 Eco. L’esecutivo e persino il governo indipendentista catto-comunista basco ci credono, come tutti. “Ma l’errore di valutazione può essere solo intenzionale: nessun esperto, e tantomeno un artificiere, può confondere gli esplosivi perché gli odori che lasciano nella zona colpita sono diversissimi”.

La formazione di un “gruppo ermetico”
A questo punto della ricostruzione, e prima di entrare nei dettagli dei “cinque buchi neri”, il Mundo scrive: “Ciò che il governo popolare non sa è che, già da quei primi momenti, si è messo a lavorare al massimo un gruppo di comandi della polizia e alcuni agenti del Cni (il più importante servizio segreto spagnolo, ndr), che fanno parte dell’ala più dura e leale al partito socialista (che ha governato dall’82 al ’96, ndr) per informare i dirigenti del Psoe di tutti i dettagli che possono portargli vantaggio dalla situazione. Sono gli stessi che riescono a far sì che l’indagine passi di mano, gli stessi che la controlleranno da quel momento”. Il giornale aggiunge: “Si forma un gruppo ermetico che lascia da parte la Guardia civil (i nostri carabinieri, ndr).
Cionostante, chiamano a intervalli di pochi minuti una cellula del Psoe che ottiene informazioni privilegiate, fatto che le permette di montare una strategia efficace contro l’esecutivo. Sanno che il governo continua a insistere con la tesi dell’Eta e rimangono in silenzio affinché Aznar, il candidato premier Mariano Rajoy e il ministro dell’Interno Angel Acebes si mettano in trappola”.
Insomma si tratterebbe di “insidertrading polizial-politico” per far vincere le elezioni a Zapatero. I socialisti sono contro la guerra in Iraq e se invece risultasse, come è accaduto, che la paternità è di al Qaida, l’interventismo di Aznar (il 91 per cento degli spagnoli era contrario, secondo i sondaggi, alla campagna in Iraq) pagherebbe uno scotto pesantissimo alle urne.
Infatti. A questo punto si entra in una atmosfera da golpe. Lo stesso 11 marzo, alle 10, viene rinvenuto un furgone. In serata, Acebes dirà che vi sono stati trovati dentro sette detonatori uguali a quelli della strage e un nastro in arabo. Il primo indizio reale della paternità binladiana. Il Psoe lo sa subito, il Cni no. “Si cominciano a far filtrare dettagli, con il contagocce, che segneranno il cammino dell’opinione pubblica”, precisa il giornale. Si perdono infatti ore per rovistare il furgone, così il governo continua a indicare la pista dell’Eta.
Viene rifiutato l’intervento degli artificieri della Guardia civil.
Nel pomeriggio un cane poliziotto antiesplosivo non trova tracce di alcun materiale detonante. Però, una volta nella sede centrale della polizia, compaiono i sette detonatori. E il nastro in arabo, che fa scattare l’allarme mediatico, è la registrazione made in Arabia Saudita del Corano. “E’ come se avessero trovato a un terrorista dell’Ira irlandese un libretto di iniziazione al catechismo”, stigmatizza il quotidiano. Bisogna ricordare che la pista di al Qaida, amplificata dalla radio filo-socialista Cadena Ser, sarà la spada che useranno le sinistre per accusare l’esecutivo Aznar di mentire e per far scendere in piazza poche migliaia di no war che assedieranno illegalmente le sedi popolari il giorno prima delle elezioni. Cioè: la determinante sconfitta mediatica (soprattutto grazie alla televisione) del partito popolare ancora prima del voto. Di più: un’inedita strategia “asimmetrica” rispetto alle norme delle legislazioni elettorali vigenti in tutto l’Occidente.
Il Mundo mette a fuoco particolari che paiono tratti da John Le Carré. Come la pista chiave delle indagini: l’unico zainetto bomba che non esplode e che fornirà indizi determinanti (in realtà ne vengono trovati altri tre, ma gli artificieri della polizia invece di disinnescarli, li fanno subito scoppiare perdendo così indizi preziosi).
Dentro ci sono dieci chili di Goma 2, un detonatore.
Il ritrovamento avviene alle due di notte del 12 marzo e viene detto che la borsa si trovava nel commissariato di Vallecas.
Questa volta non viene distrutta. Ma nelle foto, diffuse poi in tutto il mondo dalla tv americana Abc, non compaiono i candelotti.
Le stranezze continuano a ritmo sempre più impressionante. Zougam è subito identificato perché la scheda telefonica del cellulare che azionava il detonatore l’ha comprata lui. Ma il detenuto, già indagato nel 2001 per rapporti con il terrorismo islamico, che fa quando tutta la Spagna, Acebes compreso, parla dello zainetto bomba ritrovato con il cellulare? Rimane tranquillo in casa e si fa arrestare. Anche un altro particolare ampiamente diffuso, un pezzetto di plastica caduto nel suo callcenter mentre preparava il telefonino-timer e poi ritrovato dagli inquirenti, è falso.
La polizia parla di un modello Motorola, quando le immagini della televisione indicano invece che è un Mitsubishi. L’ultimo “punto nero” è quella che il giornale chiama la “farsa di Leganés” del 3 aprile scorso. Il covo, rivela il Mundo, era stato localizzato giorni prima grazie alle foto del commando, capeggiato dal Cinese e dal Tunisino, mostrate in zona e diffuse da tutti i media spagnoli.

La “farsa” di Leganés
La versione ufficiale è che vengono localizzati lo stesso pomeriggio del 3 aprile.
La cosa più strana è che non arrivano subito gli straordinari Geo, le teste di cuoio della polizia, ma l’accerchiamento comincia con una decina di agenti in borghese pistole alla mano. E poi non viene rispettata la prassi normale: aspettare che sia notte. Il blitz avviene invece alle 20, e non viene chiamato nessun negoziatore. “Semplicemente, non ascoltando l’opinione dei capi dei Geo, si dà l’ordine d’assalto, nonostante sarebbe stato fondamentale prenderli vivi” – conclude il giornale – E’ ineludibile arrivare fino in fondo per scoprire la verità di quanto sia davvero successo l’11 marzo”. Ci vuole dunque una commisione d’inchiesta.

Gian Antonio Orighi

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